Oltre The Last Duel: i 10 migliori film di sempre sul Medioevo

Ora che The Last Duel di Ridley Scott arriva in sala, ecco una Top 10 sui migliori film di sempre su un periodo storico a lungo mistificato.

Oltre The Last Duel: i 10 migliori film di sempre sul Medioevo
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Il Medioevo è sempre stata una delle epoche più sfruttate dal cinema e dalla TV. A dispetto di una visione spesso eccessivamente sanguinosa e pregiudiziale, sono tanti i capolavori che ci hanno affascinato parlandoci di dame e cavalieri, di uomini di potere e scontri d'arme. Altre volte invece grandi registi si sono concentrati nel farne il centro simbolico di iter narrativi complessi e sfaccettati, ma una cosa è certa: il Medioevo non smetterà mai di affascinarci.

Ora che The Last Duel di Ridley Scott arriva in sala, riportandoci al tempo in cui regnavano feudalesimo e amor cortese (si fa per dire), è giusto andare a (ri)scoprire quali sono stati i 10 migliori film di sempre sul Medioevo, quelli che più di tutti ci hanno rapito, hanno saputo raccontare in modo sempre diverso quei secoli di cui per molto tempo abbiamo ingiustamente pensato tutto il male possibile.

Il Settimo Sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Racchiudere in un solo paragrafo il significato ultimo di uno dei più grandi film della storia è sicuramente un compito proibitivo. Senza ombra di dubbio, grazie ai suoi personaggi incredibilmente profondi e alla dimensione semiotica di cui essi si fanno portatori, guardare questa pellicola significa approcciarsi a qualcosa di molto diverso da una semplice opera in costume.

Parlare de Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman vuol dire confrontarsi con uno dei migliori film mai realizzato sul Medioevo. Un ritratto di come l'uomo concepiva il mondo all'epoca, il suo rapporto con l'infinito e con la morte. Il crociato sconsolato e svuotato dagli orrori della guerra che rappresenta uno dei ruoli più iconici di Max Von Sydow, mentre scherza e gioca con la Morte si erge a simbolo stesso dell'umanità che in quel 1300, a causa della peste e delle guerre, vide smantellate le certezze ereditate dai secoli precedenti. Dall'opera emerge a mano a mano una visione della vita e dell'esistenza certamente più dubbiosa, ma anche molto più riflessiva e ricca di sentimento. Semplicemente straordinario dal punto di vista estetico, con una regia che ha fatto epoca, questo film ci mostrò l'anima dell'uomo medievale, assediata dal terrore della morte e di ciò che vi è dopo di essa, per nulla alleviata da una religiosità che soffoca i sentimenti piuttosto che elevarli. Eppure nell'epilogo coerentemente macabro, Bergman elogia a valore ultimo la solidarietà tra esseri umani, il godere del presente accettando i limiti dell'esperienza terrena, creando una delle più grandi metafore sull'evoluzione del pensiero che l'umanità realizzò in quei secoli.

The Last Duel (Ridley Scott, 2021)

Ebbene sì, la pellicola successiva che andiamo a incontrare nella nostra classifica è proprio l'ultima opera di Ridley Scott, ispirata a un duello reale nato da una contesa personale tra due dei nobili di punta della corte di Francia del 1386 (qui potete approfondire la vera storia dietro The Last Duel).

Pur tenendo conto della licenza creativa che come in molte altre sue opere Scott si prende, The Last Duel è un eccezionale affresco storico, ma soprattutto un lungometraggio con cui il regista smantella e decostruisce completamente la retorica machista e paternalistica con cui il Medioevo è stato narrato per decenni della settima arte. Lo stupro subìto da Marguerite (Jodie Cormer), il processo che terminerà con il mortale duello tra il suo consorte, il violento Jean De Gourages (Matt Damon), e il narciso ed egocentrico Jacques Le Gris (Adam Driver), diventano metafora storica, totem di un'ingiustizia secolare che trovate descritta nella nostra recensione di The Last Duel). Battaglie e intrighi di corte cedono il passo alla rappresentazione di una quotidianità coniugale descritta come violenta, squallida e impietosa, al riconoscimento di una sofferenza femminile che si è protratta inascoltata nei secoli, venendo soffocata dalla magniloquenza dell'uomo d'arme.

