The Rider, la recensione del film di Chloé Zhao, regista de Gli Eterni

La futura regista del nuovo progetto Marvel Studios arriva in Italia con The Rider - Il Sogno di un Cowboy, duro dramma western osannato in patria.

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A pochi giorni dalla presentazione ufficiale del suo esordio nel cinema mainstream hollywoodiano, il film Marvel Studios Gli Eterni in arrivo il prossimo anno, la felice programmazione della distribuzione italiana porta nelle nostre sale l'esordio della regista Chloé Zhao, il dramma a tinte western The Rider, pellicola del 2017 che ha riscosso notevole successo nei festival indipendenti internazionali.
È un passo ormai tipico dell'industria di Hollywood andare a pescare i registi più interessanti del circuito indipendente per lanciarli con grandi blockbuster popolari, questa volta però è quasi paradossale quanto The Rider sia diverso da quello che (immaginiamo) sarà il nuovo capitolo spaziale del Marvel Cinematic Universe, con Richard Madden, Angelina Jolie, Salma Hayek e Kit Harington nel cast.
Durissimo racconto sul perseguimento dei sogni e il valore degli affetti, che siano familiari o d'amicizia, The Rider è il perfetto contraltare realista allo Yellowstone di Taylor Sheridan, l'epica serie televisiva Paramount che mescola il racconto di frontiera contemporaneo all'affresco da tragedia shakespeariana della famiglia in stile gangster: la Zhao sottrae tutta l'epica di genere che invece affascina Sheridan, veste il suo impianto filmico con uno sguardo sia disincantato che semplice, rurale, materico, realizzando una quasi-versione di Million Dollar Baby con alla regia la Alice Rohrwacher di Lazzaro Felice al posto di Clint Eastwood


Cavalli e toreri

Non "Cavalli e Segugi", come la celebre finta rivista per la quale finge di lavorare il William Thacker di Hugh Grant in Notting Hill, ma cavalli e toreri, che è decisamente peggio e non solo perché il premio finale non assomiglia per niente a Julia Roberts: in realtà un premio finale in The Rider neppure c'è, il protagonista è nel mondo della Zhao quasi abbandonato a se stesso e in balia di un sogno che sembra più una maledizione, da guadagnarci - a parte il rischio di spezzarsi la schiena e perdere l'uso del proprio corpo - c'è poco più di una pacca sulla spalla e il senso di auto-gratificazione dovuto alla consapevolezza di avercela fatta.

È un mondo incredibilmente lontano da quello in cui abita il 99% della popolazione civilizzata, eppure la Zhao è bravissima a farcelo comprendere, a illustrarcelo, a spiegarcene gli angoli bui, le storture e soprattutto i drammi. Il film segue la storia di un giovane cowboy, Brady Blackburn (Brady Jandreau): tutto ciò che sa sui cavalli l'ha imparato dai genitori, il padre Wayne e la defunta madre Mari. Cavalca da quando è un bambino ma, a causa di una brutta caduta dalla sella, ha subito un intervento alla testa che ha richiesto l'inserimento di una placca di metallo e il divieto assoluto di partecipare ad altri rodei. Oggi vive nella riserva indiana di Pine Ridge, deve affrontare le terribili conseguenze di quell'incidente e il trauma di non poter più gareggiare, l'unica cosa che a quanto pare è in grado di fare. È solo l'ultimo ostacolo di una vita già durissima, da condividere con una sorella minore autistica e il padre con problemi di gioco d'azzardo. Senza contare il suo migliore amico Lane, unico punto di riferimento ma in riabilitazione intensiva e costretto a ricevere cure 24 ore su 24 dopo un incidente simile a quello di Brady, ma ancor più tremendo.
Un cowboy però non può resistere senza il suo cavallo, il ragazzo decide così che farà tutto ciò che può per tornare in sella il prima possibile, nonostante sappia che una seconda caduta potrebbe comportare conseguenze gravissime, se non fatali.


La memoria audiovisiva

L'elemento più interessante di tutta la pellicola è il rapporto con l'audiovisivo, nonostante in un mondo così lontano dalla modernità come quello dei ranch e delle roulotte polverose sperdute nel nulla sotto il cielo infinito sembra l'ultima cosa cui si potrebbe pensare: invece Zhao è alla tecnologia che affida il ruolo più importante, quello della conservazione della memoria.
In uno stratagemma narrativo tipico dei film Pixar, nei quali una parte importante della trama è sempre spiegata tramite un apparato tecnologico, in The Rider la storia più struggente di tutte ci viene raccontata attraverso un tablet: è il passato, qualcosa che nel film vero e proprio non vediamo mai svilupparsi nell'intreccio, eventi accaduti prima dell'inizio della narrazione i cui effetti si sentono nel presente e potrebbero avere anche conseguenze future.

Le sorti del migliore amico del protagonista, vittima di un terribile incidente durante un rodeo, potrebbero rappresentare indirettamente un probabile futuro per il protagonista stesso, qualora non dovesse optare per un cambio di rotta per la propria esistenza: il film non ce lo dice mai ed è molto elegante in questo, eppure è evidente che Zhao consideri i due personaggi le facce opposte della stessa medaglia, gli esisti negativi e positivi di due diversi lanci di dadi, i round dei rispettivi turni alla roulette russa.
È come se Brady, nel passare del tempo con Lane, nel curarlo e assisterlo, si ritrovi di fronte a uno specchio: l'audiovisivo mostra a Lane il suo passato, ma allo stesso tempo Lane rappresenta il futuro di Brady, o meglio uno dei futuri possibili nel caso in cui il protagonista dovesse continuare a rischiare la sua vita.
Come il loro rapporto si basi poi sul linguaggio tecnico del rodeo, con il primo che aiuta il secondo nella riabilitazione spingendolo a ricordare i movimenti, le pose e le sensazioni dell'andare a cavallo, è un gesto di cinema di gran classe.

The Rider - Il sogno di un cowboy Prima di arrivare nel grande affresco di Kevin Feige chiamato Marvel Cinematic Universe, la regista indipendente Chloé Zhao fa tappa in Sud Dakota, dove mette in scena un dramma esistenziale sullo stile di vita romantico del cowboy, tra sogni, speranze, timori per il futuro e incredibili tramonti da cartolina. Secco, materico ed efficace, The Rider è una perla del circuito indipendente statunitense e svuota l'impianto filmico del western dall'epica che invece Taylor Sheridan, altrove, si sta tanto dando da fare per conservare ed enfatizzare.

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