Visioni dal futuro: i 3 migliori film tratti da Philip K. Dick

Da androidi che sognano pecore elettriche a realtà che lentamente cadono a pezzi; da futuri già scritti a ricordi già pre-impiantati nella mente.

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Che Philip K. Dick sia uno degli scrittori più saccheggiati da Hollywood non lo dicono solamente i lungometraggi (e le serie televisive) tratti dai suoi lavori - che tra romanzi e racconti superano un centinaio di scritti - ma anche e soprattutto quelli ad essi vagamente ispirati. Non è un mistero, ad esempio, l'ammirazione che Terry Gilliam ha sempre avuto per lo scrittore californiano e il suo Brazil è lì a testimoniarla al mondo intero; così come non avremmo mai partecipato alla meraviglia di Gattaca e The Truman Show se Andrew Niccol non avesse sbriciolato ogni pagina degli scritti dickiani (si pensi al romanzo Tempo fuor di sesto, con il protagonista Ragle Gumm a fungere da prototipo ideale per Truman Burbank), con l'incubo post-atomico di James Cameron in Terminator ha più di qualche debito con l'immaginario fornito da Modello due (racconto poi effettivamente trasposto da Christian Duguay nel suo Screamers - Urla dallo spazio).

Le opere cinematografiche tratte da Philip K. Dick non rispecchiano sempre lo spirito della pagina scritta, proprio per questo molte volte ci si è trovati davanti a una pellicola con uno spunto accattivante ma dallo sviluppo elementare o peggio svogliato. Probabilmente perché la maggior parte di chi acquistava i diritti di una sua opera non vedeva l'ora di trarvi un adattamento in sala action o adrenalinica, oppure condito dall'immancabile storia sentimentale (è il caso dei disastrosi Next e I guardiani del destino). L'errore principale - che solo alcuni registi hanno saputo cogliere - risiede nel pensare a Dick come un costruttore di grandi storie "usa e getta" potremmo dire; tuttavia, Dick non è mai stato interessato all'azione tout court nei suoi lavori: quasi mai capita infatti che il protagonista sia impegnato in movimenti che eccedono la sua natura di everyman (ad eccezione di qualche inseguimento). Questo ovviamente non si traduce per forza di cose in adattamenti seriosi e cupi, perché il divertimento e l'ironia non abbandonarono mai lo scrittore californiano, nemmeno negli ultimi tre romanzi mistici della sua carriera, identificati come Trilogia di Valis. Non ci resta che scoprire se anche Blade Runner 2049 proseguirà nello stesso sentiero tracciato dall'originale del 1982.

Blade Runner (1982)

Curiosamente il primo film in assoluto ad essere tratto da un'opera di Philip K. Dick è anche la migliore trasposizione in immagini del suo immaginario. Terzo film di un giovane Ridley Scott - reduce dal successo di Alien - Blade Runner è basato sul romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, salvo poi distaccarsene per mantenere una coerenza narrativa che non svincoli in territori che sarebbe stato non poco difficile affrontare nell'arco di due ore (viene lasciato fuori ad esempio il rapporto con la religione e tagliato il conflitto con la moglie di Rick Deckard). Se nella pagina stampata, però, si chiarisce la natura umana del protagonista, Scott preferisce invece mantenere una certa ambiguità di fondo (salvo poi dichiarare nelle interviste la natura artificiale di Deckard) che contribuisce alla perfetta resa stilistica e tematica del film. Inoltre, si tratta dell'unico film che Dick approvò personalmente (visitandone il set e dando anche alcuni consigli sulla seconda stesura della sceneggiatura ad opera di David Webb Peoples, a parer suo notevolmente migliore della prima scritta da Hampton Fancher). Purtroppo, non gli riuscì di vedere il film terminato, in quanto morì nel marzo 1982.

Minority Report (2002)

Tratto dal racconto omonimo pubblicato nel 1955, Minority Report cambia in parte la natura dei suoi personaggi per meglio aderire a un protagonista dinamico e sopra le righe come Tom Cruise. Nel romanzo, infatti, il (commissario) John Anderton è più vicino alla figura di Max Von Sydow nel film che non a Cruise, un veterano alle prese con la difesa di una struttura, la Precrimine, diventata così potente da sconvolgere gli equilibri politici del sistema. Tuttavia, Spielberg riesce abilmente a costruire una narrazione che sappia mixare in maniera omogenea gli spunti etico-filosofici del racconto con l'amore per l'action più puro. Stavolta la risoluzione dell'enigma - esiste o non esiste un rapporto di minoranza nelle previsioni dei Precog? - rimane inviolata, ma il finale è volutamente più sereno e consolatorio rispetto alla pagina scritta, dove Anderton riusciva a dimostrare il perfetto funzionamento del sistema della Precrimine, ma a caro prezzo. Spielberg, inoltre, coglie l'occasione per ribaltare anche il concetto di infanzia perduta che da sempre contraddistingue le sue opere più umaniste, togliendo di fatto la gioia della paternità al suo protagonista. Uno spunto a dir poco interessante...

A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare (2006)

Benché (probabilmente) inferiore in termini di qualità ad Atto di Forza di Paul Verhoeven, A Scanner Darkly è basilare per comprendere quanto sia difficoltoso cercare di tradurre appieno in immagini tutte le paranoie e i temi cardine della poetica dickiana. Richard Linklater, dal canto suo, adotta la tecnica d'animazione in rotoscope già utilizzata nel precedente Waking Life (anch'esso pieno di riferimenti allo scrittore californiano) per rendere al meglio la confusione mentale, i danni cerebrali del suo protagonista e la perdita residua dell'identità: Bob Arctor è in realtà l'agente della narcotici con il nome in codice Fred, ma è anche Bruce - ex-padre di famiglia modello e adesso tossicodipendente in un centro di riabilitazione. Tuttavia, il risultato di una trasposizione così pedissequa nei confronti dell'opera madre si traduce in sequenze spesso fin troppo didascaliche e banali. Rimane comunque una discreta rappresentazione della seconda e ultima fese creativa di Dick, quella contraddistinta dalle misteriose visioni mistiche del marzo 1974 e che serviranno da base per i suoi ultimi impegnativi lavori.

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