Zodiac, il David Fincher propedeutico a Mindhunter

La serie originale Netflix prodotta e diretta da David Fincher rappresenta nel suo insieme un'evoluzione fisiologica dell'atipico thriller del 2007

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Più o meno a cadenza decennale, dal 1995 in poi, David Fincher torna puntualmente a raccontare le contorte menti dei serial killer. È un tema che affascina ed eccita in senso artistico l'autore sin dai tempi di Seven e che in termini cinematografici ha contribuito a plasmare profondamente, dando forma e contesto a un modello di thriller molto più serpentino e complesso di altri.
In Seven troviamo le basi di questa stuzzicante atipicità, che non fa delle sole indagini sull'assassino il nucleo narrativo del racconto, perché forse più dell'efferatezza dei crimini, degli indizi e dei colpi di scena, a interessare al regista è l'impatto psicologico ed emotivo che questi eventi hanno sui protagonisti, quelli buoni.

Partendo allora da un'atmosfera inquietante e cromaticamente asettica, creando dunque un'impalcatura visiva respingente nella sua indubbia attrattiva, Fincher sfrutta il suo acume e la sua conoscenza del mezzo per addentrarsi con perspicacia e intelligenza nelle conseguenze umane generate da simili atrocità, dedicando il tempo di questo suo "studio" alla parte positiva che viene in qualche modo maltrattata se non addirittura corrotta dalle agghiaccianti circostanze, anche quando tutto sembrerebbe suggerire il contrario.
Se nel film con Brad Pitt e Kevin Spacey questo elemento è proprio parte integrante della svolta finale (che resta emblematica ed esemplare), nel successivo Zodiac il focus è dirottato su questo aspetto, dato che l'opera forse più articolata se non addirittura intellettuale di Fincher è un brillante percorso analitico dedicato agli effetti che il terrore genera sulle persone e sulla società. E tutto parte sempre dalla paura e dall'ossessione.

Come muoversi nel labirinto

Andando oltre, è forse proprio Zodiac ad aver convinto l'autore a tornare a parlare di serial killer in Mindhunter, perché nel film si sviluppa soprattutto la parte giornalistico-investigativa della vicenda, senza entrare troppo nei dettagli della psiche del Killer dello Zodiaco. Colpa degli eventi e delle criticità legate ai terribili fatti di cronaca, visto che gli omicidi interessarono la Baia di San Francisco per circa dieci anni, nel corso del tempo scomparvero prove e testimoni e l'unico indiziato (riconosciuto da una delle vittime sopravvissute nel 1991) morì di infarto pochi giorni prima della testimonianza.
Il libro dell'ex-vignettista Robert Graysmith (interpretato nel film da Jake Gyllenhaal) prova a far luce sul mistero, riportando date, indizi, lettere criptate e curiosità legate alla vicenda, convincendo praticamente tutti della bontà delle sue ricerche e creando una vero e proprio mosaico investigativo molto più concreto e interessante di quello della polizia. Come fare, però, a muoversi nella mente di un serial killer se questo non è mai stato realmente identificato?
Certo, stando a Graysmith e al riconoscimento del '91, Arthur Leigh Allen (John Carroll Lynch) è indicato con buona certezza - anche nell'opera - come Zodiac, ma su di lui sono state esclusivamente raccolte prove indiziarie, il che lo rende in termini legali soltanto un importante sospettato, il numero uno. Di schiacciante, purtroppo, non è mai stato raccolto nulla, il che ha costretto David Fincher e la produzione a confezionare un thriller inconsueto, un titolo mosaico attraverso cui districarsi in un labirinto intricato senza perdersi, impossibilitati comunque a raggiungere un'uscita.

Di Seven si è mantenuto il focus sui personaggi positivi: i giornalisti e i detective legati al caso vengono messi su un piedistallo narrativo per rendere le loro vite, i loro sacrifici e tutte le ripercussioni o gli strascichi dell'evento il vero oggetto del racconto, prima ancora della vicenda stessa, dell'Assassino dello Zodiaco.

A inframezzare poi le loro osservazioni, gli scambi d'opinione, le investigazioni e la cronaca, Fincher sfrutta quelli che sono indicati da Graysmith e dalla stampa dell'epoca come gli omicidi imputabili a Zodiac, ricostruendoli nei minimi dettagli, raggelando lo spettatore per come sono pensati e messi in scena, senza mai mostrare il volto dell'assassino, modificandone sempre la voce e anche la sagoma, nonostante restino intatti gli unici tratti salienti testimoniati dalla vittime sopravvissute (i soli maschi).

Se per buona parte del film si avverte l'esigenza di spiegare e mettere in relazione persone, luoghi e indizi, in una vera e propria indagine con troppi sbocchi e poche certezze - sia dal punto di vista giornalistico che poliziesco -, quando l'autore entra nel vivo degli omicidi ne mostra la barbarie e la crudeltà utilizzando una struttura che dalla quiete arriva alla rottura della tranquillità e infine alla tensione, mantenendo sempre lucida un'inquietudine di fondo che si attacca all'ossatura dell'edificio stilistico fincheriano. Ancora di più: la sequenza forse più angosciante di tutte, tra queste degli omicidi, è l'unica ambientata di giorno, senza musica efficace di sottofondo e girata con macchina fissa, con ripresa dalla distanza.

Il genio del regista è rintracciabile proprio in questo: nel pensare a un contrasto tecnico-contenutistico dove si cerca volontariamente di distanziarsi dalla tensione creandone al contempo persino troppa (che è poi quello che fa anche in Mindhunter, anche se è abituale un refrain musicale ad accompagnare l'inquietudine della sequenza).

Come Seven è servito da base a Zodiac, così Zodiac serve adesso da base alla serie originale Netflix, che interessandosi comunque alle ripercussioni psicologiche dei protagonisti, entrando a gamba tesa nel loro intimo, vuole invece soprattutto investigare con meticolosità la psiche dei serial killer, partendo proprio dai profili fino alla loro cattura. Ovviamente ispirandosi ai metodi descritti dal saggio sul profiling di John E. Douglas, Mindhunter è come se distendesse la scena dell'interrogatorio di Leigh Allen in Zodiac (tra le più belle e significative) a ogni singolo serial killer con cui Ford o Tench parlano nel corso della serie, si tratti del Figlio di Sam o di Charles Manson. C'è sicuramente più sfida, una caccia al topo dove si cerca di stanare la preda con un modus operandi in fase di sperimentazione e diffusione, ma resta comunque quella la costruzione, la stessa idea di attesa, il contenuto. E se allora Mindhunter è una delle serie migliori degli ultimi anni, parte di questa sontuosa qualità dialogica e registica la si deve anche e soprattutto a Zodiac, che resta uno dei Fincher migliori, sicuramente propedeutico al serial che vi sta facendo oggi tremare e appassionare.

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