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Thor: Ragnarok e lo spoiler in diretta TV, quanto è difficile difendersi?

Durante una diretta TV un giornalista si è lasciato scappare un gigantesco spoiler su Thor: Ragnarok. Quanto è diventato difficile difendersi?

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Prima del 1971 la parola "spoiler" aveva un significato prettamente biblico, si riferiva infatti alle rivelazioni che l'opera sacra faceva ai fedeli - ad esempio nel libro di Geremia si fa chiaramente riferimento a una devastazione di dimensioni spropositate che sarebbe avvenuta in futuro. Con l'avvento della società dello spettacolo però, del cinema industriale e della televisione, la parola ha preso tutt'altra valenza, come sappiamo bene oggi. A partire dall'aprile 1971 la rivista americana National Lampoon ha donato alla parola un significato tutto nuovo, relativo per l'appunto all'anticipare punti chiave di una storia, sia essa contenuta in un libro, in un film o in un prodotto televisivo seriale. Da quel momento il termine "spoiler" è entrato di diritto nel linguaggio comune, fenomeno amplificato soprattutto dall'arrivo di internet, dei forum e in ultima battuta dei social network. Senza esagerare, possiamo tranquillamente affermare che lo spoiler come lo conosciamo oggi è il pericolo numero uno dell'internauta appassionato di cinema, TV, fumetti e videogiochi, poiché basta una parola di troppo, un'uscita infelice nel momento sbagliato per rovinare intere opere al prossimo. Sempre più persone sfogliano i social network con gli occhi a fessura, sempre pronti a distogliere lo sguardo, per non parlare di chi - in determinati momenti della stagione televisiva - sui social neppure entra. Sicuramente in tutto questo c'è un minimo di psicosi, ma è anche vero che il pericolo di incappare in immagini e stati "spoilerosi" è quanto mai reale e tangibile. Se poi a complicare le cose ci si mette anche la televisione con le sue trasmissioni in diretta, non possiamo davvero più difenderci in alcun modo.

Lo spoiler in diretta nazionale

Lo sanno bene i telespettatori di una trasmissione australiana, che durante un'intervista a Mark Ruffalo e Chris Hemsworth si sono visti arrivare uno spoiler riguardante Thor: Ragnarok grande quanto un edificio direttamente dalla bocca del conduttore. L'interprete del Dio del Tuono nel Marvel Cinematic Universe è subito intervenuto stizzito, provando a fermare la registrazione per tagliare l'intervento. Ovviamente non c'è stato nulla da fare poiché tutto era in diretta nazionale. Lo spoiler, che non vi ripetiamo per ovvie ragioni, è stato declamato dal giornalista addirittura due volte, buona parte dell'esperienza degli spettatori in attesa di vedere il film è stata quindi compromessa, così la domanda che ci poniamo è: quanta responsabilità abbiamo noi media nel preservare l'esperienza degli spettatori? La risposta è quasi retorica poiché rispettare il pubblico è fondamentale, noi stessi facciamo numerosi sforzi per produrre articoli che raccontino il meno possibile sui film, sulle serie TV come sui videogiochi. Se controllare gli utenti comuni di un social network è praticamente impossibile, noi media abbiamo tutti gli strumenti per parlare di un argomento senza fare riferimenti espliciti alla storia (oppure di segnalarlo adeguatamente).


Beni primari

Una forma di rispetto nei confronti del pubblico, come abbiamo ricordato appena sopra, ma anche dei produttori e dei distributori, che magari fanno sforzi immani per preservare la fuoriuscita di informazioni "sensibili". Basti pensare a quanto sono blindati i vari set dei film di Star Wars, delle stesse produzioni Marvel, addirittura per l'ultima stagione de Il Trono di Spade (Game of Thrones) HBO obbligherà le varie crew a girare finali differenti, in modo che nessuno possa sapere la verità e spifferarla ai quattro venti (o ai sette regni). Inoltre dietro a tutti questi sforzi logistici ci sono ingenti quantità di denaro e investimenti di ogni tipo, anche pubblicitari, tutte fatiche che possono diventare vane in pochi secondi a causa di un solo giornalista distratto e superficiale. Lo scherno, le psicosi e le chiacchiere da social network sono dunque soltanto la punta di un iceberg ben più grande che riguarda sia i grandi industriali dell'intrattenimento che il pubblico "da casa". In ballo, oltre ai soldi e agli investimenti pubblicitari, c'è innanzitutto il nostro divertimento, un bene purtroppo sempre più raro, impuro e consumato.

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