Una delle pellicole più coraggiose di Scott (recuperate i cinque film per capire Ridley Scott così da approfondire la figura di questo regista), e uno dei racconti più scevri da ogni retorica nel parlarci di un'epoca che, se da un lato non fu certamente l'inferno sulla terra sovente descritto, dall'altro fu anche ben distante dall'epica che tanto amiamo.

Enrico V (Kenneth Branagh, 1989)

La battaglia di Azincourt rimane uno degli episodi bellici più famosi di tutti i tempi, uno dei più leggendari anche grazie alla nobile penna di William Shakespeare, che nel suo Enrico V fissò nell'immaginario collettivo quella giornata d'arme. La vittoria disperata a opera delle truppe inglesi contro le arroganti e ben più numerose forze francesi, il trionfo guadagnato dalla potenza dell'arco lungo britannico sulle corazze della nobiltà transalpina rivive grazie a questo bellissimo lungometraggio diretto da Kenneth Branagh.

Il risultato purtroppo non è stato pareggiato dal film Netflix di due anni fa, anch'esso ispirato al Bardo, e la nostra recensione de Il Re è lì a dimostrarlo. Dopo aver interpretato uno dei sovrani più famosi di tutti i tempi decine di volte sui palchi più prestigiosi, Kenneth Branagh decise di portare in scena con grande abbondanza di mezzi quel poema shakespeariano, quell'oratoria con cui Enrico si dichiarò fratello del più umile dei suoi arcieri, guadagnandosi l'immortalità.

Straordinario successo di critica, elegantissimo nella forma, eppur brutale nella sostanza con cui ci mostra l'inferno sul campo di battaglia, Enrico V è un'opera inestimabile nel farci comprendere il peso del comando, come coraggio e imprevedibilità in quei secoli abbiano sovente cambiato completamente il corso degli eventi.

Il Nome della Rosa (Jean-Jacques Annaud, 1986)

È davvero impossibile stilare questa classifica e lasciare fuori questo piccolo gioiello della cinematografia diretto da Jannes-Jacques Annaud liberamente tratto dal capolavoro letterario di Umberto Eco.

Il Nome della Rosa è un raffinato thriller medioevale gotico che, per quanto meno ricco di contenuti rispetto all'originale cartaceo, mantiene inestimabili fascino e bellezza nel parlarci non solo e non tanto di un'epoca storica, ma soprattutto della diversa chiave di lettura della realtà che in essa albergava.
Un carismatico e affascinante Sean Connery rese il suo Guglielmo da Baskerville un simbolo di empatia e astuzia, di intelligenza e curiosità, in un periodo descritto come tempio della freddezza, della solitudine e della superstizione. Su tutto e tutti aleggia lo spirito della morte, ma ancor più della castrazione del libero arbitrio che ha proprio in Guglielmo e nel suo allievo Adso (Christian Slater) un faro isolato, tra monaci e prelati ipocriti e crudeli verso i propri simili. Scambiato da alcuni come un'opera anticlericale, è in realtà un film fedele alla parola di Gesù, ai suoi insegnamenti, alla sua visione di un universo fatto di amore e condivisione.

A esso Annaud contrappone la perfidia delle classi agiate, la loro ostilità verso un sapere che naturalmente metterebbe a repentaglio l'ordine costituito, distruggerebbe quella paura su cui essi contano per governare le masse. Più teoricamente fedele al romanzo, ma anche incredibilmente meno riuscita, è la serie tv di due anni fa diretta da John Turturro che potete riscoprire nella nostra recensione de Il Nome della Rosa.

El Cid (Anthony Mann, 1961)

Per moltissimo tempo gli storici sono stati alquanto dubbiosi circa la reale esistenza di Don Rodrigo Díaz de Vivar, detto El Cid, al quale le cronache facevano riferimento come il vero eroe della Reconquista da parte degli iberici nei confronti dei Mori che dominavano il sud della Spagna nel XI secolo.

