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Tolo Tolo su Netflix: perché è il miglior film di Checco Zalone

A distanza di tre anni dall'uscita nelle sale, il titolo di Luca Medici è sul podio della classifica Netflix. E se lo merita.

Tolo Tolo su Netflix: perché è il miglior film di Checco Zalone
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L'uscita dell'ultimo lungometraggio di Checco Zalone è una delle pochissime (ormai insieme ai Me Contro Te) che i cinema nostrani attendono con ansia e trepidazione. Il botteghino parla chiaro; con più di duecento milioni di euro di incassi, Checco domina incontrastato il panorama cinematografico italiano ad ogni uscita. Un'escalation cinematografica che ha del miracoloso, ma che è dovuta ad una serie di meriti e rischi ben ripagati. La release di Tolo Tolo nel 2019 aveva segnato una leggera flessione delle fortune del comico pugliese (portandosi comunque a casa il terzo miglior risultato italiano di sempre, in coda ai suoi stessi successi).

D'altronde il tema scelto e trattato non era dei più nazionalpopolari, oltre ad essere da sempre terreno di scontro a livello politico e sociale. Insomma, Zalone aveva spaccato il Paese, conquistandosi comunque il favore di gran parte della critica (noi compresi, se ricordate la nostra recensione di Tolo Tolo). Ora il titolo torna a imporre il proprio dominio, questa volta entrando nelle prime posizioni della classifica Netflix. Un'occasione in più per ribadire l'importanza di questa pellicola. Già che ci siete, date un‘occhiata agli ultimi film Netflix di marzo 2022.

Una nuova consapevolezza

Il segreto di Luca Medici sta tutto nel tratteggiare di volta in volta un ritratto contemporaneo del Belpaese, non appesantito dal didascalismo o mascherato dal simbolismo, perché veicolato attraverso il punto di vista dell'unica costante della sua cinematografia: il personaggio di Checco Zalone.

Esuberante e vitale nella sua mai appagata ingordigia e sempre al servizio del miglior offerente, crasi perfetta tra il parassita e il miles gloriosus plautini, Checco è così riuscito, finora, a divertire trattando temi scomodi come il lavoro e l'integrazione, mettendone a nudo le dinamiche e ridicolizzandone gli ingranaggi burocratici che le alimentano. Catarsi mediatiche che i critici hanno per lo più etichettato come scacciapensieri ironici e dissacranti. Fino a Tolo Tolo. Perché qui assistiamo ad una decisa evoluzione a livello tematico e valoriale, nonché ad una maturazione registica e ad una scrittura meno situazionista, complice l'addio di Gennaro Nunziante alla regia e l'affiancamento di Paolo Virzì alla sceneggiatura. Ciò che più emerge dalla pellicola di Luca Medici è l'urgenza di schiantare l'ondata sovranista degli ultimi anni sugli scogli di una presa di coscienza che passa per l'esperienza del tragico viaggio della speranza compiuto dai migranti e da Checco stesso, restituendo così lo specchio di un paese troppo legato allo slogan e al pifferaio magico di turno, che ignora ciò che accade al prossimo a causa di una macchina della propaganda che ne acceca gli occhi e i sentimenti.

Ne è lampante esempio la possessione caricaturale che trasforma Checco in un anacronistico Duce ogniqualvolta si trovi in situazioni che minano l'ortodossia della sua visione delle cose. Ma quello di Zalone è uno specchio allo stesso tempo concavo e convesso, nel quale stereotipi e criticità di tutti si mischiano senza discriminazione di colore o di genere. Accade così che sia un medico africano a dirci che è normale sentirsi minacciati dall'altro, che il fascismo è latente in ognuno di noi, ma che si può contrastare con l'amore.

Solo, solo sulle spalle dei giganti

L'esordio alla regia di Luca Medici dimostra una sicurezza che, complice anche un budget più elevato, permette al nostro di osare di più sul piano dell'azione e degli effetti visivi, con un'esecuzione di ampio respiro che cita apertamente il cinema hollywoodiano e rimette in scena alcuni fatti di cronaca italiana.

Come in ogni film del comico pugliese la musica è parte integrante dell'opera, nasce da situazioni e crea tormentoni canticchiati da bambini e adulti. Così, dopo il piacevole depistaggio del videoclip "Immigrato", girato ad hoc per una promozione che aveva furbescamente pensato di non rilasciare alcun trailer, rimane la piacevole sorpresa di trovare le canzoni di questo titolo così contestualizzate a livello diegetico, in veri e propri spezzoni di musical. Il tragico naufragio dei migranti si trasforma in tal modo in una coreografia in mare aperto, dove il bambino affidato a Checco può gridare al mondo di aver finalmente imparato a nuotare da solo. Per non parlare del finale in cui realtà e fantasia si fondono in un processo d'ispirazione disneyana, con un Checco un po' Mary Poppins, un po' Mago di Oz, che riaccompagna i migranti "a casa loro" e chiosa con stereotipata amarezza su chi ha avuto la sfortuna di nascere nel continente sbagliato.

Zalone ha l'indiscusso merito di essersi imbarcato in un'operazione difficile, che poteva benissimo declinare a favore di una tematica meno spinosa, accontentando comunque il suo sterminato fandom. Un'opera che ai tempi divise la politica - la destra lo liquidò a comicità di basso livello e la sinistra lo tacciò di razzismo - e anche il pubblico. Resta il fatto che Tolo Tolo è un film figlio del suo tempo, il migliore finora del comico pugliese, che con la sua pungente capacità di attraversare la tragedia con ironia e satira ha tutto il diritto di essere annoverato tra le commedie all'italiana.

Un processo seminato nel corso degli anni che ha trovato la sua massima espressione in questa pellicola, in attesa della prossima. Per chi riuscirà a spostare lo sguardo oltre il dito che indica la Luna, non sarà difficile riconoscere oggi più che mai la necessità di titolo del genere in un'Italia, in un'Europa e in un mondo che pare aver perso le sue coordinate.

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