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The Irishman, il ritorno al mob drama di Scorsese: l'analisi del trailer

A tre anni di distanza dello splendido Silence, Martin Scorsese torna a un cinema più "familiare" con un cast di interpreti eccezionali.

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Dopo gli obblighi, le libertà. Sembra questo il percorso intrapreso dall'energico Martin Scorsese dal 2014 a oggi, cinque anni in cui il grande maestro del cinema contemporaneo ha raggiunto la sala con due progetti, il primo dei quali è stato Silence. Il dramma dedicato al proselitismo cristiano e alla ricerca spirituale della fede si è rivelato un'analisi intima e straordinariamente complessa sia in termini cinematografici che drammaturgici, il che ha reso un progetto a lungo rimandato e obbligato una vittoria incredibile, raffinata e sontuosa.
Un film importante nella carriera del cineasta newyorkese, che già nel 1988 era passato sul tema religioso con L'ultima tentazione di Cristo e che ha avuto uno sviluppo pre-produttivo fin troppo complicato, tra ritardi e paure, tanto da arrivare quasi sui banchi del tribunale.

Dato l'impegno di Scorsese e i vincoli contrattuali, dopo l'esuberante e geniale The Wolf of Wall Street, il regista ha messo anima nel corpo a raccontare il viaggio del gesuita Padre Rodrigues verso il Giappone, alla ricerca del suo maestro spirituale e di una verità più profonda sulla fede. Silence è stato un titolo diretto per responsabilità e con lo stesso brillante acume che da sempre contraddistingue la filmografia scorsesiana, ma svincolatosi da un progetto tanto difficile, l'autore ha deciso di cimentarsi in quello che per lui è un passion project sin dai tempi di The Departed, investendo tempo e talento nell'adattamento cinematografico del romanzo I Heard You Paint Houses di Charles Brandt, libro dedicato all'assassinio di Jimmy Hoffa e alla figura di Frank "l'Irlandese" Sheeran. Il primo trailer ufficiale di The Irishman ci mostra un film davvero ambizioso e modello ideale di Scorsese.

I giovani (non) più giovani

Come suggerisce lo stesso titolo, The Irishman è soprattutto dedicato a Frank Sheeran, personaggio interpretato nel film da Robert De Niro sia da anziano che da giovane (torniamo su questo più avanti). Per farla semplice, come scrive nel suo splendido libro anche Brandt, proprio Sheeran è considerato uno degli artefici della misteriosa e improvvisa scomparsa di Jimmy Hoffa (interpretato da Al Pacino), famoso sindacalista della IBT dal 1957 al '71, invischiato con le organizzazioni criminali di stampo mafioso e svanito nel nulla a 62 anni, nel 1975.
Da quanto emerso, il progetto fungerà in particolar modo da riflessione personale di Sheeran, che interrogandosi sul suo ruolo nella scomparsa di Hoffa ripercorrerà il suo passato da imbianchino fino a sicario della mafia italo-americana, svelando allo spettatore la nascita del cosiddetto "Irlandese" e i suoi rapporti con la criminalità organizzata e la politica, addentrandosi inoltre nella realtà culturale dell'epoca. Come si vede nel trailer ufficiale, le tinte e le atmosfere di The Irishman sono esattamente quelle del mob drama scorsesiano, tanto da richiamare prepotentemente le vibrazioni di Quei bravi ragazzi o persino di Casinò, sia per la presenza di De Niro o di Joe Pesci (che interpreta il mafioso Russell Bufalino), sia per delle scelte cinematografiche similari.

Nelle intenzioni e nelle aspirazioni del regista, questo vuole essere un ritorno al grande gangster movie degli anni '80 e '90: si respira quell'aria in ogni frame, in ogni inquadratura soffusa o incorniciata dal fumo denso delle sigarette, dalle scritte al neon che bagnano di luce artificiale le strade fradice di pioggia. The Irishman si presenta come Scorsese che imita Scorsese ma supera Scorsese, perché a differenza del passato qui la produzione è nettamente elevata in termini di investimento e c'è un'idea di base rivoluzionaria per il suo cinema: la scelta di sfruttare De Niro, Pesci e Pacino anche nelle sequenze ambientate tra gli anni '60 e '70, utilizzando la tecnologia per ringiovanire di 30 o 40 anni i volti dei protagonisti.

Da quanto visto nel filmato, il risultato sembra funzionare ma è onestamente un po' straniante, specie perché conosciamo tutti i lineamenti degli attori quando erano più giovani, elemento che impegna dunque l'occhio dello spettatore nella ricerca della costruzione o della pulizia in digitale dei volti, che ovviamente si nota. Non sembra però essere un grave problema, specie perché il lavoro è in alcuni passaggi davvero sopraffino e quasi invisibile, lasciandoci appena qualche perplessità in relazione ai primi piani, come poi si vede alla fine del trailer con l'inquadratura del viso di Robert De Niro. Per quanto riguarda invece la regia, la struttura e lo sviluppo del film, i dubbi sono a zero. È palese la cura ossessiva di ogni scena, l'amore per i dettagli (le mani nel cinema di Scorsese sono oro e qui non fanno differenza) e la ricerca di sequenza che già gridano "cult", dirette con lo stesso, classico carisma rock da uno dei cineasti più importanti e applauditi della storia del cinema contemporaneo. The Irishman sembra già l'ennesimo coronamento di una carriera sempre più incredibile, un film che non vediamo l'ora di scoprire frame dopo frame, di vivere più volte (al cinema e su Netflix) con il cuore colmo d'amore per un autore che, a 77 anni, non smette di confezionare sogni cinematografici per cinefili estasiati.

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