Woody Allen pensa al ritiro dalle scene: la disfatta del paroliere di NY

L'autore di Io e Annie e di Midnight in Paris è a un punto cieco della sua carriera e ormai prossimo a un triste ritiro per tanti fattori contingenti.

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Quando un autore prolifico e a lungo stimato come Woody Allen parla di ritiro, la settima arte trema. Non tutti possono lavorare a oltranza come un Clint Eastwood, che a 90 anni compiuti pensa già al suo prossimo film, perché spesso è la vita a metterci lo zampino. C'è chi è costretto a fare un passo indietro per malattia o vecchiaia e chi, come nel caso di Allen, diventa un caso mediatico su cui accanirsi, soprattutto quando esistono due processi conclusi con la piena assoluzione a suo carico. Parliamo ovviamente del caso Farrow e delle pesanti accuse di abusi mosse ad Allen dalla figlia Dylan e dall'ex-moglie Mia Farrow, senza contare l'apporto dell'altro figlio, Ronan, nella sua ascesa evidentemente carrieristica in quel di Hollywood.

Nonostante il pronunciarsi della legge - quasi 30 anni fa - e tanti dubbi in merito alla veridicità dei Farrow, la carriera di Allen ha incontrato nel 2017 il muro del #MeToo, edificato sulle nuove dichiarazioni di una Dylan ormai cresciuta che hanno distrutto in pochissimi mesi la figura del Paroliere di Manhattan per come avevamo imparato a conoscerla.

Spalle al muro

Era dal 1990 che Woody Allen usciva al cinema con un film all'anno, partendo da Alice. Prima era ugualmente prolifico ma arrivava a pubblicare anche due titoli in un solo anno, mentre dai '90 in poi ha seguito un modus operandi ben preciso e successivamente rinomato. Un po' lo Stephen King del cinema d'autore, Allen, dedito alla sua arte, alle sue parole, al suo amatissimo lavoro. Oggi le cose sono cambiate, con un presente difficile e un futuro in cui lo stesso regista stenta a proiettarsi con fiducia, consapevole dei tanti - troppi - fattori esterni che hanno e stanno tuttora condizionando la sua vita e purtroppo, indirettamente, l'intero mondo del cinema.
In tre anni, dal 2017 a oggi, un solo film di Allen è uscito in sala, per giunta dopo molte polemiche e comunque non nei cinema americani. Questo per tacere poi della presa di distanza di molti interpreti di Un giorno di pioggia a New York e di vecchie conoscenze dell'autore, che hanno deciso di metterlo all'angolo e seguire il flusso delle loro coscienze (e interessi, certamente). Il regista non porta però rancore e ne parla anzi nella sua nuova biografia, la discussa A proposito di nulla, sostenendo che ognuno ha fatto ciò che doveva, in buona o cattiva fede, per uscire "pulito" da una situazione complessa.

C'è da dire che, da Javier Bardem a Scarlett Johansson, in tanti hanno difeso e sostenuto Allen in questi anni difficili, in cui è importante ricordare che la legge non è stata mai nuovamente interpellata e in cui tutto si è ridotto a un processo mediatico di secondo grado, a strada chiusa, senza sbocchi reali se non quello dell'annichilimento totale di una delle menti artistiche più ingegnose, caustiche e intelligenti dell'intera storia del cinema. E alla fine, a quanto pare, lo scopo è stato raggiunto.

È infatti nel corso di una recente intervista al Financial Times che Woody Allen è apparso più disfattista del solito, quasi abbandonato all'idea di una fine imminente, impossibile da evitare. Parla del lavoro ma anche della vita e non lo fa con piglio sarcastico o pungente ma decisamente serio, e questo a ridosso della post-produzione di quello che potrebbe essere il suo ultimo film, Rifkin's Festival. È un Allen stanco che sembra non voglia più combattere, che riflette anche sull'attuale e tragica situazione del settore cinematografico, duramente colpito dalla Pandemia da Coronavirus. Un fattore aggiunto alla sua angoscia del domani insieme all'evidenza di una concreta impossibilità di tornare a lavorare in America o, più in generale, trovare un produttore.

Dice l'autore: "Ho 84 anni, presto morirò. Potrei anche scrivere la miglior sceneggiatura del mondo, ma se nessuno può produrre il film e non c'è un posto dove proiettarlo... non sono molto incoraggiato". Significa che difficilmente, almeno al momento, tornerà a scrivere qualcosa che possa trovare forma in un lungometraggio. Da qui l'idea - neanche tanto velata - di un imminente ritiro, forse dopo l'uscita di Rifkins' Festival, oppure dopo l'ultimo tentativo di produrre un film testamento della sua carriera. Continuando a discutere del difficile momento artistico che sta affrontando, Allen rivela poi tutte le complessità che non ha mai dovuto affrontare e che si sono venute a creare dopo 54 anni di carriera indefessa, conscio del fatto di non volere (ma anche di non potere) collaborare con colossi dello streaming o altre "vie traverse" per il solo piccolo schermo.

Spiega il regista: "Solitamente finivo una sceneggiatura, la toglievo dalla macchina da scrivere, andavo dal mio produttore per preparare il budget, sceglievamo il cast e iniziavamo a girare. Ho fatto questa cosa per anni, sempre allo stesso modo, un processo semplice. Ma ora non funziona più: cosa ci posso fare? Oggi le persone sono contente di stare a casa, pensano che sia bello fare cena e vedersi un film sul proprio mega schermo col dolby surround. Ma io non voglio fare film per la televisione, quindi potrei semplicemente decidere di smettere di fare cinema". E concludendo, ancora più specifico, rivela di avere pronta una sceneggiatura ma che probabilmente non vedrà mai la luce: "Il Coronaviurs ha posto fine ai miei piani". Un Allen così pessimista e rassegnato non lo avevamo mai visto.

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