Lo scafandro e la farfalla: trailer, locandina e sinossi

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Nel dicembre ‘95, all'età di 43 anni, Jean-Dominique Bauby - dinamico e carismatico direttore di ELLE Francia - fu colpito da un ictus devastante che ne rese inattivo il sistema cerebrale e ne cambiò la vita per sempre. Superato un iniziale stato di coma, si svegliò per scoprire di essere vittima di una sindrome locked-in - mentalmente vigile ma prigioniero dentro il suo stesso corpo, in grado di comunicare col mondo esterno solo attraverso il battito della palpebra dell'occhio sinistro. Costretto a confrontarsi con quest'unica prospettiva di vita, Bauby riuscì a costruire un ricco universo interiore per trovare dentro di sé le uniche due cose che non fossero paralizzate: l'immaginazione e la memoria. All'Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer imparò un alfabeto completamente nuovo, che codifica le lettere più frequenti del vocabolario francese. Queste parole, queste frasi, questi capitoli dolorosamente espressi lettera per lettera, raccontano la storia di una profonda avventura all'interno della psiche umana e della battaglia tra la vita e la morte. Questo alfabeto riuscì a scardinare la prigione del corpo di Jean-Dominique, che lui chiamava il suo scafandro, ed aprì gli sconfinati territori della libertà interiore, da lui chiamati la farfalla.

"Sono stato cieco e sordo o ci è voluta l'amara luce di un dramma per trovare la mia vera natura?" chiede Jean-Dominique Bauby, rivolgendosi a se stesso e a tutti noi. Ci vuole la sindrome locked-in per rendere cosciente un essere umano e per creare empatia con gli altri? Ci dobbiamo ammalare perché gli angeli vengano  a salvarci?

Mio padre è morto a 92 anni e non è era mai stato realmente malato in tutta la sua vita. E' stato felicemente sposato con mia madre per più di sessant'anni. La maggior parte delle persone metterebbero la firma per avere la vita che ha avuto lui ma, non essendo mai stato malato, era impreparato e terrorizzato dalla morte. Alla fine della sua vita ha vissuto con me e mia moglie, ma non sono riuscito a risparmiargli questa paura. La vita non può essere solo dolore, caos sessuale e nulla. Ci deve essere qualcos'altro.

Quando Jean-Dominique Bauby era in piena salute, atletico e intelligente, era un autore qualificato. Era uno scrittore che si conformava al successo. Attraverso la sua paralisi e la sua rinascita in veste di occhio - il punto di vista di quello che lui chiama la farfalla - indaga sulla sua vita e sui paradossi della vita in generale, portando a termine un lavoro che ha un profondo effetto su chiunque lo abbia letto.



                                Julian Schnabel


























NOTE DI PRODUZIONE

Il film inizia come il libro. Una luce bianca, accecante, una danza di colori un po' sfuocati. Appaiono facce di sconosciuti, che ci parlano, che gli parlano. Jean-Dominique Bauby capisce di essere in ospedale, attaccato a delle macchine che lo aiutano a respirare. Un uomo vestito da dottore viene verso di lui. Gli fa un franco aggiornamento sulla situazione. Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi. Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo. Il dottore gli spiega che soffre di una condizione estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato, come se fosse chiuso dentro se stesso, tutto il suo corpo intrappolato da una specie di scafandro. Nel caso di Bauby, l'unica cosa che funziona è la sua palpebra sinistra. E' la sua ultima finestra sul mondo e il suo unico metodo di comunicazione. Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no. Il cervello, da parte sua, funziona alla perfezione. Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più parlare. Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose che funzionano ancora - l'immaginazione e la memoria. La farfalla. Da questo punto di vista decide di raccontare la sua storia. Non come un'intervista, ma come un libro. Impara a memoria le frasi della sua storia e poi, utilizzando il metodo sviluppato dalla sua logopedista, le detta quello che vuole dire lettera per lettera, sbattendo le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.

