The Social Network film del decennio: Tarantino ha torto o ragione?

Il regista di Pulp Fiction ha parlato del film come del titolo migliore degli ultimi dieci anni, dichiarazione che ispira una riflessione al riguardo.

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Quentin Tarantino ha ceduto al gioco del miglior film del decennio, eleggendo senza troppo pensarci The Social Network. Una risposta data di getto e di cuore, quella data dal regista di C'era una volta a Hollywood ai microfoni di Playlist, dettata da un amore evidentemente profondo e radicato per l'opera di David Fincher scritta dal grande Aaron Sorkin. Per non lui non c'è Paul Thomas Anderson che tenga, non un Malick (che poco gli si adatta, diciamocelo), Bong Joon-ho con i suoi eccezionali spaccati di genere, Christopher Nolan o George Miller con Mad Max: Fury Road. Non c'è partita: "The Social Network è il numero uno", dice Tarantino, "a mani basse, è il migliore, ecco tutto. Sbaraglia semplicemente tutta la concorrenza".

Opinione insindacabile che infatti lo stesso autore non ha voluto approfondire più di tanto, essendo una scelta personale e abbastanza condivisibile, essendo The Social Network già stato citato da altri proprio in riferimento al titolo migliore degli ultimi anni. È però interessante aprire un piccolo dibattito in merito, successivo tanto alle dichiarazioni di Tarantino quanto alla nostra Top 10 dei film più riusciti dell'ultimo decennio, dove The Social Network non compariva (per un confronto redazionale). Non c'è intenzione di paragonarci o addirittura mettere in dubbio la coscienza critica del regista, sia ben chiaro, sarebbe imbarazzante e inutile. A interessarci è il valore del film, il perché - presumibilmente - abbia colpito così intensamente Quentin Tarantino e come mai, in senso generale, abbia ragione ma anche "torto".

Un network artistico

Nella stessa intervista dove elegge a vincitore assoluto il titolo di Fincher, l'autore definisce Aaron Sorkin "il più grande dialoghista in attività". Non sta parlando di uno sceneggiatore a tutto tondo, capace di dare precisione al contesto scritto e ai confronti parlati, ma solo ed esclusivamente del Sorkin dialoghista. Ed effettivamente lo è, il migliore, è difficile trovare qualcun altro, oggi, che riesca a eguagliarlo. Lo scrittore di The West Wing, The Newsroom e Steve Jobs ha fatto sua la tecnica narrativa del walk-n-talk, dove i personaggi di un film si esibiscono in un fiume di parole, scontri e dibattiti (più o meno complessi) nel mentre di una camminata, spesso ripresa in interni.
Il senso è dare spazio al dialogo e al contenuto dello stesso, articolare il fraseggio per sovrastare la forma, portare donna, uomo e "verbo" al centro del mondo filmico, scansando un manierismo d'aspetto per dare spazio a quello di concetto. È sempre questione di stile, e Sorkin ne ha da vendere.

In ogni opera da lui scritta e concepita, l'attenzione ai protagonisti e ai loro prorompenti flussi di coscienza è sacrosanta e spesso inattaccabile, soprattutto quando la ratio ideale diventa quella simil-teatrale, fatta cioè di ambienti chiusi dove lo spettatore può seguire senza perdersi i protagonisti, avere persino punti di riferimento senza disperdere l'attenzione altrove. Non è un caso che The West Wing sia ambientata tra i palazzi del potere politico, The Newsroom in una redazione televisiva e che Steve Jobs si evolva all'interno di tre conference hall differenti.

I film scritti da Sorkin che prendono comunque più respiro sono Molly's Game e The Social Network, il primo diretto con cura dallo stesso scrittore ma senza particolari guizzi, il secondo invece stilisticamente fincheriano fino al midollo, un complesso di suoni, immagini e sensazioni riconducibile all'autore. Gli spazi, dicevamo, si ampliano e gli interni diventano spesso esterni. Non c'è solo il walk-n-talk a predominare, dunque verbo e protagonisti, perché il lungometraggio è cinema vibrante e incredibile, capace di essere thriller in tante sfumature diverse - anche legal - senza dimenticare profondità, estetica e dramma.

La correlazione all'anima artistica di Tarantino è presto data. The Social Network è un ottimo film che unisce e amalgama perfettamente lo stile di un grande regista a quello di un grande scrittore, dove il primo ammorbidisce il secondo senza sovrastarlo, dischiudendo intorno a lui la bellezza di un cinema più complesso e ricercato, mentre Sorkin sceneggia il suo acme dialogico.

Sono forma e contenuto che si incontrano, riconoscendo i proprio limiti e rimettendosi uno all'esperienza dell'altro, dandosi modo di camminare insieme all'interno di un lungometraggio davvero magnifico, da rivedere senza indugio. Comprensibile, dunque, che un regista tanto amante della parola e dei dialoghi - e della sperimentazione degli stessi - come Tarantino, cinefilo di prima classe e con una conoscenza inimmaginabile del cinema, tanto d'estetica quanto di contenuto, in ogni suo genere o metrica, possa ritenere The Social Network il film migliore degli ultimi dieci anni. La sfida che lancia indirettamente è quella di trovare un altro titolo che coniughi così intelligentemente i due aspetti sopra citati. Tendenzialmente, c'è un piccolo disequilibrio in ogni grande progetto del decennio, stando al pensiero non espresso ma evidente del regista, ed è qui che probabilmente ha torto, guardando ad esempio al Parasite di Bong Joon-ho, a The Irishman di Martin Scorsese o anche a The Master di Paul Thomas Anderson.

Il pericolo è quello di convincersi dell'esistenza di un solo e inarrivabile film capace di sbaragliare una simile concorrenza, come d'altronde sostenuto da Tarantino, quando sono in verità gusto e predisposizione personale a spingere verso la consacrazione del singolo rispetto all'esaltazione del cinema migliore possibile in senso pluralistico. In definitiva, le sue ragioni personali e critiche sono inattaccabili, valide e sinteticamente precise. Sbagliato è però il concetto che si fa passare, probabilmente, e cioè che un solo e unico titolo possa essere migliore anche solo di altri 5, 10, 20. Il singolo al comando non funziona. Mai.

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