The Mask: l'originale con Jim Carrey e il suo sequel a confronto

Può un film cult degli anni '90 avere un seguito assolutamente non all'altezza delle aspettative? Scopriamone insieme i motivi.

The Mask: l'originale con Jim Carrey e il suo sequel a confronto
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È davvero difficile immaginare il processo mentale degli spettatori in sala durante gli anni '90 alla visione di The Mask, dopo aver letto il fumetto.
Nonostante il primo film abbia ottenuto un enorme consenso sia di pubblico che di critica (riuscendo in un'operazione molto difficile, cioè snaturare alle fondamenta il materiale cartaceo originale senza però fare danni) rimane sicuramente un fatto curioso pensare ai pochi, pochissimi (almeno in Italia) spettatori che, durante la visione della pellicola, avranno pensato: ma questo non è The Mask!
Il fumetto originale del 1989 creato da John Arcudi e Dough Mahnke, molto più vicino agli stilemi dell'underground che alle atmosfere solari e scanzonate del film, può dirsi infatti distante anni luce dalla pellicola che in realtà ha reso popolarissimo il personaggio a livello mainstream.
The Mask del '94 ha infatti avuto il grande merito di rielaborare in maniera intelligente il personaggio borderline dei fumetti, spogliandolo da tutta una serie di elementi che probabilmente avrebbero urtato più di qualcuno, arrivando così a un pubblico molto più vasto.
Purtroppo però il sequel della storica prima pellicola non è riuscito in alcun modo ad eguagliarne il successo, rivelandosi a conti fatti un'enorme occasione sprecata.

Il The Mask di Chuck Russel e Jim Carrey

La prima grande intuizione degli autori del film è stata quella di non puntare su una struttura corale (visto che la forza delle storie a fumetti era quella di veder passare la maschera da persona a persona con risultati spesso devastanti) ma di concentrarsi su un singolo personaggio, tale Stanley Ipkiss (Jim Carrey), molto più affabile rispetto alla sua versione fumettistica (e anche molto più importante, rendendolo di fatto il protagonista assoluto).
Il distacco netto dal materiale di partenza, presente su più fronti a livello contenutistico quanto tematico (Stanley non risulta mai esageratamente cattivo o violento) ha reso il primo film adatto a tutta la famiglia.
L'opera funziona molto bene dall'inizio alla fine, puntando su una caratterizzazione dei personaggi semplice ma funzionale al tipo di storia raccontata.
Stanley risulta un personaggio profondamente empatico, poco fortunato tanto in ambito lavorativo che sentimentale, di indole buona ma incapace molto spesso di far valere le proprie ragioni.
Eppure un giorno, attraverso una vera e propria epifania, il protagonista entra in contatto con una strana maschera dotata di poteri magici, in grado di trasformarlo di punto in bianco in una sorta di stralunato personaggio parecchio fuori di testa, capace di farsi guidare più dall'istinto che dalla ragione.

Dopo qualche momento di assestamento e varie spassose scene, l'evoluzione introspettiva del personaggio lo porta sempre di più ad avvicinarsi all'archetipo dell'eroe (seppur sgangherato), ritrovandosi invischiato in breve tempo in una storia a cavallo tra influenze comiche e action nel tentativo di salvare la sensuale Tina (interpretata da una Cameron Diaz al suo esordio cinematografico) dalle grinfie dello spietato criminale Doryan Tyrell.
L'opera ha saputo stupire all'epoca anche per un comparto tecnico di tutto rispetto, grazie a effetti speciali davvero riusciti e, ancora oggi, capaci di conquistare gli spettatori alla prima visione.
Molto spassose poi moltissime scene, dai confronti di Ipkiss con i colleghi, il suo psicologo e la polizia, alla celeberrima sequenza all'interno del Coco Bongo, senza dimenticarsi del cane del protagonista, Milo, e di un momento finale che vede anch'esso alle prese con la maschera.
Il clima estremamente scanzonato e a tratti fuori di testa del film, supportato dalla presenza istrionica di Jim Carrey, in parte tanto nei panni civili che in quelli di The Mask, hanno contribuito al successo su larga scala di un piccolo grande cult anni '90, capace d'intrattenere in maniera ammirevole anche se rivisto oggi.

Il The Mask di Lawrence Guterman e Jamie Kennedy

Quello che forse stupisce maggiormente del sequel di The Mask è il fatto che sia un'immensa occasione sprecata.
Tornare sul franchise dopo vari anni poteva essere lo spunto per provare a fare qualcosa di completamente diverso dalla prima pellicola, cosa che invece non è stata fatta, puntando invece ancora di più su un clima infantile rispetto a quanto visto in passato.
Il risultato purtroppo si è rivelato davvero sotto le aspettative, tirando esageratamente in ballo la questione legata alle origini della maschera, ponendo l'attenzione anche su alcune sfumature divine (il legame della maschera con Loki accennato nel primo film qui diventa plateale) ma soprattutto abbassando l'asticella generale della qualità.

Seppur l'idea del figlio di The Mask poteva essere interessante, l'aver voluto creare una storia a sé (il protagonista interpretato da Jim Carrey è solo un lontano ricordo nel sequel) non ha fatto altro che dare alla luce un prodotto probabilmente più vicino ai gusti del pubblico di giovanissimi.
L'opera si configura infatti come una lunga sequenza di effetti speciali di pregevole fattura basati sugli straordinari poteri dati dalla maschera (che il figlio di The Mask possiede dalla nascita), incapaci però di sobbarcarsi sulle spalle la riuscita dell'intero film.
La pellicola risulta in alcuni casi un semplice more of the same di quanto visto nel '94, incapace di emozionare e/o di stupire, purtroppo affossata anche da personaggi davvero poco caratterizzati e dal macrotema del doppio (rielaborato in maniera soddisfacente nel primo film, ma qui del tutto depotenziato).
Insomma, una vera e propria occasione persa che però, magari, potrà servire come monito se qualcuno vorrà riportare l'intero brand ai fasti delle origini.

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