Un anno e due mesi nella stanza 119 dell'Ospedale Marittimo di Berck e il suo libro è finito. E' morto dieci giorni dopo la pubblicazione. Lo scafandro e la farfalla è stato pubblicato dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997 ed è stato un grande successo. E' stato tradotto in molte lingue e i lettori si sono universalmente commossi davanti a una storia che sarebbe potuta succedere a ognuno di noi. Jean-Dominique Bauby, il direttore di un'importante rivista di moda, Elle, era stato un grande seduttore. Aveva avuto diverse vite e aveva avuto successo in tutte. Aveva avuto cura della sua salute e del suo aspetto. L'ictus era stato improvviso e ingiusto come il destino stesso. E lui lo vide, effettivamente, come un segno del destino. Aveva vissuto la sua vita di giornalista con passione frenetica e non si era mai reso conto di cosa fosse veramente importante. I suoi bambini.
Non può scrollarsi di dosso questo senso di colpa. Quasi un anno prima, era andato via di casa, aveva lasciato i suoi figli e sua moglie e non aveva ancora avuto il tempo di cominciare una nuova vita. E si è fermata improvvisamente il 9 dicembre 1995. Prima dell'ictus aveva firmato un contratto con le Edizioni Robert Laffont, per scrivere un moderno adattamento, la versione al femminile de Il conte di Montecristo. Un sacrilegio simile poteva spiegare la sua terribile punizione. "Un capolavoro non si tocca". Jean-Dominique si vede come Noirtier de Villefort, un personaggio misterioso, depositario di gravi segreti, condannato al silenzio e intrappolato su una sedia a rotelle, che può comunicare solo con gli occhi. Il libro di Bauby è un vero atto letterario. Il potere della sua storia lo ha reso uno scrittore. Un destino tragico l'ha trasformato in un artista.
La storia di Jean-Dominique Bauby assomiglia alla vita di un artista che vive una battaglia fra se stesso e gli altri. La malattia, come la malattia mentale o il genio, è fonte di esclusione e fraintendimento. Per sfuggire al suo destino, per sfuggire alla crudeltà umana, si può solo contare su se stessi. Sull'intelligenza, sulla creatività e sull'eroismo. Attraverso la sua scrittura, Jean-Dominique Bauby prolunga la sua vita al di fuori di lui, al di fuori del suo corpo. Il potere del sogno e del pensiero gli consentono di attraversare ogni confine. Aveva fatto promettere a sua moglie che avrebbe fatto adattare il libro per il film, come raggiungimento di questa trascendenza. Ma la singolarità e l'autenticità de Lo scafandro e la farfalla preclude un adattamento classico, diretto. Portare sullo schermo un romanzo così commovente richiede un forte senso estetico e un'attenta costruzione del film nel tentativo di reinventarlo e adattarlo ai bisogni di questa storia in cui il protagonista non parla mai. Quando Kathleen Kennedy, associata alla Dreamworks, ha comprato i diritti del libro, si è concentrata proprio su questo aspetto. Ha scritturato Ronald Harwood (sceneggiatore degli ultimi due film di Roman Polanski, Il Pianista e Oliver Twist) per la sceneggiatura. Mantenendo la struttura di fondo del libro, Harwood ha cercato di posizionare la storia fra movimento e immobilità. Kathleen Kennedy poi ha avuto l'idea di chiedere a Julian Schnabel di dirigere il film - solo lui avrebbe potuto filmare il viaggio interiore di Bauby.
Schnabel aveva scoperto il libro in un modo molto personale, attraverso un amico che adesso non c'è più. Era molto interessato alla tecnica di narrazione fuori campo del film - il pubblico è l'unico confidente del protagonista. Nessuno nel film sa cosa stia succedendo nella sua testa - lo sa solo il lettore o lo spettatore. All'inizio il progetto era dell'Universal, poi è passato alla Pathé, che lo ha prodotto con Jon Kilik, il produttore di tutti i film di Julian Schnabel. Schnabel ha deciso di girare il film in francese - secondo lui non c'era altro modo. Ha scelto attori francesi - a partire da Mathieu Amalric, che aveva notato nel 1999 a San Sebastian nel film Fin août début septembre. Quando aveva lavorato con lui in Munich di Steven Spielberg, Kathleen Kennedy aveva subito pensato che sarebbe stato perfetto per quella parte. Julian Schnabel le aveva già parlato di lui.

