L'ultima ora di The Irishman e il silenzio di Martin Scorsese

Analizziamo insieme l'atto finale di The Irishman, il vero motivo per cui sarà ricordata la nuova opera di Martin Scorsese.

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Dopo The Irishman la speranza è che, giunto alle soglie degli 80 anni, Martin Scorsese abbia davvero messo la parola fine al suo contributo nel cinema gangster: non perché, nei suoi 210 minuti, il film con Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci nelle prime due ore e mezza sia pieno di lungaggini da narrazione televisiva o di elementi già visti, magari realizzati meglio altrove (dallo stesso Scorsese, fra l'altro), ma perché a chiosare quest'epica criminale un po' ripetitiva arrivano degli ultimi cinquanta minuti davvero innovativi, incredibilmente spontanei e di una freddezza glaciale.
Evolvendo in maniera coerente il pensiero e il corpo filmico di Silence, precedente film del regista italo-americano, l'atto finale di The Irishman è tutto quello che il film stesso sarebbe dovuto essere, e non a caso inizia quando il film smette di essere "vecchio" e rimane ancorato al presente dei protagonisti: in quei (grossomodo) tre quarti d'ora finali il gangster movie scorsesiano si fa rarefatto e nudo come il gangster movie in generale non è mai stato.

Che i suoi protagonisti abbiano sempre avuto in qualche modo il piacere di vivere vite estreme e poi uscirne senza troppe conseguenze (Quei Bravi Ragazzi, Casinò e la commistione ripetitiva dei due che è The Wolf of Wall Street, ma volendo potremmo risalire fino a Taxi Driver, per certi versi, anche se l'epilogo della storia di Travis Bickle è ben più pungente a livello politico) è una critica che ha accompagnato la carriera di Martin Scorsese da sempre, e per la prima volta con The Irishman l'autore sembra voler riflettere sugli emblemi che ha raccontato col suo cinema, considerando anche le conseguenze che comportano vite come le loro. L'ultima parte del film Netflix, in questo senso, è il coronamento di un'intera carriera.


Quei cattivi ragazzi

Non scopriamo certo oggi quanto Martin Scorsese sia stato attratto per tutta la vita dalla religione e dalla malavita, dalla Fede e dal peccato, e non è un caso che in quest'ultima parte della sua carriera abbia voluto affrontare i due argomenti di petto, forse definitivamente in entrambi i casi: nel 2016, con Silence, non aveva magari lasciato il segno da un punto di vista tematico ma da quello cinematografico, inteso in senso stretto come stile, l'opera aveva evidentemente aperto a quella che poteva essere (o sarà, nell'immediato futuro, chissà) una nuova, finale cifra stilistica per Scorsese.

Figlia dei tempi e dei modi del cinema orientale, sperimentati con Silence ma studiati e frequentati in modo più approfondito dal 2005 in preparazione di The Departed (che in pochi sanno essere un remake del cinese Infernal Affairs), questa nuova era rifugge i marchi di fabbrica del cinema scorsesiano - dai primi piani violenti al montaggio tagliente - per una rappresentazione priva di edulcoranti, svuotata di quella vitalità e di quel dinamismo tipici dei suoi precedenti lavori.
Ed è quando viene sfoggiato questo nuovo timbro che The Irishman brilla davvero, è per quell'ultimo atto che merita di essere ricordato per sempre. Ma per arrivarci paradossalmente passa attraverso una lunga e anche un po' stanca rielaborazione dello Scorsese che è stato: certo non aiuta la sceneggiatura dall'afflato televisivo di Steven Zillian (autore del ben più coeso American Gangster, che con 171 minuti - se consideriamo la director's cut - aveva cose anche più interessanti da dire sulla vita criminale), ma per i primi due atti sembra quasi che The Irishman giri costantemente intorno al problema che più gli interessa.
La CGI pesantissima può essere letta a livello meta-cinematografico come un voler rifiutare a tutti i costi l'ineluttabilità della vecchiaia, che invece è la vera forza dell'opera, e quando Scorsese se ne ricorda allora sì che realizza un'ora capolavoro: se De Niro, Pesci e Pacino si liberano del goffo trucco digitale tornando nei loro ben più dignitosi corpi di stanca carne, Scorsese smette di imitare il suo io più giovane e assume il tono più adatto per l'opera che vuole realizzare.


Silenzio

Il passaggio da un momento all'altro è annunciato dal silenzio: dopo due ore e mezza circa di brani d'epoca proposti con una cadenza martellante per accompagnare la "giovinezza" dei protagonisti, l'ultima parte di The Irishman si distingue per i suoi lunghi silenzi, che non sono quelli del Dio cristiano che Andrew Garfield cercava nel Giappone del 1600 ma quelli di uno Scorsese che da Dio del cinema blocca il tempo dei suoi personaggi e ne decide l'andatura, libero dall'affannosa rincorsa al racconto delle loro storie compiuta nei minuti precedenti.
È chiaro che il modello cui Scorsese aspirava (o che voleva addirittura superare) fosse quello di C'Era Una Volta In America di Sergio Leone, una meditazione sul tempo, sull'onore e sull'amicizia che dopo The Irishman rimane ancora lassù, indisturbata nel suo Olimpo, ma l'opera di Netflix, quando finalmente si svincola da tentativi di arditi paragoni e manierismi vari ed eventuali e si fa più posata, più contemplativa, più disincantata, inizia a muoversi su strade mai percorse prima per il genere.

Desolante e svuotata, i 60 minuti finali di The Irishman sono davvero l'ultima ora del cinema gangster: il film nella sua interezza non ha la forza revisionista che Gli Spietati di Clint Eastwood ha avuto per il western, eppure quando fa calare la falce e tronca col passato, quando la musica finisce, Scorsese ci regala un cupio dissolvi da antologia, che non a caso sembra derivare molto dalla poetica eastwoodiana, mescolata con la delicatezza tipica del cinema di Yasujiro Ozu.
Non c'è niente di glamour nella vita di questi assassini, truffatori, ladri e traditori di fratelli e di famiglie; non c'è niente per cui essere fieri, niente che valga la pena ricordare se non i rimpianti, niente che sia rimasto davvero a parte una cassa chiusa in anticipo allo sportello della banca e una bara da scegliersi da soli.
Naturalmente rimane il Cinema, col silenzio della sua camera, che senza proferire parola e senza calarsi in un volto di carne, come un Dio invisibile che ha ascoltato per tutto il tempo il racconto del protagonista, e con la stessa carrellata col quale ce l'ha presentato all'inizio, alla fine si ferma sulla soglia della sua stanza, affascinato ma a debita distanza. Un gesto che appartiene non solo a uno Scorsese al cento per cento ma a uno Scorsese mai visto prima.

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