Un nuovo Pirati dei Caraibi senza Jack Sparrow: è davvero possibile?

Dopo gli insoddisfacenti incassi de La vendetta di Salazar, la Disney punta al reboot del franchise con gli sceneggiatori di Deadpool e senza Johnny Depp.

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Siamo alle solite. Il vento freddo del dissenso economico è tornato a soffiare sul mercato cinematografico mainstream, tentando di spazzare via un franchise molto amato come Pirati dei Caraibi, giunto al suo quinto capitolo appena lo scorso anno e già avvolto dalla gelida minaccia del reboot.
L'ultimo film della serie, La vendetta di Salazar, arrivava a sei anni di distanza dal ben più criticato Oltre i confini del Mare, rimodellando sostanzialmente l'impianto narrativo della saga, questa volta nuovamente originale e non basato su qualsivoglia libro per ragazzi. Certo il titolo non funzionava come il primo capitolo del franchise - ma se è per questo, neanche gli altri -, eppure il ritorno di Johnny Depp nei disfunzionali panni di Jack Sparrow si presentava come un blockbuster piratesco discretamente riuscito, a tratti entusiasmante e con un villain, Salazar, intrigante e ben caratterizzato - nei limiti fisiologici del cinema action e mainstream.
L'investimento di 230 milioni di dollari (escluse spese di marketing) non è però stato ripagato come preventivato, superando dunque il miliardo di dollari, fermandosi poco prima gli 800 milioni. Incassi che hanno evitato il flop commerciale, rivelandosi decorosamente discreti, ma non sufficienti a ridare completa fiducia a un nuovo capitolo della saga con Johnny Depp protagonista e con un modello produttivo identico.
Ed è così che si è arrivati all'idea di rebootare persino Pirati dei Caraibi, una serie cinematografica che si regge per buona parte solo e soltanto sul personaggio di Jack Sparrow. La domanda sorge allora spontanea: è possibile separare il franchise dal suo amatissimo protagonista?

"Passerotto non andare via"

Sembra utilizzata in modo ironico, la frase del conosciutissimo brano di Claudio Baglioni, ma così non è. Gli amanti del cantautore italiano ricorderanno come prosegue il pezzo: "Scusa se la colpa è un poco mia, non so se tenerti ancora qua", che ci fa pensare direttamente ai sensi di colpa della Disney (magari ipocriti, ma sempre di colpa) nell'aver provato a rilanciare il franchise senza però riuscirci del tutto. E il "merito" è quindi anche dello studio, che insistendo - persino in buona fede - ha fallito, eppure dietro c'è tutto un discorso di ricambio generazionale, di evoluzione del linguaggio cinematografico blockbuster e di disaffezione del pubblico, aspetto quest'ultimo già riscontrabile dal quarto capitolo.
Nella pratica, il Passerotto pirata dall'aria ubriaca e rintronata del buon Depp, pur con tutto il bene che gli si può volere, già da tempo non raggiungeva più il cuore del suo pubblico, riducendosi a sembrare la pallida figura di ciò che era stato, sempre "bello" da vedere ma fin troppo caricato rispetto alla prima performance, senza più idee per crescere come personaggio.
Dopo Ai confini del mondo, Jerry Bruckheimer e la Disney avevano però tentato il rilancio del franchise cambiando regista e cast di contorno, lasciando passare l'idea già comunque ben radicata che Johnny Depp fosse l'anima e il cuore del progetto, che poteva cambiare corpo e forma, certo, ma sempre con Sparrow protagonista estroverso ed espressivamente muscolare della saga.
Niente più Orlando Bloom e Keira Knightley, alla fine degli anni '10 già in caduta libera rispetto agli inizi del 2000, ma co-protagonisti più forti quali Penelope Cruz e Ian McShane, sfruttati però male e con parsimonia, tanto da non aver neanche trovato successivo spazio ne La vendetta di Salazar. Non importava insomma, fino allo scorso anno, chi andasse a incrociare la sua strada con Jack Sparrow, purché fosse lui a incrociare qualcun altro.
In questa precisa ottica, Pirati dei Caraibi era considerata una saga retta esclusivamente sulle spalle del suo grande mattatore, lo stesso che però, viste le innumerevoli problematiche personali e legali, è adesso... distante dagli standard morali della Casa di Topolino, per così dire. Così distante e così criticato che, pensate un po', si può ora persino sostituire con qualcun altro, facendo affidamento sia sulla questione della disaffezione del pubblico, sia sulla necessità di rimodellare da zero la serie, così da permettergli un secondo e forse lungo ciclo narrativo.

Il presupposto di tutto, amici pirati, è questo: siamo tutti sostituibili, a meno che non abbiamo qualcosa da offrire. E Johnny Depp, oggi come oggi, da regalare avrebbe ancora molto, basta guardare al suo Gellert Grindelwald, letto persino da lui come un'occasione di rilancio; ciò che potrebbe offrire però non supera la sua immagine pubblica e i suoi problemi. Poco importa che sul set sia sempre stato descritto come una persona "amabile" e gentile con tutti, che abbia lavorato seriamente per portare al cinema una delle icone piratesche e cinematografiche dell'intera storia del settore e che sia stato - e sia tutt'ora, seppur in misura ridotta - una delle star più amate di Hollywood.
A contare sono i numeri e soprattutto la volontà di chi mette i soldi. E quella volontà, oggi, crede che la strada del reboot sia la più attuabile per proporre agli spettatori nuove storie e idee legate ai Pirati dei Caraibi. Uniamo quindi i calici e "yoh oh, beviamoci su!"

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