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David Fincher paragona Mank ai film dei Marvel Studios: "La fatica è stata identica"

David Fincher paragona Mank ai film dei Marvel Studios: 'La fatica è stata identica'
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Gli autori hollywoodiani che vanno a lavorare con Netflix a quanto pare non riescono a togliersi dalla testa i film dei Marvel Studios: dopo le parole spese nella promozione di The Irishman di Martin Scorsese, infatti, adesso arrivano quelle di David Fincher per il marketing di Mank.

Il regista di Seven e Zodiac, infatti, per descrivere la difficoltà del lavoro svolto nella realizzazione del suo nuovo film, prodotto e distribuito da Netflix, ha usato come termine di paragone i film di Kevin Feige, noti nell'ambiente per i loro ritmi di produzione serratissimi.

In un'intervista concessa al New York Times, Fincher ha notato che la produzione di Mank è stata "ad alta intensità di lavoro, pixel per pixel, come un film Marvel". Queste dichiarazioni nell'articolo del NYT arrivano dopo la menzione di un uso da parte del regista di una tecnica di stabilizzazione dell'inquadratura utilizzata in ogni ripresa del film, cosa che gli ha permesso di modificare minuziosamente e digitalmente qualsiasi imperfezione in fase di post-produzione, anche "su materiale apparentemente irrilevante come un personaggio che prepara un drink ad un tavolo."

E' noto che Fincher abbia implementato questo sistema in ogni suo film sin da The Social Network, ed è un tipo di post-produzione molto simile alle tecniche utilizzate nei film di supereroi ad alto budget. Curiosamente, proprio come Scorsese ma senza il clamorose suscitato l'anno scorso, all'inizio di questo mese il regista aveva reso nota la sua antipatia per il genere dei supereroi quando ha liquidato quel tipo di cinema come "stagione cinematografica da estate in spandex": più nello specifico l'invettiva di Fincher era indirizzata a tutta Hollywood, dato che ne ha avute anche per i film pensati per esclusivamente gareggiare agli Oscar.

A proposito di invettive: avete letto la sua ultima intervista in cui attacca Orson Welles?

FONTE: NYT
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