Venom, cosa avremmo voluto vedere nel film con Tom Hardy

Il cinecomic di Ruben Fleischer si è rivelato un prodotto divisivo e qualitativamente scostante, privo di molti elementi importanti.

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I tempi produttivi di Venom non sono stati lunghissimi. Nel giro di un poco più di un anno, la Sony Pictures ha settato il pitch del progetto "Universo Marvel", annunciando come film apripista il Venom di Ruben Fleischer, scritto da Jeff Pinker e con protagonista Tom Hardy. Un titolo che ha subito attirato l'interesse del pubblico mainstream e di appassionati di cinecomic, perché dedicato a uno dei villain o anti-eroi più carismatici, brutali e sofisticati dell'intera produzione Marvel. Specie poi dopo la versione di Sam Raimi in Spider-Man 3, fin troppo zoppa e abbozzata, i fan sono andati davvero in visibilio per un film che sembrava potesse traslare con sufficiente forza espressiva un personaggio tanto complesso. Questo, tra l'altro, senza essere troppo bulimico in termini di virtuosismi o tecnica, ma strutturando un impianto narrativo in linea con i tempi e con l'evoluzione del genere, stilisticamente e artisticamente coevo, non anacronistico.
Al netto di una certa rilettura e riscrittura di Venom in chiave ironica, goliardicamente auto-indulgente, il film del regista di Benvenuti a Zombieland è un prodotto fin troppo povero di intuizioni e originalità, dimostrandosi invece un cinecomic stantio seppur molto divertente, comunque lontano dalla controparte fumettistica.
Eppure sarebbero bastati dei semplici e opportuni accorgimenti a una formula dopotutto funzionale per fare bene, per fare sicuramente meglio. Proviamo a capire quali sono insieme.

[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

In linea con i tempi

Prima di tutto, uno dei più grandi e sottolineati problemi di Venom è che, sia visivamente sia per come è pensato e sviluppato nella regia, il film appare vecchio. Ha una struttura narrativa che è degna figlia della filosofia produttiva di Avi Arad, uno dei super-produttori che hanno traghettato la Hollywood dei cinecomic verso lidi migliori dalla fine degli anni '90 ai primi del 2000, arrivando oggi a produrre per Sony anche questo adattamento cinematografico. Il suo modus operandi sembra influenzare fin troppo profondamente il film, che appare infatti concettualmente attempato, così come stanco e senile lo è anche nella forma. Fleischer, d'altronde, dopo Benvenuti a Zombieland, non si è dimostrato in alcun modo un regista capace di altre scelte interessanti o vincenti, pensando al disastroso Gangster Squad (al tempo minato anche da molti problemi socio-culturali) o anche a 30 Minutes or Less, action comedy dal ritmo sostenuto ma generalmente blanda di inventiva. Non un nome forte che possa imporre, insomma, la sua visione (sempre che ne abbia una ben specifica) allo studio, quanto piuttosto un cineasta funzionale mediamente conosciuto attraverso il quale veicolare idee e standardizzazioni stilistiche pro-botteghino senza fare troppi problemi.
Ruben Fleischer fa insomma del suo meglio, ma non va oltre il semplice svolgimento del compito assegnatogli, lasciando Venom privo di personalità e di anima, dirigendo senza pensarci troppo lo script di Pinker, pre-approvato in tutta fretta dalla Sony Pictures. Niente appunti, niente riscritture, nessun approfondimento: c'è l'ironia, ci sono tre scene d'azione in croce, un lungo prologo introduttivo e un'analisi sociale abbozzata degli ultimi nella comunità americana. Basta aggiunge CGI quanto basta - ma non troppo dispendiosa - e confezionare un film che possa adattarsi ai palati del pubblico mainstream, soprattutto quello meno esigente.
Ebbene, Venom deve innanzitutto conciliare in modo molto più equilibrato e virtuoso il lato ironico con quello dark, che per un personaggio tanto importante e sfaccettato è cosa estremamente importante. Non basta mostrare un Eddie Brock fallito per dipingere bene un simile protagonista, specie perché l'Eddie di Tom Hardy è fin troppo positivo rispetto alla controparte fumettistica, dove il suo circuito etico è completamente saltato e dove c'è molta più amoralità che rassegnazione.
In ogni caso, soppesando alcune scelte del film - specie nella parte centrale - una ben più radicata psicoanalisi cinematografica del personaggio avrebbe reso più credibile Hardy nei panni di Eddie Brock, ma poi il cinecomic stesso, perché sarebbe risultato ben più bilanciato nei toni e plausibile nel rapporto con il Simbionte.

