The Hateful Eight: da Wagner a Tarantino

Nel bagaglio culturale di Quentin Tarantino c'è tanto cinema di genere, ma secondo molti anche i classici dell'espressionismo e del cinema da camera tedesco. Scopriamo insieme le dosi di questa alchimia.

The Hateful Eight: da Wagner a Tarantino
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Una rappresentazione ‘per pochi', magari in ambienti raccolti, di dimensioni limitate, dove la distanza tra pubblico e attori sia esigua, per poter apprezzare ogni piccola sfumatura negli sguardi, nei gesti, nelle espressioni. Questi i tratti fondamentali della cosiddetta recitazione ‘Kammerspiel' (letteralmente "da camera"), che privilegia l'analisi intimistica e psicologica, inquadrata come se fosse costantemente sotto una lente d'ingrandimento. E' un movimento che nasce negli anni '20, in Germania, e rappresenta per certi versi l'opposto dell'espressionismo, basato viceversa su una recitazione estremamente potente, caricata, sopra le righe. Eppure i due movimenti non sono sempre in contraddizione estrema, e anzi spesso trovano punti di contatto nell'importanza degli elementi simbolici, nell'interiorizzazione dei concetti, nell'uso abbondante di metafore. A differire è soprattutto la forma, specie al cinema.

Quentin e Wagner

Nel ‘Kammerspiel' troviamo toni smorzati, quadri e personaggi composti in maniera realistica e senza troppi artifici, mentre basta immaginare rapidamente le architetture barocche di Metropolis o i contrasti di luce di Nosferatu per ricordare come il cinema espressionista sia invece graficamente molto intenso e attraente, tanto che molti riconoscono - e non senza ragione - in quel linguaggio la base iconografica per buona parte del cinema hollywoodiano e ‘commerciale' di oggi. Quentin Tarantino, da ibrido eccezionale ed eccellente qual è, tra autore acculturato e compiaciuto fabbricatore di ‘generi' di successo, certamente conosce bene questo bagaglio culturale, e non ha mancato di sottolinearlo, ad esempio nella costruzione e in certi rimandi del suo ultimo apprezzatissimo Django Unchained: "Ci siamo divertiti a mettere in scena parallelismi - disse - come quello con la saga nordica di Sigfried, che è venuto fuori casualmente, dopo essere stato a teatro con Christopher a vedere i Nibelunghi di Wagner, che conoscevo solo tramite Fritz Lang. Il personaggio femminile si chiamava già Broomhilda per cui il parallelo con Brunilde è venuto spontaneo. Quando scrivi diventi come una calamita, gli elementi sono nell'aria e ti raggiungono".

Western 'da camera'?

Si può considerare dunque Tarantino, come già qualcuno ha fatto, un esponente di un filone western ‘da camera', data la sua propensione alle lunghe performance recitative - memorabile quella di Di Caprio proprio in Django, ad esempio - o lo si può ascrivere piuttosto a una versione concentrata e moderna della tendenza ‘espressionista'? (pensiamo al sangue, alle sparatorie, al linguaggio colorito, al pulp). Proviamo a ragionarci insieme, tornando sulla definizione. Parlavamo di "una rappresentazione ‘per pochi', magari in ambienti raccolti, di dimensioni limitate". Chiaramente questo ci allontanerebbe dalla via, perché il cinema, e specie i suoi metodi di fruizione moderni, rimandano più all'idea di uno spazio grande e multiaccessoriato come una multisala o, per contro, a una visione casalinga o addirittura ‘on the road' (pensiamo alle nuove possibilità offerte da Netflix) dove, come conseguenza del flusso di continui stimoli esterni e interruzioni, è molto difficile percepire le sfumature di dialoghi, sguardi, gestualità ed espressioni. Il cinema moderno, specie quello di impatto e commerciale, privilegia piuttosto sequenze shock, visivamente aggressive, concitate, oppure colpi di scena particolarmente inaspettati e sorprendenti al limite del parossismo, per tenere alta l'attenzione dello spettatore. Nel cinema di Tarantino questi elementi non mancano.

Gli odiosi otto

Eppure, come nel Kammerspiel, la cinepresa di Tarantino risulta straordinariamente mobile, pedina i personaggi e quasi li perseguita per mostrarli da vicino, anche nel loro intimo. La sua osservazione è distaccata, spesso scientifica e proprio per questo disturbante (pensiamo ancora alle scene della tortura di Django). Il western di Tarantino, pur citando Wagner, lo supera. Non ricerca l'epica - "Faccio ‘gli odiosi otto', ha detto recentemente, non I magnifici sette - ma spettacolarizza in maniera differente, affondando il coltello nelle piaghe della storia, come lo schiavismo: «Dopo Django, mi sono reso conto che non era una esperienza finita - ha dichiarato il regista a Ciak - Avevo bisogno di approfondire, perciò mi sono rimesso alla scrivania. All'inizio il protagonista era di nuovo Django, ma ben presto, l'ho dovuto sostituire col maggiore Marquis Warren. Django sarebbe stato troppo onesto per la storia che avevo in mente, c'era bisogno di meno scrupoli morali». E allora ci rendiamo conto che è proprio il cinema stesso, se gli si dedicano la giusta attenzione e la giusta concentrazione, a costituirsi come esperienza ‘Kammerspiel'. Le inquadrature ravvicinate, gli zoom, le alternanze di piani e campi - impossibili a teatro - contribuiscono a creare un nesso di vicinanza (anche se solo virtuale) tra spettatore e azione, saldando il loro legame e facendoli compartecipi l'uno dell'altro. Tarantino, che è stato a lungo spettatore prima di diventare regista, questi aspetti li conosce bene, ed è probabilmente per questo che il suo cinema riesce a restare fortemente personale e autoriale pur garantendo sempre ottimi incassi e basandosi su personaggi iconici e spesso grotteschi come quelli dei fumetti.


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