X-Men - Apocalisse di Bryan Singer: analisi di un flop epocale

Nel 2016 usciva il cinecomic dedicato agli X-Men, seguito di uno dei più fortunati episodi del genere, che si rivelò un disastro epocale.

X-Men - Apocalisse di Bryan Singer: analisi di un flop epocale
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Ancora oggi, parlare di X-Men - Apocalisse è un vero e proprio viaggio nella delusione per i fan dei mutanti creati da Kirby e per ogni amante dei cinecomic. Può sembrare esagerato, ma la realtà è che dopo quel capolavoro di Giorni di un Futuro Passato, forse sarebbe stato meglio chiudere definitivamente e mettere la parola fine alla saga.
Del resto quando si conclude dopo un tale trionfo è difficile dire che tutto è finito veramente. Qui però l'insieme sembrò qualcosa di tanto raffazzonato quanto incostante, con un'ambientazione negli anni '80 a dir poco kitsch e melensa, a cui si aggiunsero linee narrative troppo poco sviluppate e affrettate. A cinque anni di distanza, è giusto guardarsi indietro, analizzare quel film, cercare di capire perché fallì così clamorosamente e di fatto mise fine a un universo cinematografico così bello e coerente.

Un'eredità troppo pesante

X- Men - Giorni di un Futuro Passato aveva portato la saga a un punto di non ritorno. Di base, si era trattato di qualcosa capace di connettere sia la vecchia trilogia sugli X-Men, sia i vari stand-alone dedicati a Wolverine così come il nuovo corso cominciato con quella piccola perla di X-Men - L'inizio.
Ben prima di Infinity War quindi, il mondo aveva avuto un film dalla struttura narrativa ibrida, in cui passato, presente e futuro si sovrapponevano, onorando Claremont e Byrne, che nel 1981 avevano semplicemente cambiato tutto nella storia dei celebri mutanti.
Fare di più era difficile, probabilmente impossibile, ma staccarsi da quel film, in un modo così drastico, fu quanto di più sbagliato Singer potesse concepire e con lui Simon Kinberg, lo sceneggiatore.
Di base l'insieme parve tornare, per struttura ed estetica, al vecchio mondo dei cinecomic, alle atmosfere dei primi anni 2000. Peccato che intanto la Marvel avesse impresso in quegli anni un'accelerazione improvvisa, sia per quello che riguardava l'utilizzo degli effetti speciali, sia in particolare per la necessità di sposare una narrazione strutturata sul modello televisivo.
I nuovi personaggi necessitavano sicuramente di molto più spazio, quelli vecchi di altre idee ed elementi, o perlomeno di una nuova declinazione. Invece nulla di tutto questo avvenne. Il massimo a cui X-Men - Apocalisse parve aspirare fu omaggiare il peggio dei look più pop e trash degli anni '80 e dei costumi più arlecchineschi tratti dai fumetti, dove invece nei film precedenti perlomeno vi era stato un limite.
Anche per questo, ancora oggi molti fanno un paragone con il terzo, deludente, capitolo della prima trilogia sugli X-Men.

Nuove reclute di scarso interesse

La trama aveva al centro un villain fumettistico tra i più inquietanti e tenebrosi: Apocalisse appunto. L'inizio pareva promettere molto bene, visto che l'Antico Egitto era teatro di una sequenza assolutamente ammaliante per energia, azione e fascino. En Sabah Nur, padrone di quel regno, veniva tradito dagli umani stanchi della sua tirannia, durante il rituale che prevedeva che la sua mente si spostasse dal suo ormai vecchio corpo a uno nuovo, appartenente a un giovane del posto (Oscar Isaac), capace di autorigenerarsi.
Bloccato per secoli sotto le macerie, riemergeva per una serie di circostanze fortuite nel 1983, e in breve si rimetteva sul suo cammino di distruzione e dominio, assieme a quattro nuovi "Cavalieri".
Da questo punto, il film si biforcava in modo inspiegabile. Da una parte le nuove giovani leve della Scuola del Professor Xavier, dall'altra il destino di Magneto, che ritornato nella sua Polonia vedeva moglie e figlia trucidate, tornava a essere l'arma vivente assetata di vendetta di tanti anni prima.