    Il resto del cast corrisponde a delle scelte precise. Ogni ruolo, senza eccezioni, è interpretato da attori conosciuti - Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-PIerre Cassel, Marina Hands, Emma de Caunes, Isaach de Bankolé e Max Von Sydow sono gli attori principali. Il direttore della fotografia è Janusz Kaminski, che ha lavorato in molti film di Spielberg.
    Julian Schnabel ha deciso di fare questo film non solo perché il tema si adatta molto al suo tipo di cinema, ma anche perché era molto coinvolto a livello personale. L'ha molto colpito il rapporto fra Jean-Dominique Bauby e suo padre e le scene con i due personaggi sono molto commoventi. La sfida iniziale è proprio il cuore del progetto. La prima metà è girata dal punto di vista di Jean-Dominique Bauby. Le immagini a volte sono fuori fuoco, a volte brillanti e piene di colore, altre volte accecanti. Julian Schnabel gira come dipinge, attaccato alla pelle, alla pellicola. L'erotismo nelle inquadrature di bocche, cosce, colli, fa pensare a un dettaglio di un quadro. I set, per tutte le loro stranezze e i loro lussi, sono magici. Bauby aveva soprannominato un determinato punto dell'Ospedale Marittimo di Berck "Cinecittà". Gli piaceva molto il fascino di quel luogo, l'immaginario geografico di uno studio cinematografico. Con una vera presa di posizione, il monologo interiore di Jean-Dominique viene raccontato da una voce fuori campo. Viviamo l'esperienza insieme a lui, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
La musica accompagna i momenti di disperazione e i momenti di rinascita. Julian Schnabel pensa che la vita di Jean-Dominique Bauby cominci dopo l'ictus, quando si rende conto di chi è veramente. E' nato di nuovo, sotto forma di farfalla.

La prima parte è in prima persona. Attraverso l'alfabeto e il battito delle ciglia, Jean - Dominique riesce a comunicare con coloro che gli stanno intorno. La sua parola è una sorta di scrittura. "La mia prima parola è IO. Comincio con me stesso." Usando questa tecnica riesce a uscire da se stesso, da scappare dal suo scafandro, tornare in superficie. La seconda parte è girata dall'esterno - la macchina da presa filma Bauby che vive la sua nuova vita e mostra che attraverso il suo lavoro di scrittore ha ritrovato la dignità e la vita. L'interpretazione di Mathieu Amalric è unica - a metà fra la padronanza di un corpo deforme e l'espressione orale dell'emozione. La tragedia non preclude l'umorismo. Questo film è una lezione di vita, non in senso moralistico, ma dell'energia che ne deriva. Ogni istante di questo film ci può insegnare qualcosa.

                                Angie David

INTERVISTA A JULIAN SCHNABEL

Come si è avvicinato a questo progetto e perché ha scelto di portare la storia di Jean-Dominique Bauby sullo schermo?
Ero molto amico di un uomo che si chiamava Fred Hughes. Lavorava per Andy Warhol. Dirigeva la Factory di Andy Warhol. Fred viveva al 15 di rue de Cherche- Midi, a Parigi, dove aveva una casa anche Andy. Dopo la morte di Andy, Fred - che soffriva da sempre di sclerosi multipla - andò peggiorando fino al punto che non potè più venire a Parigi e dovette rimanere nel suo appartamento di New York. Viveva su Lexington Avenue, verso la 90° strada. E finì bloccato a letto nel suo appartamento, lui stava lì e io andavo da lui e gli leggevo dei libri. Non poteva più parlare. Stava steso lì e mi guardava mentre leggevo. Aveva un infermiere che si chiamava Darin McCormack, lui mi diede una copia de Lo scafandro e la farfalla. Avevo sempre pensato di fare un film su Fred perché aveva avuto una vita così attiva e poi era rimasto prigioniero del suo corpo. Qualche anno fa è morta mia madre, a 89 anni. E poi mio padre. Sono stati sposati per sessant'anni. Mio padre, malato di cancro da quando aveva 83 anni, ne aveva quasi 92, aveva tenuto a bada la sua malattia perché si occupava di mia madre. Ma dopo che lei era morta...

