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Zack Snyder's Justice League è su Netflix: perché rivalutare lo Snyderverse

Un universo tanto problematico quanto affascinante, ideato secondo i criteri d'autore di uno dei registi mainstream più divisivi di sempre.

Zack Snyder's Justice League è su Netflix: perché rivalutare lo Snyderverse
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La fine dello Snyderverse coincideva con uno dei momenti umani più tragici per l'autore americano. A seguito di un pesante lutto in famiglia, non potendo infatti sopportare il pressante faccia a faccia con Warner Bros. per la curatela artistica del suo stesso progetto, ostracizzato nel merito visivo, tonale e contenutistico dai produttori, Zack Snyder scelse di abbandonare il suo universo condiviso DC per prendersi cura dei propri cari, ritirandosi momentaneamente dalle scene. Un lutto anche per i fan più sfegatati dell'autore del Wisconsin, che dal 2017 in poi salutarono a malincuore tutto il costrutto cinematografico impalcato con passione, impegno e convinzione da Snyder, consapevoli dell'arrivo di un drastico cambio creativo.

Cosa in effetti accaduta, guardando al prosieguo dell'Universo DC tra cinema e televisione, tra i vari Aquaman, Joker di Todd Phillips, The Suicide Squad o quel capolavoro descritto nella recensione di The Batman di Matt Reeves, ma in qualche modo l'amore per lo Snyderverse è sopravvissuto alla damnatio memoriae grazie all'interesse dei fan, riusciti persino a donare nuovamente passione e speranza allo stesso Snyder, spronandolo a riprendere in mano la sua director's cut di Justice League, uscita poi lo scorso anno su HBO Max. Ora la Justice League di Snyder arriva su Netflix (la recensione di Zack Snyder's Justice League è a un solo clic da qui). Un'uscita in streaming che ci permette di approfondire brevemente alcune caratteristiche essenziali di un mondo narrativo condiviso evidentemente problematico ma estremamente caratteristico, unico e diverso, che al netto di molte criticità strutturali vale la pena riscoprire e rivalutare.

Un universo dark e profondo

L'arrivo di The Flash (e l'ultimo ritorno del Batman di Ben Affleck), il prosieguo di Shazam! e tutta un'altra serie di progetti DC hanno in un modo o in un altro tramandato (piccola) parte dello Snyderverse.

Per forza di cose, protagonisti e intrecci narrativi preliminari, sono scampati al cambio di rotta artistico dell'etichetta a guida Walter Hamada, allontanandosi però sempre di più dal contesto visivo e tematico imbastito in precedenza da Snyder. Una situazione quanto mai paradossale, essendo lo Snyderverse legato creativamente al suo stesso autore, consolidatasi però per anni, riscuotendo anche un discreto successo. Stilemi e caratteristiche primarie di questo grande mondo cinematografico condiviso erano palesate sin dall'uscita de L'uomo d'acciaio, primo take di Snyder con un supereroe DC e storico ritorno di Superman sul grande schermo nell'esplosiva era dei cinecomic. Pure se la mano produttiva di Christopher Nolan si faceva sentire, soprattutto narrativamente, nei piani temporali, il film proponeva uno spettacolo supereroistico molto diverso da quello già rodato in casa Marvel. Dark, maturo e di una certa grandeur epica priva di un giusto equilibrio tra dramma e ironia e per questo indigesta al grande pubblico, abituato nel sottogenere a qualcosa di diverso, o fortemente autoriale e memorabile (pensiamo ai Batman di Nolan) o al mainstream a tutto tondo della Casa delle Meraviglie.

Gli stessi motivi che anni prima fecero fallire la trasposizione di Watchmen sempre a firma Zack Snyder, nonostante la fedeltà al materiale originale di Alan Moore e Dave Gibbons al netto di scelte d'adattamento feroci ma obbligate. Le idee erano chiare: impalcare un'epica supereroistica dichiaratamente diversa da quella Marvel, più sporca e adulta, il più cruda possibile, analizzando nel mentre il rapporto tra uomo e dio (con decine e decine di riferimenti cristologici vari) e tentando di imbastire un'operazione artistica che potesse risultare valorizzata al cuore delle più profonde intenzioni registiche di Snyder.

L'apice dello Snyderverse

La sua vera Justice League, quella della director's cut, rappresenta in effetti l'apice massimo di questa visione, con la sua cupezza di fondo a sorreggere lo scheletro di un'opera volutamente lunga ma soppesata, estrema conseguenza dello snyderismo applicato al mondo dei supereroi, di fatto gli unici passabili tra le mani del regista per loro stessa natura. Pur sbagliando molte cose (i tempi narrativi e la scrittura su tutto), i film dello Snyderverse hanno saputo intercettare l'anima più introversa e complessa del pubblico mainstream, proponendo un fronte cinecomic diverso agli insofferenti della Fase 2 Marvel, qualcosa di riconoscibile e consapevole che potesse sorprendere al di là di pregi e difetti, per essere specchio dell'ideale cinematografico di Snyder in chiave supereroistica senza se e senza ma.

La polarizzazione del pubblico era insita nello sviluppo, insomma, ma lo Snyderverse non si è mai piegato a troppi compromessi, scegliendo invece la strada della personalità a tutti i costi, "o così o quella è la porta". E quando la decisione si è fatta concreta per lo stesso Snyder, l'autore poco ci ha messo a superare l'uscio per tirarsi fuori da qualcosa in cui non riusciva più a riconoscersi, nel bene e nel male.

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