Il problema della sceneggiatura di Kinberg era forse rappresentato dal fatto che, oltre ad aggiungere troppa carne al fuoco, i vari momenti di svolta dell'iter narrativo erano concepiti in modo sbrigativo, e non meglio fece Singer, che sovente si dimostrò troppo incline a cercare un'epica, tanto forzata quanto immotivata, perché poggiata su un'empatia troppo scarna tra personaggi e pubblico.
Le nuove leve, Ciclope, Jean Grey, Tempesta e Nightcrawler, erano interpretati da Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp.
Se McPhee e Sheridan ben figurarono nel dipingere personaggi fragili e poco sviluppati, Turner e Shipp invece fallirono su tutta la linea.
La prima esibì un'espressività limitatissima, la seconda fu penalizzata da una sceneggiatura che la mise costantemente ai margini.

Un cattivo bidimensionale e tematiche poco sviluppate

Ma alla fin fine il vero difetto, quello più grave almeno, stava proprio nel modo in cui era caratterizzato un cattivo come Apocalisse.
Al di là della scelta opinabile di connettersi visivamente in modo troppo fedele al fumetto, il renderlo una creatura di totale malvagità immotivata, assolutamente priva di alcun fascino, una sorta di incrocio intergalattico tra un Gengis Khan e un Palpatine, lo rese in realtà ben poco seducente.
Di certo non si può pensare che la colpa fosse di Isaac, che ce la mise tutta, quanto piuttosto della mancanza di coerenza rispetto alla tradizione degli X-Men, all'affascinante dato di fatto per il quale i "cattivi" non erano mai cattivi e basta. Dietro vi era sempre una motivazione, una spiegazione, sovente traumi, violenza o addirittura la buona fede. Qui invece il motore principale del film fu ridotto al classico tristo mietitore con manie di protagonismo.

Il meglio di ciò che ci veniva dato dal film era dai classici elementi da "minestra riscaldata": il videoclip farsesco del Quicksilver di Evan Peters, il duello finale tra i vari mutanti buoni o cattivi, la rabbia del ritrovato Wolverine di Jackman, Arma X nella base di Striker.
Un po' poco per pensare di essere all'altezza delle aspettative di un pubblico che, con i due film precedenti, aveva avuto non solo colpi di scena e originalità, ma anche una bellissima connessione alla vera storia degli anni '60 e '70.
In fin dei conti, i mutanti della Marvel questo erano sempre stati: personaggi di fantasia, certo, ma con i piedi ben piantati dentro le problematiche del loro tempo e della società.

Un film troppo sconnesso dai precedenti

C'erano i grandi temi, quelli eterni e universali negli X-Men oltre al riferimento alla segregazione, alla guerra fredda e molto altro. Vendetta, amicizia, giustizia, le diseguaglianze, la società come un gigantesco animale fatto di paura e violenza, la solitudine esistenziale e il limite tra libertà personale e responsabilità. Tutto questo in X-Men - Apocalisse non c'era e, se c'era, risultava assolutamente secondario, quasi impalpabile.
Ciò avvenne anche perché la qualità dei dialoghi, così come la presenza dei due cardini attorno a cui ruotava questo universo, il Professor X e Magneto, fu largamente limitata.
Come Singer pensasse di ovviare è un mistero, visto che loro rappresentavano da sempre i due diversi lati della natura umana: ragione e sentimento, razionalità e istinto, perdono e vendetta.
Vennero entrambi sacrificati per la fiacchissima Jeane Grey della Turner, per una sequenza finale ambientata in Egitto dal poco senso, che dava la netta sensazione di low-cost (178 milioni invece di 220 che si videro tutti) e di puntare a un approccio molto più "fumettistico", quasi alla Batman & Robin in alcuni momenti.
Scenografie scarne, costumi sopra le righe, CGI superata e deja-vu dietro ogni angolo. Una terribile delusione, ma non tanto quanto il pensare a cosa è venuto dopo: un film come Dark Phoenix, con cui la Fox fece persino peggio.
Anche per questo, molti hanno sempre visto non in questi due episodi ma nel bellissimo Logan di Mangold il vero, unico, fantastico finale di una saga che meritava un epilogo migliore.

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