La pellicola diretta da Anthony Mann racconta la vita e le gesta di questo straordinario condottiero interpretato con energia e carisma da un Charlton Heston all'apice della propria popolarità, coadiuvato da un cast di contorno che annoverava nientemeno che Sophia Loren, Raf Vallone e Geneviève Page. Ancora oggi, El Cid gode di grande considerazione presso la critica, per l'energia, la vitalità e la raffinatissima estetica con cui Mann seppe parlarci di un periodo particolarmente burrascoso e sanguinoso per la Spagna. Al netto di piccole licenze creative, questo è un lungometraggio in realtà incredibilmente fedele agli eventi storici, ma soprattutto capace di trasportarci nel complesso scacchiere politico dell'epoca e di mostrarci una non indifferente introspezione dei protagonisti.
Accarezzando sovente i temi cari al dramma shakespeariano ed omerico, El Cid rimane una delle pellicole più significative sul concetto di epica nella narrazione cinematografica, almeno questa è l'opinione di un certo Martin Scorsese. Da segnalare come la straordinaria vita di questo guerriero abbia permesso anche recentemente di ottenere una gradevole serie targata Amazon che vi abbiamo raccontato nella nostra recensione di El Cid.

Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn, 2009)

Valhalla Rising è uno dei film più violenti e inquietanti mai realizzati negli anni 2000 (e se non ci credete, fiondatevi sulla nostra recensione di Valhalla Rising). Nicolas Winding Refn permette a Mads Mikkelsen di vestire i panni di uno dei suoi personaggi più riusciti e iconici: One-Eye. La ruvida e ostile Scozia dell'XI secolo è il teatro di questa sanguinosa odissea di un guerriero vichingo, costretto a essere gladiatore contro la propria volontà, eppure invincibile.

Liberatosi infine dalla schiavitù, finirà tra un gruppo di crociati fanatici, con solo un fedele ragazzino accanto, catapultato sul continente americano. Brutale, violentissimo, sanguinolento ai limiti dello splatter, eppure incredibilmente ammaliante dal punto di vista estetico, Valhalla Rising è un film unico. Un epico affresco di grande interesse per ciò che riguarda il rapporto tra uomo e infinito, rimane soprattutto una metaforica trasposizione del mito di Odino e del Ragnarok.

Grande protagonista è la religiosità intesa come prigione dell'anima, così come fu per molti secoli, creando le basi per un astio che è sopravvissuto fino ai nostri giorni. La natura è inospitale e crudele, ma non quanto gli uomini, capaci di infliggere ai propri simili gli orrori più inenarrabili e immotivati, in un viaggio verso la follia nel quale, paradossalmente, questo guerriero taciturno e ferale si erge a simbolo di nobile razionalità.

Bravehearth (Mel Gibson, 1995)

Un lungometraggio che si prende molte più libertà sulla realtà storica tra quelli presenti in questa lista. Eppure, Braveheart di Mel Gibson rimane la quintessenza dell'epica cinematografica, uno dei film medievali più belli, appassionanti e amati di tutti i tempi, capace di far comprendere quanto l'autodeterminazione sia sempre stata una delle motivazioni principali dietro i grandi movimenti della storia.

William Wallace, con la sua rivolta contro i dominatori inglesi che opprimevano il popolo scozzese, diventò sostanzialmente patrimonio universale grazie a questo film, diretto in modo semplicemente magistrale e interpretato da Gibson con un'energia e una vitalità grandissime. Certo, gli storici potranno storcere il naso per l'opera, ma per lo spettatore, così come per il critico cinematografico, la sua estetica, la brutalità che lascia lo spazio sovente all'ironia e alla tenerezza, la bellissima colonna sonora e il potere delle sue immagini, rimangono inestimabili. La realtà è che ancora oggi molti sottovalutano la contrapposizione tra Wallace e Robert Bruce, Re di Scozia, dove uno rappresenta l'idealismo, l'altro l'astuto pragmatismo della ragion di Stato. Tramite loro, Gibson mise in scena una disamina di queste due diverse visioni della politica e della vita, che di sicuro avrebbe fatto la gioia di Machiavelli.

Monthy Python e il Sacro Graal (Terry Gilliam e Terry Jones, 1975)

Forse potrà sembrare strano trovare quella che in realtà è una sorta di commedia fantasy in questo elenco. Ma la realtà è che Monty Python e il Sacro Graal è uno dei film più importanti che siano mai stati fatti sul Medioevo e, se non lo conoscete, dovete assolutamente leggere la nostra recensione di Monty Python e il Sacro Graal.

