Underworld e gli altri, alla riscoperta del cinema vampiresco

Con l'uscita in sala di Underworld: Blood Wars riscopriamo alcuni titoli che hanno fatto la storia del cinema vampiresco.

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Il passaggio da entità folkloristica ad artistica si ebbe solo nel 1897, con il romanzo Dracula scritto da Bram Stoker, ma il mito del vampiro, soprattutto nei suoi accenti più negativi, era già diffuso a macchia d'olio quale inquieto e potenzialmente reale spauracchio già agli inizi del XVIII secolo, con vere e proprie persecuzioni, sulla scia di quelle delle streghe o degli eretici, susseguenti ad un'isteria collettiva che portava anche a piantare paletti nei cadaveri per evitare una futura resurrezione. Come poteva la Settima Arte, fin dai suoi albori, lasciarsi sfuggire una gallina d'oro di tali proporzioni, capace di dare un senso così affascinante e magnetico al cinema dell'orrore nella sua concezione più mistica e arcana? Con l'uscita in sala di Underworld: Blood Wars, quinto episodio della saga con protagonista la bella Kate Beckinsale, riscopriamo alcuni dei titoli che hanno fatto la storia del genere.

Il sangue degli albori

Impossibile iniziare questa "lista" non citando il Nosferatu (1922) di F.W. Murnau, vero e proprio antesignano dell'intero filone e libero adattamento, non avendone i diritti, del romanzo di Stoker. La storia del Conte Orlok, immortale succhiasangue, e del sacrificio di una giovane donna, è al servizio di una messa in scena espressionista di impareggiabile raffinatezza, stilisticamente avanti coi tempi e capace di suscitare una costante e morbosa inquietudine tramite inquadrature e angolazioni di puro e insondabile terrore, tecniche sperimentali e simbolismi metaforici che ancora oggi lo rendono, a quasi cent'anni dall'uscita, uno dei massimi apici del filone. Film che inoltre ha dato origine, agli inizi del nuovo millennio, ad una delle più interessanti e sottovalutate opere metacinematografiche di sempre quale L'ombra del vampiro (2000). Nella bella pellicola diretta da E. Elias Mehrige, infatti, la narrazione è incentrata proprio sulle riprese del film di Murnau e si basa sulla leggenda secondo cui il vero interprete di Orlok, l'attore Max Schreck, fosse in realtà un vero signore della notte. Un'operazione ambiziosa nel raccontarci il dietro le quinte di un capolavoro della Settima Arte in chiave fantastica, ponendo pubblico e regista in uno stesso, complice, ruolo destinato ad elevarsi nel magnifico epilogo. Ma il classico degli anni '20 è alla base di un altro titolo cardine del filone vampiresco quale il remake firmato da Werner Herzog, Nosferatu - Il principe della notte (1979), ispirato omaggio al capostipite muto in una revisione che gioca più sulla luce che sull'oscurità, caratterizzando il villain protagonista (interpretato da un magnifico Klaus Kinski) con toni malinconici e dolenti, in un percorso introspettivo che si offre quale lucida esegesi del male.

Gloria al Conte

Il non morto per antonomasia, l'incarnazione più pura dell'essere vampiresco, infesta invece il cinema nella sua reale identità solo nel 1931, dando il via ad una lunga serie di film i cui interpreti più iconici rimangono senza dubbio Bela Lugosi (protagonista del primo, leggendario Dracula (1931) diretto da Tod Browning) e Christopher Lee, che è comparso per ben dodici volte in carriera nei panni dell'iconico conte. Due vere e proprie leggende del cinema horror capaci di infondere entrambi un'ambigua e fascinosa personalità al personaggio, elegante e raffinato ma sempre in procinto di cedere agli istinti più bassi della natura vampiresca. Due stili diversi ma complementari che hanno poi trovato una naturale evoluzione nella performance di Gary Oldman, star molti anni più tardi del Dracula di Bram Stoker (1992), naturale rivisitazione del classico riletto in modo visionario e sensuale in una messa in scena kitsch e gotica capace di aggiornare il mito. Da segnalare anche l'esilarante parodia firmata dallo specialista Mel Brooks, dove nei panni del vampiro troviamo un incontenibile Leslie Nielsen: Dracula morto e contento (1995) è un'operazione farsesca e leggera in cui le risate al sangue di certo non mancano.

Gli ultimi occhi della Terra

In questo elenco, di certo non completo ma atto ad inserire solo alcuni dei titoli più famosi, non può poi mancare un dittico di film tratti dallo stesso romanzo di Richard Matheson, Io sono leggenda. Stiamo parlando (l'esclusione del più recente ed omonimo titolo con Will Smith è voluta) del nostrano L'ultimo uomo della Terra (1964) e di 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (1971), due film molto diversi per stile e messa in scena che condividono però gli spunti base dell'opera originaria. Nel primo uno straordinario Vincent Price è l'ultimo superstite della razza umana che, unico a scampare ad un'epidemia che ha trasformato l'umanità in vampiri, si aggira in una città desolata (riprese effettuate a Roma) alla ricerca di una possibile cura; nel secondo è invece un carismatico Charlton Heston a muoversi in una spettrale Los Angeles in un thriller fantascientifico che sfrutta un più ingente budget per creare sequenze ad effetto e di grande atmosfera. Due opere diventate entrambe cult, con diversi meriti e capaci, pur adattando liberamente la fonte originaria, di narrare il tema vampiresco con un piacevole taglio apocalittico.

Vampiri a più non posso

Vi è poi l'approccio di altri grandi autori del cinema contemporaneo e passato al filone, con una sequela di titoli capaci di emergere dalla massa. Pellicole come The Addiction (1994) di Abel Ferrara, girata in uno splendido bianco e nero in un mix tra espressionismo e realismo e che si ammanta di forti connotazioni drammatiche e metaforiche nel rappresentare una straniante e straziante solitudine in un mondo malato; o ancora istinti più furiosamente di genere come l'approccio usato da John Carpenter per il suo Vampires (1998), pura esaltazione del miglior cinema di serie b in un contesto da western moderno e sovrannaturale, sporco e cattivo quanto basta, e da Robert Rodriguez per il testosteronico e viscerale Dal tramonto all'alba (1996), irresistibile divertissement di humour nero e azione emoglobinica. O ancora uno sguardo più sinuoso ed elegante come quello messo in campo da Neil Jordan per ben due volte, prima in un classico quale Intervista col vampiro (1994) e dopo nel più recente Byzantium (2012), due film che hanno molto in comune a cominciare dall'importanza dei personaggi femminili all'interno della storia. Personaggio femminile che è anche il vero protagonista di Lasciami entrare (2008), storia di un amore d'infanzia virata su toni drammatici e fortemente horror, con profonde e toccanti divagazioni psicologiche. Senza dimenticare, in conclusione, l'intenso sguardo femminile con cui Kahtryn Bigelow ha detto la sua sul genere: Il buio si avvicina (1987) è un'originale e avvincente rilettura dei canoni, love-story intensa e ferale che ammalia e conquista come solo i veri "signori della notte" sanno fare.

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