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Da Spider-Man a Gli Eterni: eroi gay nel MCU, attualità o forzatura?

Kevin Feige e Victoria Alonso aprono a una rappresentanza massiccia nei film Marvel Studios: quale il confine tra necessità socio-culturale e moda?

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Come ogni altra forma d'arte, anche il cinema è strettamente correlato al background storico. Le opere più grandi di sempre sono inossidabilmente legate ai loro tempi, dalla letteratura alla musica, da Alessandro Manzoni a Bob Dylan, dalla pittura alla scultura fino ad arrivare appunto alla settima arte: capolavori od opere minori, finanche di genere, trovano spesso identità nella loro attualità, nella volontà di raccontare il mondo per com'è stato o è oggi. E adesso, il mondo, è davvero un disastro.
In termini politici, le emergenze che affliggono il nostro pianeta sono innumerevoli: il diffondersi di nuove forme di populismo, la ricerca di una sovranità economica, la guerra alla condivisione e l'innalzamento di barriera culturali fanno il paio con la questione ambientale, il disastro umanitario correlato all'immigrazione, l'odio sociale sempre più dilagante e infine - ultima ma non ultima - la paura del diverso.
Se la realtà politica smarca e dribbla con talento costante molte di queste criticità attuali e importanti, l'arte (nella sua generalità) non può invece fare a meno di metterle al centro di un dialogo moderno ed essenziale, tentando in particolar modo di garantire una rappresentanza alle tante minoranze screditate in termini di inclusione nel corso dell'ultimo secolo.
Ipocrisia, avvedutezza o lungimiranza che sia, il cinema vuole essere oggi aperto alle comunità più "piccole" e finora raccontate superficialmente sul grande schermo (almeno nella maggior parte dei casi), partendo ovviamente da titoli indipendenti o d'autore fino ad arrivare ai prodotti anche più mainstream, come ad esempio i cinecomic. E in prima fila, in quest'ultimo caso, ci sono gli uomini e le donne dei Marvel Studios.

Dentro tutti

Quello che separa i Marvel Studios dagli altri concorrenti è l'attuale policy produttiva, che andrà persino a revisionare diversi aspetti del Marvel Cinematic Universe aprendo sempre di più a un cambiamento interno e a tratti radicale. Non un'imposizione ma una vera e propria impostazione di stampo culturale, una sorta di nuova forma mentis che si estende dal piano dirigenziale fino alla stragrande maggioranza dei grandi interpreti. In sostanza, l'obiettivo ultimo e primario di Kevin Feige e Victoria Alonso è una rappresentanza capillare di ogni minoranza etnica, sociale e sessuale che oggi esiste sulla Terra. Ognuna di queste realtà deve avere spazio in un Universo Cinematografico che attraverso il genere vuole anche affrontare tematiche inclusiviste di un certo spessore, quando più e quando meno velatamente. La guerra alla discriminazione è dunque aperta ed è anzi centrale nel sistema operativo dei Marvel Studios, che già a partire da Gli Eterni e fino ad arrivare a Shang-Chi hanno scelto di puntare per l'inizio della Fase 4 a produzioni dedicate a supereroi LGBTQ e asio-americani, al momento due delle comunità peggio rappresentante nel mondo del cinema (molto meno in televisione, dove il cambiamento è più forte e deciso: basti pensare alle opere di Ryan Murphy).

La Alonso lo ha reso proprio il perno su cui muovere il futuro del MCU: "Non è possibile ottenere un simile successo se non è il mondo intero a vedere i nostri prodotti. Siamo ormai consapevoli di questo e determinati nell'avere qualsiasi tipo di personaggio, nel nostro Universo, che possa in qualche modo rappresentare ogni minoranza o comunità".
Ragionando da imprenditrice, l'executive sottolinea come non verrà forzato il blocco produttivo di due o tre film all'anno per giungere a questo risultato, dando dunque per scontata l'inclusione "a tutti i costi" all'interno dei cinecomic passabili di approvazione da tutti gli heads dello studio. Il che, a ben guardare, complica e assottiglia la nobiltà delle intenzioni, aprendo anche a un discorso forse modaiolo di stampo puramente commerciale.

Una linea sottile

Trasporre al cinema la storia di Captain Marvel si è rivelata un mossa sorprendente e realmente figlia dei nostri tempi. Dopo Wonder Woman, il cinecomic di Anna Boden e Ryan Fleck ha finalmente messo al centro del discorso la questione della rappresentanza femminile nei prodotti supereroistici, pur non premendo mai l'acceleratore critico sull'argomento. Si è raccontata la storia di una donna che, riscoprendo se stessa e rompendo i legacci con gli uomini della sua vita, è diventata in sostanza una delle eroine più forti dell'Universo.
Black Panther, al contempo, ha portato al cinema il primo supereroe di colore, anche lui protagonista di un suo film dedicato, che è riuscito a trascinare in sala intere comunità afro-americane che hanno trovato una giusta rappresentanza in un eroe con cui potevano finalmente identificarsi. Non solo ha un'importanza culturale eccezionale e dirompente, è anche un modo di guadagnare e fare cassa con un magnifico obiettivo e venire ricordati per essere stati i primi ad averlo fatto.
Produzioni brillanti e illuminate, a modo loro, che non hanno nulla a che vedere con una possibile trasformazione dello Spider-Man di Tom Holland da etero a gay, perché nel caso specifico si tratterebbe di una forzatura caratteriale e concettuale per rispondere male a delle esigenze di inclusione giuste.

Non è sbagliato idealmente raccontare la scoperta dell'omosessualità attraverso un personaggio saldamente "straight", come dicono gli americani: succede molte più volte di quanto si pensi e il genere è in verità fluido e malleabile, dunque - parodizzando - nessun personaggio è al sicuro da un possibile cambiamento dei proprio gusti sessuali, a una riscoperta di sé.
Immaginando anzi anche i dubbi dell'adolescenza, Peter Parker potrebbe essere il blocco umano perfetto su cui scolpire questa tematica, eppure anticiparne questo possibile cambiamento, anzi auspicarlo come ha fatto Tom Holland, è probabilmente di per sé un atteggiamento più modaiolo che consapevole.

Dietro alla blasonata volontà di rappresentare corpo e anima i dubbi e le riflessioni interne di un'intera comunità, infatti, sembra nascondersi anche quel malizioso intento di accaparrarsi a tutti i costi un consenso che potrebbe andare a minare la riuscita stessa del personaggio (stiamo parlando di Spider-Man, ma potrebbe essere chiunque), che avrebbe qualcosa di nuovo da raccontare ma apparirebbe fin troppo snaturato rispetto sia alla controparte fumettistica che a quella inizialmente cinematografica.
Meglio sarebbe, invece, pensare a una sorta di passaggio di testimone - se proprio si deve fare - a un nuovo Spider-Man, un personaggio presentato in modo sessualmente più ambiguo e aperto invece a una contaminazione più originale, discorso che vale per ogni altro supereroe del MCU. Nella corsa alla rappresentanza e all'inclusione, l'essenziale è insomma non oltrepassare quella linea sottile che separa una ferrea volontà non-discriminatoria dal guadagno sulle pelle (e la credibilità) dei personaggi.

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