Van Helsing, il mostruoso guilty pleasure firmato Stephen Sommers

Girato nel 2004, il blockbuster con Hugh Jackman tentava di sfruttare la formula de La Mummia con i personaggi di Bram Stoker (e non solo).

speciale Van Helsing, il mostruoso guilty pleasure firmato Stephen Sommers
Articolo a cura di

Il cinema è una scala cromatica graduata, che ammette sfumature. Tra il bianco e il nero, c'è il grigio, e in quell'ampio e interessante spazio fatto di tonalità qualitative e di genere troviamo tanti e intriganti esempi di settima arte in quanto cult, classica, scult o guilty pleasure. Proprio di un piacere colpevole vogliamo parlare oggi, di un film probabilmente odiato se non addirittura detestato da molti, che è riuscito ad attraversare però quattordici anni di storia con una buona fan base e un gruppo di irriducibili sostenitori, pur dovendo sguazzare nel grande mare magnum delle critiche negative.
Il titolo porta la firma di Stephen Sommers ed è il mitico Van Helsing, quel carrozzone di generi e personaggi che nel 2004 aveva incuriosito non poco gli appassionati dei mostri della Universal Pictures e del cinema d'azione, mettendo poi nei panni del protagonista Hugh Jackman, al tempo soprattutto conosciuto per il suo Wolverine in X-Men.
A quasi quindici anni dalla sua uscita nelle sale, approdato ormai da tempo su Netflix, Van Helsing è per noi uno di quei titoli sbagliati ma poi neanche tanto, come in effetti era anche la revisione in chiave action de La Mummia - sempre di Sommers. E i perché sono molteplici.

Il Dark Universe prima che fosse cool

Il 2004 è stato l'anno di Spider-Man 2, quando ancora il concetto di Universo Condiviso si stava fecondando beatamente nella testa di Kevin Feige. Non esisteva cinematograficamente parlando l'idea di ampliare il raggio narrativo di un franchise su più titoli, creando una sorta di continuity: l'unica cosa accettata dai produttori era inserire in un unico film più nemici o personaggi, andando a creare in quel progetto un unicum articolato ma forse troppo compresso, come poi ad esempio divenne palese in Spider-Man 3.
Comprimari, villain, co-protagonisti: questi erano tutti accettati nella mischia, eccetto i grandi personaggi, che forse potevano togliere troppo interesse al protagonista principale, annodando fin troppo la trama e spezzando la narrazione.

Per i cinecomic appena nati e in fase di maturazione non c'era dunque possibilità di co-abitazione (tranne per gli X-Men, che nascono come gruppo), però qualcuno già negli insospettabili anni '40 era riuscito a confezionare dei prodotti capaci di unire sotto lo stesso tetto diversi protagonisti importanti. Con Al di là del Mistero e poi con La casa degli Orrori, infatti, la Universal aveva sostanzialmente ideato un primo esempio di Universo Condiviso, creando un racconto che lasciava incontrare Dracula, Frankenstein, lo Scienziato Pazzo e il Licantropo, prima di allora amatissimi personaggi di franchise stand alone.

Tornando al 2004, guardando proprio all'esperimento delle due pellicole sopra citate e forte del successo della rilettura action-adventure de La Mummia e de La Mummia - Il Ritorno, Stephen Sommers ideò, scrisse e diresse il nostro Van Helsing, grande omaggio a quell'ideale di cinema horror e divertito, con l'esuberante aggiunta di un comparto d'azione molto pressante, che è poi uno dei tagli più riconoscibili del cinema del dimenticato cineasta. La storia un groviglio stravagante ma di grande fascino: il Conte Dracula vuole portare in vita i suoi figli, che in quanto vampiri sono nati morti, e per farlo necessita dell'energia della Creatura di Frankenstein.
Impossibilitato ad averla perché creduta ormai defunta, prova a sfruttare l'energia dei Licantropi, che tiene prontamente a bada nel suo castello come fossero degli animali domestici. L'anno è il 1888 e ci troviamo in Valacchia, terra infestata da questi mostri dove viene inviato Gabriel Van Helsing per uccidere Dracula e salvare la dinastia Valerious da un destino infernale. Sommers creava il Dark Universe prima che fosse cool.