A proposito del Simbionte: questo ci viene già presentato col nome di Venom, ma la verità è che Venom è l'unione e solo l'unione tra il Simbionte ed Eddie, il corpo ospitante. Non un parassita - come più volte viene appellato - ma un organismo incapace di sostenere la vita da solo, costretto a un rapporto di reciproco interesse e accrescimento con l'ospite, sempre che questo sia compatibile. Un parassita, invece, prende e basta, senza dare nulla in cambio.
Nel film, il Simbionte viene descritto improvvisamente come "uno sfigato, proprio come Eddie", motivo che poi lo spinge a parteggiare per l'umanità contro il team leader Riot, intenzionato invece a rendere il pianeta una sorta di dispensa per la razza dei Simbionti.
Siamo certi che lo sviluppo psicologico del Simbionte sia stato purtroppo intaccato dal cut di 40 minuti di girato, perché arriva troppo repentino, troppo fuori luogo: bastava mantenere qualche minuto di girato o, almeno, non troncare così malamente un tratto tanto importante in termini narrativi, ma questa è ulteriore dimostrazione che la storia, in Venom, era solo accessoria, esattamente come la regia, elementi secondari al solo nome della proprietà intellettuale, da sfruttare obbligatoriamente sia prima della perdita dei diritti sia per provare a costruire un Universo Narrativo tutto made in Sony. E tra le pecche della regia, c'è anche l'azione.

Il problema della sequenze action è importante, perché in fondo parliamo di un titolo mainstream basato su un personaggio fisico, violento e spasmodico. Non ci aspettiamo la ricercatezza e la cura di Edgar Wright, non l'ipertrofia di Michael Bay né la destrezza tecnica e la perizia di Matthew Vaughn, ma quanto meno un elaborato action adeguato, chiaro, entusiasmante.
Purtroppo il film non ha neanche questo. Le scene di combattimento tra umani e Venom si svolgono in modo poco profondo, senza guizzi particolari, come fossero un copia e incolla di un pilot televisivo della CW, con una strizzatina d'occhio al cinema di serie B più mediocre. Questo nella costruzione, sia chiaro, perché - pur con i suoi difetti evidenti - la CGI è superiore a queste produzioni. Passando poi alla lotta Venom-Riot tutto peggiora. Il richiamo al lavoro di Tod McFarlane è evidentissimo, ma purtroppo a mancare è il perfezionamento della dinamicità dell'azione rispetto alla staticità della tavola a fumetti, immortalata nella sua essenza analizzabile.
Fleischer ha sì intuito l'importanza della citazione, tanto che per renderla chiara all'interno di uno scontro plastico e gommoso, fatto di elementi traslucidi neri e grigiastri e immersi in una luce artificiale nel bel mezzo della notte, il regista ha dovuto impiegare almeno quattro rallenty per mostrarla e soprattutto rendere chiaro lo svolgimento dei passaggi più importanti.
Ma il freddare l'azione al rallenty da solo non può dare la giusta misura di un intero scontro, pur sempre basato su dei personaggi che per loro natura hanno fattezze collose, difficili da tradurre perfettamente al cinema, specie nelle scene d'azione.
Eppure, per darvi un'idea, anche lo stile del compianto Steve Ditko per il suo Doctor Strange era dettagliatissimo, ricco di particolari, sublime e onirico, elementi che Scott Derrickson - regista con una certa conoscenza dell'opera e una sua visione adeguata - ha saputo traslare al cinema in modo avvincente, cristallino e virtuosamente dinamico, pur utilizzando molta CGI e coreografie articolate.

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