Vivevo nel mio studio. Anche mio padre viveva lì. Era Natale, dovevo portare i bambini da qualche parte per le vacanze e avevo bisogno di qualcuno che si occupasse di mio padre perché non poteva venire con noi. Chiamai Darin McCormack. Così venne a casa mia per stare con mio padre. Quando arrivò la sceneggiatura dello Scafandro e la farfalla da Kathy Kennedy, mio padre aveva terribilmente paura di morire e io pensavo che mi sarebbe molto piaciuto aiutarlo a non aver paura...Ma non ci sono riuscito. Era terrorizzato perché non era mai stato male. Tempo prima avevo scritto una sceneggiatura per il film Profumo che non era mai stata utilizzata. Bernd Eichinger, l'uomo che aveva comprato i diritti, non voleva fare il film che io avrei voluto fare. C'è una cosa che Grenouille aveva in comune con Jean-Dominique Bauby. In entrambe le storie, il pubblico è il confidente del protagonista. Sappiamo cosa succede nella testa di Grenouille e sappiamo cosa succede nella testa di Jean-Do. C'erano molte cose che avrei voluto mettere in Profumo che ho potuto mettere in questo film. Ero libero di fare quello che volevo. In un caso la libertà dell'olfatto di Grenouille, nell'altro la libertà dell'immaginazione di Jean-Do. Potevo attraversare il tempo, potevo fare qualsiasi cosa. Per me, come regista, come artista, era una grande opportunità poter mettere qualsiasi cosa volessi nella struttura di un film. Potevo costruire la mia storia, il mio linguaggio. Sapevo che avrei dovuto fare il film in Francia, in francese, nello stesso ospedale. Perché se non lo potevo fare nell'ospedale dove era stato lui, non penso che avrei avuto le sensazioni giuste. E per quanto riguarda il modo in cui la storia è raccontata, anche se è una storia universale, è stata raccontata da un francese. Così sono andato a Berck, in ospedale e le persone sono state veramente carine e tutti volevano che io facessi il film. Nessuno voleva che facessi questo film in francese. L'unica persona che voleva davvero che io lo girassi in francese era Jon Kilik. All'inizio Ron Harwood ci aveva dato una sceneggiatura in inglese ma io ho continuato a riscrivere tutto insieme agli attori, cercando di conoscere più dettagli possibile da Claude Mendibil, Anne-Marie Perrier, Bernard Chapuis...

Come ha scelto Mathieu Amalric per il ruolo di Jean-Dominique Bauby?
All'inizio il film lo doveva fare Johnny Depp. Tracy Jacobs, che è l'agente di Johnny, aveva parlato con Kathy Kennedy. Johnny voleva fare il film con me perché ci piace lavorare insieme. L'avrei circondato di francesi e lui avrebbe parlato francese. Ma poi era troppo occupato con Pirati dei Caraibi e allora non ebbe più tempo per fare il nostro film. Allora Kathy Kennedy pensò a Eric Bana o un altro attore americano. Ma qualche anno fa, ero in giuria al Festival di San Sebastian e vidi un film che si chiamava Fin août, début septembre. Consegnammo a Jeanne Balibar il premio come migliore attrice quell'anno. Ma io mi ricordavo di Mathieu Amalric. E ho subito pensato che sapevo chi avrebbe dovuto interpretare questo ruolo. E ho fatto il suo nome a Kathy, lei non lo conosceva. E' passato del tempo. Poi due o tre anni dopo girano Munich e Kathy conosce un giovane attore che si chiama Mathieu Amalric. Torna dalla Francia e mi dice che ha conosciuto un attore francese veramente fantastico che potrebbe interpretare questa parte, allora possiamo fare il film in francese. Io le chiedo come si chiama questo attore e lei mi dice Mathieu Amalric, allora io dico che è una grande idea. Così l'ho chiamato. Ci conoscevamo perché qualche anno fa Olivier Assayas e Jeanne Balibar mi erano venuti a trovare a New York. Mathieu non era venuto ma sapeva  chi fossi e io sapevo chi fosse lui. Così è venuto per il Ringraziamento e abbiamo cominciato a leggere la sceneggiatura insieme. Sapevo che se avessi girato questo film in francese, non avrei voluto essere un turista. Il mio francese non è perfetto però conoscevo bene il testo. Ho lavorato con tutti gli attori, analizzavamo ogni singola scena e io chiedevo "Cosa avreste detto in questa situazione?" Perché le parole devono venire fuori dalle loro bocche. Ho riscritto la sceneggiatura con tutte le persone che avrebbero fatto parte del film. E ho trovato nuovi elementi. Per esempio, Claude Mendibil ha detto ad Anne Consigny che quando è entrata per la prima volta nella stanza di Jean-Do lui le ha detto "Niente panico". E quando Anne è entrata e abbiamo iniziato a girare la scena lei me l'ha detto, allora io ho suggerito di aggiungere quella frase nella sceneggiatura. Lavoro anche come un pittore, sono in un posto, reagisco alle cose che mi circondano. Avevo notato che il mare ogni giorno indietreggiava di 500 metri e poi tornava in avanti. Questo frangiflutti sarebbe stato sommerso dall'acqua e poi sarebbe riemerso. Così ho detto "Va bene". C'è una mia foto in cui ho Mathieu sulle spalle, lo metto sopra a questo frangiflutti con la sedia a rotelle, in acqua. Questa scena non c'era nella sceneggiatura. E la stessa cosa per la scena dell'uomo che lo tiene in braccio in piscina. Ho visto la piscina e ho detto "Ok, mettiamolo lì dentro". Sembrava la Pietà. Daniel, l'uomo che interpreta la scena, era stato il terapista di Jean-Do.

