The Whale a Venezia 79: l'interpretazione di Brendan Fraser è da Oscar?

Un attore assente da tempo, un film potente e un'ovazione con tanto di lacrime: The Whale si regge sulla performance del suo attore protagonista.

The Whale a Venezia 79: l'interpretazione di Brendan Fraser è da Oscar?
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I sei minuti di ovazione per Brendan Fraser sono già storia della 79esima Mostra del Cinema di Venezia (guardate il video di Brendan Fraser in lacrime alla premiere di The Whale). Non perché una standing ovation attesti nell'effettività la qualità artistica di un film o la presenza interpretativa dei suoi protagonisti, ma osservare commuoversi un attore per anni marginalizzato e tornato con un titolo che lo condurrà probabilmente agli Oscar spinge un'intera sala e un intero festival a emozionarsi a propria volta. Gli occhi ludici e i singhiozzi sospirati di un performer a cui viene riconosciuta un'intensità che è la stessa che gli si vede esprimere dopo la prima di The Whale, e che lo vede al servizio e alle volontà del cineasta Darren Aronofsky.

L'opera è basata sulla pièce di Samuel D. Hunter e rinchiude i suoi personaggi, pochi ed essenziali, nell'appartamento sporco e trascurato di un uomo di trecento e più chili, costretto ad un'obesità dovuta ad un vuoto interiore che ha cercato di colmare (invano) attraverso il cibo. Sebbene The Whale abbia perciò uno scambio di dialoghi e una compresenza di individualità che ruotano attorno al protagonista Charlie di Fraser, è indubbiamente l'attore a catalizzare un'attenzione che è esattamente quella contraria rispetto alla reazione che l'uomo ci ha suscitato vedendolo toccato dopo la pellicola - per approfondire leggete anche cosa dice Brendan Fraser sul The Whale di Aronofsky.

The Whale e cosa ci fa provare

Se in quella sala circondata dagli applausi dei presenti avremmo quasi voluto avere la possibilità di poter andare ad abbracciare quella persona evidentemente intenerita dall'affetto e dal riconoscimento del pubblico, durante la visione di The Whale la reazione immediata che Charlie va provocandoci è quella del farci distogliere lo sguardo. Non perché in imbarazzo di fronte a quell'omone incapace oramai di alzarsi senza alcun sostegno che non sia un bastone o una sedia a rotelle. Bensì il sentire di non poter sopportare la vista di qualcuno che ha deciso di farsi talmente male da ridurre il suo stesso corpo ad una prigione.

Una gabbia dentro cui la personalità del personaggio del professore di inglese omosessuale è rimasta pressoché invariata, se non fosse per quel senso di incompletezza che nessuna doppia pizza o panino con polpette potrebbe davvero compensare. Una positività, una gioia di vivere, un desiderio di successo e di grandezza per gli altri che sono gli stessi che Charlie non ha saputo riservare alla propria esistenza. Che ha deciso di continuare a riversare nell'insegnamento, da sempre sua vocazione, continuando nella propria missione della ricerca delle verità grazie all'uso delle parole, solo quelle private però di bugie e menzogne dietro cui nascondere quella stessa verità.

È infatti l'autenticità che l'uomo ricerca inseguendola come un faro nella notte. Che auspica ai suoi alunni, che cerca di trasmettere alla figlia, e che l'interpretazione di Brendan Fraser fa trasparire tramite un paio di occhi mai vacui o secondari rispetto a quella fisicità adiposa, sostenuta da un impressionante lavoro di trucco prostetico che di sicuro aggiunge e non toglie alla performance dell'attore. Sebbene dalla voce a volte incrinata, quasi pavido di fronte all'aggressività della figlia, della migliore amica o dell'ex moglie, con la sua interpretazione Fraser non impietosisca mai il suo personaggio, dandogli quella dignità che Charlie medesimo si aspetterebbe.

Inseguire una balena bianca

Ne riconosce gli inconvenienti della vita, l'incapacità forse che lo ha portato a non saperli affrontare, ma se l'uomo sa essere indulgente verso le bestialità che gli rivolgono gli altri, allora è in grado anche di scrutare nel profondo dell'animo umano. Quello spaventato, e rabbioso, e pieno di rancore che invece il personaggio ha imparato a lasciar andare, tenendolo senz'altro attaccato visto il peso sulle sue ossa, ma che ha deciso di perdonare quando lo vede rispecchiato negli altri. E il sorriso di Brendan Fraser in questo sa essere rassicurante. Anche quando è conscio che del proprio futuro, prima del quale vivrà i timori, le ansie, le tensioni più forti del periodo decisivo della sua vita.

Ritrovare un attore e vederne il riscatto alla stessa maniera in cui ci riesce, seppur in parte, il suo protagonista è l'incantesimo che il cinema è in grado di creare e che Brendan Fraser coglie ed accoglie per permettere a sé e al pubblico di (ri)scoprirsi come non era mai stato fatto. È una balena bianca come quella di Moby Dick che, forse, per una volta viene realmente acciuffata. È inseguire un obiettivo che Aronofsky è riuscito a raggiungere e che ha diretto anche sfruttando l'onestà e la spigliatezza nello sguardo e nell'attitudine di quel protagonista. E quindi sì, Brendan Fraser si è messo a piangere in sala, esattamente come ha fatto il pubblico vedendo la sua ammirevole interpretazione.

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