Virtuosismi, azione e divertissement

Andando oltre le intenzioni dell'autore, il film è un bel concentrato di idee stilose e tamarraggine, che lo rendono in definitiva un saporito e shakerato cocktail cinematografico. Impossibile parlarne in modo positivo a tutto tondo, perché soffre di un terzo atto inconsistente, fin troppo accelerato, e vuole provare a dare profondità e carattere a personaggi scritti superficialmente, tra il caricaturale e il drammaticamente piatto, eppure è un titolo profondamente divertente, coinvolgente e intrigante.

Sommers apre la storia con un prologo in bianco e nero ambientato nel 1887, che vuole essere il più grande omaggio ai film sui Mostri Universal. Qui introduce velocemente ma con efficacia il mondo di Van Helsing, presentandoci soprattutto il grande villain della storia, il Conte Dracula, interpretato da un perfido e credibile Richard Roxburgh, forse in una delle sue performance più curiose e interessanti. Il bianco e nero acceso e alla vista quasi metallico è onestamente eccezionale e funzionale al prologo, che mette anche in chiaro due cose: si tratta soprattutto di un horror e manca quel caldo influsso orientale de La Mummia, rendendo Van Helsing un film dalle atmosfere glaciali contrapposte invece ai toni che miscelano (spesso sorprendentemente) orrore, commedia e azione.
È l'evoluzione più spudorata e libera della saga di Richard O'Connell e Imhotep, con un Sommers più consapevole e coraggioso, che tenta di sfruttare ogni briciolo della sua tendenza all'esagerazione per confezionare un blockbuster dinamico, scattante e mai noioso. Prima ancora di gettarci all'interno della storia vera e propria, il regista decide di presentarci Gabriel Van Helsing in un secondo e piccolo prologo ambientato a Parigi, che vede il protagonista affrontare il Dottor Jekyll trasformatosi in Mr. Hyde. Amplia ancora di più lo spazio d'azione del progetto, che mette al centro del racconto la lotta contro il Male incarnato, in modo molto più efficace e calcolato di quanto poi fatto da Alex Kurtzman nel reboot de La Mummia, che ha provato palesemente a imitare diversi aspetti della visione di Sommers.

Il film vive comunque di tanti momenti memorabili: il primo incontro tra Van Helsing e Dracula, con Roxburgh che danza sui battiti del cuore della nemesi; l'inseguimento in carrozza tra le foreste della Transylvania; la scena della sala da ballo a Budapest o anche il combattimento finale, che vede Gabriel trasformatosi in Licantropo e Dracula nella sua forma mostruosa.

È un titolo invecchiato estremamente bene, di grande attrattiva e con un particolare ascendente sugli appassionati dell'action, che trovano in Van Helsing una produzione esuberante e consapevole dei suoi eccessi, ritmata, divertita e con un insieme d'atmosfere curiosamente accattivante. Lontanissimo dalla perfezione, spesso fiacco nella ricerca di situazioni eccitanti o adrenaliniche (di cui ricordiamo si nutre), il blockbuster di Sommers è oggi un'opera semi-testamentaria, che prima di G.I.Joe (e di Odd Thomas) ha segnato forse immeritatamente la fine della carriera registica del cineasta, colpevole di aver voluto riscrivere a modo suo le regole dell'orrore classico, sferzando il genere con la sua irrefrenabile e vivace sovrabbondanza stilistica. Per noi resta un mostruoso e inarrivabile guilty pleasure di cui non ci stuferemo mai, invece.

Quanto attendi: Van Helsing (2004)

Hype
Hype totali: 11
69%
nd