Che rapporto ha avuto con il libro?
Ci sono tornato sopra moltissime volte. Mi piaceva molto quella bellissima immagine di lui che guarda il soffitto in piscina. Volevo trovare del testo da usare in quella scena. E ho scelto la parte sulla pentola a pressione. E poi improvvisamente arriva quest' altra parte su Eugenie. Quando lui dice "E' un sogno". Lei entra, lo bacia come se lui potesse stare in piedi e poi lui sta di nuovo sulla sedia a rotelle. E dice, "Quando nuoti nelle nebbie di un coma, non hai il lusso di vedere i tuoi sogni evaporare." Penso che la differenza fra questi due posti sia sempre più sottile. Non si poteva distinguere fra i sogni e la realtà. Quando sei malato è così. E' stato così con mio padre. Mio padre cominciò...Chiesi a Darin McCormack di scrivere quello che mio padre diceva. Ci ammaleremo tutti un giorno. Diventeremo il centro dell'attenzione e poi diventeremo invisibili. Succede a tutti, se conosci qualcuno che si sia ammalato o se ti ammali o quando invecchi, è un problema di coscienza. In un certo senso quello che Jean-Dominique diceva è, "Quando stavo bene, non ero vivo, non c'ero, ero molto superficiale. Ma quando sono tornato - il punto di vista della farfalla - Ero rinato come un io." Così è potuto diventare un grande scrittore.

Pensa che la storia di Jean-Dominique si possa paragonare alla vita di un artista?
Sì, naturalmente, la scrittura l'ha salvato. La sua vita interiore ha preso forma perché lui ha iniziato a scrivere il libro. Lo stesso succede con l'arte. Il libro gli ha dato una ragion d'essere, ha dato la vita a lui, alla sua famiglia. Grazie al libro, per loro, in un certo senso, è come se lui fosse ancora vivo. E' un modo di affrontare il dolore.

Nel suo lavoro di artista, sia pittore che regista, che posto ha la letteratura?
Fare cinema è riscrivere, tutto il tempo. Montare è riscrivere. Quando dipingo non reinterpreto, non trasferisco nulla. Lo faccio e basta. Non c'è nessuna trasposizione. Nella scrittura non c'è trasposizione se stai scrivendo, per esempio, un romanzo. Ma se scrivi qualcosa che poi sai che diventerà un film, allora devi trasformare un testo in un'altra forma. Una volta che hai fatto questa trasposizione, ti puoi comportare come se stessi dipingendo.


JULIAN SCHNABEL

Julian Schnabel è nato a Brooklyn, NY nel 1951. A 15 anni, si è trasferito con la sua famiglia a Brownsville, nel Texas. Ha studiato all'Università di Houston, prendendo un BFA ed è tornato a New York nel 1973 per seguire un Corso di Studi Indipendenti al Whitney Museum. Nel 1978 Schnabel ha fatto il suo primo dipinto "The Patients and the Doctors". La sua prima mostra è stata fatta nel 1979 alla galleria Mary Boone di New York. Fin da quel momento i lavori di Schnabel sono stati esposti in tutto il mondo. I suoi dipinti, le sue sculture e i suoi lavori su carta sono stati oggetto di retrospettive al Centre Georges Pompidou di Parigi, alla Whitechapel Gallery di Londra; allo Stedelijk Museum di Amsterdam; alla Tate Gallery di Londra; e al Whitney Museum di New York. Nel 1996 ha scritto e diretto Basquiat, un film sul suo amico, artista newyorkese, Jean Michel Basquiat. IL suo secondo film, Prima che sia notte, ha vinto il Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2000 e ha fatto guadagnare a Javier Bardem una nomination come Migliore Attore agli Oscar. Nel 2004 sono state fatte delle retrospettive dei lavori di Schnabel alla Schirn Kunsthalle di Francoforte; al Palacio Velazquez a Madrid e alla Mostra d'Oltremare a Napoli. Quest'estate sono state fatte altre mostre su di lui a Palazzo Venezia, a Roma; allo Schloss Derneburg, a Derneburg, in Germania; alla Rotonda della Besana, a Milano; alla Tabacalera, a Sen Sebastian.
Julian Schnabel vive con sua moglie Olatz e la sua famiglia fra New York, Montauk, NY e San Sebastian.

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