Diretto con non poche difficoltà da Terry Gilliam e Terry Jones, girato con un budget sostanzialmente ridicolo che costrinse il più delle volte il cast e la troupe a improvvisare, Monty Python e il Sacro Graal è una delle più perfette decostruzioni dell'epica che sovente ha inquinato la nostra visione dei secoli bui. La leggenda di Artù e i cavalieri della tavola rotonda e la loro ricerca del Santo Graal diventano l'espediente narrativo mediante il quale il gruppo comico britannico ridefinisce completamente la figura del nobile cavaliere, delle sue gesta e degli amori, restituendoci un Medioevo puzzolente, caustico e fangoso dove non vi è che uno spazio assolutamente ridicolo per il mito.
Caotico, incredibilmente innovativo per quanto riguarda il concetto stesso di tempo comico, così come di iter diegetico umoristico, questo film distrugge una concezione aulica del periodo più buio della storia, ma contemporaneamente ne rende palpabile la necessità. I suoi protagonisti non sono mai stati eroi o modelli da imitare, ma siamo noi ad averne bisogno, per cercare in un qualche modo di pensare di poter aspirare a qualcos'altro, di poter essere qualcosa di più che semplici uomini comuni.

L'Armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966)

L'importanza de L'Armata Brancaleone nella cinematografia italiana non sarà mai abbastanza sottolineata. Mario Monicelli, unendo Calvino, Kurosawa ma omaggiando anche se stesso e il suo I Soliti Ignoti, nel 1966 crea una delle pellicole ontologicamente più complesse e divertenti della storia del nostro cinema, regalandoci una delle migliori interpretazioni di Vittorio Gassman.

E proprio Gassman è il mattatore totale di questo racconto ambientato nell'undicesimo secolo, scevro da ogni retorica, ma allo stesso tempo privato anche di un'eccessiva ruvidezza, quanto abitato piuttosto da poveri diavoli, membri per l'appunto di quell'Armata Brancaleone che da quel momento in poi è diventata una definizione nel nostro linguaggio comune. Incredibilmente complesso nella sua componente linguistica, il lungometraggio di Monicelli restituisce soprattutto umanità al Medioevo e ce lo descrive per quello che molto probabilmente era: un universo di mestieranti della vita.

Contrariamente a ciò che hanno fatto tanti cineasti presenti in questa lista, e non solo, il compianto regista ammira il Medioevo dal basso, dal punto di vista della plebe, degli ultimi, degli esclusi, descrivendoci i cosiddetti eroi sotto una sinistra e alquanto noiosa luce di tirannia. La sua anima è fatta di sperimentazione e classicità, rendendolo uno dei prodotti più innovativi e curiosi della comicità italiana, nel quale coesistono le dimensioni micro e macro della Storia, il volgare e l'aulico.

Andrej Rublev (Andrej Tarkovskij, 1966)

Pellicola incredibilmente complessa, titanica per ambizione e significati, Andrej Rublev andò incontro a un iter produttivo che vide il regista, Andrej Tarkovskij, sottoposto a difficoltà di ogni tipo soprattutto a causa della censura vigente in Unione Sovietica.

Nulla di sorprendente, visto che il protagonista era nientemeno che il santo della Chiesa Ortodossa, ma soprattutto il più grande pittore di icone della storia, titolare di un iter narrativo che rappresenta una condanna della censura. Ancora oggi, il lungometraggio di Tarkovskij è considerato all'unanimità uno dei più grandi capolavori della cinematografia di tutti i tempi, un gioiello estetico e concettuale. Opera incredibilmente profonda per significati, viscerale e innovativa tanto dal punto di vista stilistico quanto estetico, ci mostra l'eterno dibattersi delle due anime attraverso cui abbiamo sempre visto e interpretato il Medioevo.
Violenza, morte, sofferenza, il potere della spada e del sangue degli uomini controbilanciati dalla fantasia, dalla speranza e, soprattutto, dalla volontà di vedere una divinità fatta di amore, bellezza e condivisione, piuttosto che lo spietato mietitore di anime. Alla fine, di questo film, tra i più ricercati e curati a livello storiografico, rimane soprattutto una straordinaria metafora sul ruolo dell'artista nella società e nell'umanità in generale.

Tarkovskij ci donò in quei 200 minuti un eterno patrimonio comune, un racconto umano incredibilmente personale ma allo stesso tempo capace di essere universale, parlandoci in modo raffinato e originalissimo dello stretto legame tra l'opera d'arte e la sensibilità di chi crede nell'infinito.

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