The Grudge: alle origini del film horror tra Giappone e USA

In occasione dell'uscita del reboot americano, analizziamo analogie e differenze tra le prime due versioni, giapponese e statunitense, della saga horror.

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"Quando qualcuno muore in preda a una grande rabbia, ne nasce una maledizione. Tale maledizione si concentra nel luogo della morte. Tutti coloro che entreranno in contatto con essa verranno consumati dalla sua furia"
Questa suggestiva e inquietante massima altro non è che il leit-motiv dei diversi capitoli della saga di The Grudge, sia nella sua originale incarnazione giapponese che nella rivisitazione occidentale. In occasione del reboot hollywoodiano del franchise, prodotto tra gli altri da Sam Raimi e in uscita nelle sale italiane il 27 febbraio (Coronavirus permettendo), andiamo ad analizzare analogie e differenze dei primi due storici episodi sia in terra nipponica che sul suolo americano.

Una maledizione senza fine

Gli sviluppi principali della trama, almeno nelle fasi iniziali e centrali, sono pressoché simili. Una giovane assistente sociale (Rika nella versione originale, Karen nel remake) fa visita a un'anziana donna con gravi problemi di salute e la scopre in stato catatonico, in totale assenza dei familiari. All'interno della dimora c'è anche un bambino, che dice di chiamarsi Toshio, in compagnia di un gatto; poco dopo la paziente viene "aggredita" da una presenza spettrale dai lunghi capelli neri, con Rika/Karen che viene ritrovata in un grave stato di shock.

Ricoverata in ospedale, la protagonista scopre dalla polizia che la casa è stata teatro di un macabro omicidio-suicidio, e che il piccolo Toshio era finito anch'esso vittima della furia assassina del padre. Da quel momento ogni individuo che ha avuto contatti con quelle quattro mura inizia a essere vittima di inquietanti allucinazioni e altrettanto macabre telefonate, con i fantasmi senza pace che seguono come una maledizione chiunque sia salito su quel palcoscenico di morte.

Sadako vs Kayako

Tra la fine degli anni '90 e la prima parte del successivo decennio, i j-horror sono stati definitivamente sdoganati al grande pubblico internazionale. Un merito da assegnare solo in parte all'uscita di titoli diventati cult assoluti del calibro di Ringu (1998) e proprio del primo Ju-on - Rancore (2002), sicuramente da condividere con la proliferazione di rifacimenti hollywoodiani come The Ring (2002) e per l'appunto The Grudge (2004).

Non è un caso che i due ectoplasmi femminili, rispettivamente Sadako (Samara nel remake) e Kayako, abbiano ottenuto addirittura una pellicola crossover, distribuita in Italia con il banale titolo La battaglia dei demoni (2016). Una moda esauritasi in fretta sia per una certa propensione autoctona al copia-incolla, con decine di produzioni che riciclavano storie molto simili tra loro, sia per la perdita d'interesse del pubblico occidentale, con remake spesso inferiori alle opere originali.

Storia di fantasmi giapponesi

Entrambi i titoli portano la firma di Takashi Shimizu, autore nipponico che deve la sua fortuna proprio al suddetto franchise. Franchise che ha debuttato in realtà sul piccolo schermo, con due capitoli realizzati nel 2000 a pochi mesi di distanza che ponevano le basi narrative per il futuro. Un biennio dopo ebbe luogo il definitivo esordio nelle sale, con un perfetto prototipo del genere e diretta evoluzione delle atmosfere del più celebre collega Hideo Nakata.
Pur con un maggior utilizzo di jump-scare rispetto alla prima incarnazione di Sadako, Ju-on: Rancore segue infatti un'organica gestazione della fase tensiva, con la suspense che è direttamente legata allo svolgimento del racconto, diviso in più capitoli tra varie fasi temporali per imprimere una corretta visione d'insieme.

Il regista sfrutta nel migliore dei modi le ambientazioni per dar vita a un terrore strisciante che non molla mai la presa sul pubblico, tra armadi che nascondono macabri segreti e videocamere di sorveglianza che riprendono l'insondabile, generando poi apparizioni esteticamente affascinanti che, complici i lugubri vocalizzi, esprimono un crescente senso di paura. La suddivisione in vari tasselli plasma così un quadro unico e totalizzante che esplora sia le origini che il presente filmico. Un finale parzialmente aperto può far storcere il naso allo spettatore più tradizionalista, e rende più terrene e toccanti le vicissitudini dei personaggi coinvolti.

Copia non conforme

Lo sbarco a Hollywood, ma con la storia ambientata a Tokyo, ha trasformato il tutto in un costrutto di facile consumo, un lavoro ricco di soluzioni immediate e potenzialmente di maggior presa su platee occidentali. Già il prologo sostituisce le disturbanti sequenze di morte dell'originale con un suicidio immediato, quello del personaggio di Bill Pullman che si lascia cadere nel vuoto da un terrazzo.

E proprio quest'inizio è significativo dei cambiamenti, con una continua ricerca di scene madri scontate e un evitabile ricorso a sussulti più violenti nella rappresentazione delle spettrali figure di Toshio e Kayako. La forzata occidentalizzazione dei protagonisti, con giovani volti noti del periodo come Sarah Michelle Gellar e Jason Behr, risulta quantomai inverosimile nelle dinamiche successive, con tanto di sfarinature sul folklore indigeno.
Se infatti la terminologia relativa agli yurei (i fantasmi della tradizione giapponese) è ovviamente nelle corde del pubblico di casa e degli appassionati di tali culture, è invece estranea al resto del mondo. E così, tra passaggi ricalcati pari passo e concessioni palesi a uno spettacolo più effettistico, il The Grudge USA - pur possedendo una manciata di momenti discretamente tensivi - perde il confronto con la fonte primaria, risultandone un duplicato smorto e privo di personalità.

Premesse poco incoraggianti

Il The Grudge 2020 dal red-band trailer sembra promettere una marcata propensione per la violenza di taglio splatter/gore, una via poco adatta alla rimasticazione del j-horror che è stata, almeno in patria, rifiutata sia dagli spettatori che dall'occhio critico. E in attesa della nostra recensione e dei vostri pareri, possiamo certamente dire come suddetto sottofilone abbia bisogno di altri approcci e interpretazioni per risultare credibile e suggestivo nel cinema contemporaneo, senza per forza strizzare l'occhio a contaminazioni esterne che poco hanno a che fare con il terrore atavico del franchise.

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