The Suicide Squad, analisi del finale: i rinnegati nel cinema di James Gunn

Riviviamo insieme la conclusione del cinecomic di James Gunn, dedicato allo scopo ultimo e utile dei reietti e dei rinnegati.

The Suicide Squad, analisi del finale: i rinnegati nel cinema di James Gunn
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Il cinema di James Gunn è dedicato agli strambi e ai reietti, dall'indecoroso e sopra le righe Tromeo and Juliet fino ai tanto blasonati Guardiani della Galassia del MCU, senza ovviamente dimenticare l'incredibile Super con Rainn Wilson ed Elliot Page. Questo perché a modo suo lo stesso autore si è sempre sentito un reietto di Hollywood, almeno finché il big bad wolf del settore cinematografico non ha deciso di riconoscerne la qualità e di fagocitarlo in un solo boccone, rimasto pure per nulla indigesto nonostante Gunn sia restio a scomparire tra i succhi cinemato-gastrici di Hollywood, a essere insomma spezzettato a livello molecolare come autore ed essere inglobato in un organismo fin troppo invertebrato e comune.

No. A Gunn continua a piacere l'aura da artista eccentrico e fuori dal coro, che scrive e sviluppa prima di tutto per suo stesso divertimento, per quella passione che pure l'irriverente Sergio della mitica Boris invita a preferire a soldi e contratti, e questo al netto del fatto che attualmente proprio il regista di Saint Louis sia tra i filmmaker più richiesti del momento.

La virtù del ratto in The Suicide Squad

Poteva dunque il suo ultimo e fenomenale The Suicide Squad non trattare degli infimi ed esecrabili? Di curiosi e strambi outsider? Ovviamente no, e anzi risulta chiaro il perché Gunn sia rimasto così felice e soddisfatto del suo lavoro sul cinecomic DC, di questo film corale dedicato "a della feccia criminale" che anche se muore in missioni suicide ad alto tasso di esagerazione "chi se ne importa, sono me**e sacrificabili".

Ed è vero. Tutto vero. Solo che James Gunn ha preso la cosa e l'ha sfruttata per elaborare un discorso apparentemente superficiale ma in verità sostanziale e profondo sullo scopo dei più disprezzabili, sul valore di ogni vita e di ogni scelta e sul sapersi riconoscere e accettare a vicenda.
Certo, ispirandosi con forza e senza distacco concettuale ai fumetti di John Ostrander, Missione Suicida racconta a monte le storie dei villain più assurdi ed eccentrici rinchiusi a Belle Reve, e bisogna ammettere che il talento e l'estro narrativo di James Gunn sono riusciti a dare risalto e cura a ogni caratterizzazione in gioco, ma parte essenziale della trama (quanto meno a livello emotivo e formale) è il rapporto tra Bloodsport (Idris Elba) e Ratcatcher 2 (Daniela Melchior).
Oltre a ricoprire il ruolo di leader della Task Force X nella missione a Corto Maltese, Robert DuBois riveste la funzione di padre degenere, quel tipo di genitore che urla sfiatando innumerevoli vaffanc**o alla figlia sedicenne da dietro il vetro di una prigione.
Punendosi quasi intimamente nell'ammettere giorno dopo giorno le sue colpe, è lo stesso Bloodsport a definirsi un'infima nullità, con problemi relazionali con il padre e che nella vita non ha combinato nulla di buono.

Non vuole entrare nella Suicide Squad, tanto meno guidarla, ma è piuttosto chiara la sua non espressa necessità di essere utile a qualcosa, avere uno scopo oltre a quello di delinquere e ospedalizzare l'Uomo d'Acciaio per chissà quale astruso motivo.
Meglio impedire l'incarcerazione della figlia e rendersi veramente indispensabile no? E infatti - seppur con molte riserve - DuBois parte per la missione e incontra Ratcatcher 2/Cleo Cazo, discendente del primo Incanta Topi (Taika Waititi), ragazza sola, un po' assopita e fiacca, finita a Belle Reve per rapina a mano armata, e l'arma erano i suoi amati ratti.

Al contrario di Bloodsport, lei non è leader e ricopre invece il ruolo di figlia, motivo per cui durante l'intreccio del film i due si avvicinano molto l'uno all'altra, e questo nonostante la fobia di DuBois proprio per i ratti, anche per il piccolo e amichevole Sebastian, il topo sempre attaccato alla spalla di Cleo.
Curioso che "uno scarto della società" come Bloodsport tema più di tutto i ratti, che sono gli animali "più disprezzati e infimi sulla faccia della terra", quasi per definizione.
Pur riconoscendosi come "nulla di buono", è paradossale come questa fobia sembri derivare da qualche elemento contingente di scrittura psicologica, come se il protagonista volesse essere effettivamente altro, avere come dicevamo uno scopo. Ed è interessante, inoltre, come ratti e Task Force X, in primis sempre DuBois, siano considerati in egual misura delle armi.

James Gunn gioca su queste linee sottili e tira fuori quelle che chiameremo le Virtù del Ratto, a cui dà effettivamente un fine essenziale, umano e decoroso lasciando deflagrare invece in un bagno di delusione i contorti ideali patriottici di quello che sarebbe dovuto essere il paladino della pace senza compromessi (John Cena).

Quando arriviamo allora allo showdown finale tra Starro e il restante gruppo della Suicide Squad, l'autore rende chiaro il suo messaggio, lasciando finalmente uscire allo scoperto DuBois e la sua volontà di rendersi utile senza secondi fini, mostrando così l'anima del vero leader che infatti riesce a trascinarsi dietro anche Harley Quinn, King Shark, Ratcatcher 2 - la prima a credere in lui - e Polka-Dot Man.

Quando esplicita in tutta la sua potenza il valore innumerevole dei reietti lasciando sostanzialmente sbranare vivo Starro da una marea di ratti, Gunn guarisce a forza di graffi e squittii pure la fobia di Bloodsport, che sommerso dalla sua più grande paura, l'affronta, l'accetta e la supera.
Ed è meraviglioso come, proprio in chiusura, sempre il personaggio di Idris Elba capisca che essere considerato un infimo, uno scarto, un nulla di buono, non voglia dire automaticamente doverlo essere.
The Suicide Squad affronta marginalmente anche la tematica del libero arbitrio, con il Progetto Starfish fa riflettere sul meccanismo narrativo di Gunn, che porta infine DuBois a identificarsi e connettersi con Sebastian, a riconoscersi come un ratto che ha finalmente fatto qualcosa di buono adempiendo a uno scopo superiore.
Stupefacente, poi, che tutto ciò venga suggellato con una carezza prima di una lunga dormita.

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