Tempo bastante: vita e morte di Rutger Hauer, attore di Blade Runner

Si è spento all'età di 75 anni Rutger Hauer, leggendario attore olandese reso immortale dai ruoli in Blade Runner, Ladyhawke e L'Amore e il Sangue.

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Un attore non può morire, perché c'è il cinema a preservarlo. Nella teoria nota come eternalismo, passato, presente e futuro convivono allo stesso tempo in unico blocco lungo cui la coscienza umana si muove, percependo sempre al presente fatti accaduti, che accadono o che dovranno accadere, in quella che altro non è che una demolizione totale del concetto di libero arbitrio in favore della teoria dell'eterno ritorno: l'universo si ripete, sempre e per sempre.
Il cinema è la forma artistica che più si avvicina all'eternalismo, la massima rappresentazione di questa filosofia/teoria del complotto che l'uomo potrà mai realizzare: privo di libero arbitrio, un personaggio cinematografico è costretto nella sua vita-pellicola che inizia, prosegue e finisce all'infinito, ogni volta che il proiettore riparte; e proprio come, sempre secondo l'eternalismo, una persona è sempre viva in un dato momento del tempo e sarà sempre morta in un altro momento nel futuro, così il protagonista di un film sarà sempre pronto a rivivere la sua vita-film, morendo sempre ma senza morire mai davvero.

Ciò che deve accadere, accadrà, perché è già accaduto

Il 19 luglio 2019 Rutger Hauer, amatissimo attore olandese classe 1944, ha consumato definitivamente ciò che rimaneva della sua candela nel modesto paesino di Beetsterzwaag, nei Paesi Bassi, spegnendo la luce. "È tempo di morire" avrebbe detto il suo celebre personaggio Roy Betty, replicante di Blade Runner che così tanta poesia aveva conferito al capolavoro di Ridley Scott (leggi il nostro Everycult su Blade Runner), che anche grazie all'attore si smarcava dal concetto semplicistico di villain proponendo un personaggio ben più che tridimensionale e sfaccettato, offrendo all'intera opera più della solita chiave di lettura manichea.
Eppure. Eppure. La luce di quella candela si accende sempre oggi, il 23 gennaio del '44, a Breukelen, nei Paesi Bassi, perché se il tempo è una sola cosa il giorno della nascita di Rutger Hauer sta accadendo adesso.
Così come adesso parte Fiore di Carne, il primo lungometraggio in grado di portare al cinema il sodalizio Hauer/Paul Verhoeven, altro portento del cinema olandese: la coppia sboccia per la televisione con Floris, in cui Hauer è assoluto protagonista e già dimostra tutta la sua preponderanza per l'ambientazione medievale, che nel suo futuro lo aspetta non solo in Ladyhawke di Richard Donner ma soprattutto in L'Amore e il Sangue, sempre nel medioevo, sempre al fianco di Verhoeven.

Bastioni di Orione

Ha uno stile duro e romantico al tempo stesso che lo rende perfetto anche per i b-movie alla Furia Cieca (siamo nel 1989) o The Hitcher - La Lunga Strada della Paura (tre anni prima, 1986), e che gli si ritorce contro nell'impietosa parentesi anni '90, quando il volto da attore protagonista sbiadisce in quello del caratterista. Con umiltà l'attore è stato al gioco anche quando è arrivato il momento di essere relegato a parti secondarie, incredibilmente, continuando a eccellere, a trovare la strada per rimanere indimenticabile.
Si lega a Batman Begins di Christopher Nolan, a Sin City di Robert Rodriguez e a Valerian e la Città dei Mille Pianeti di Luc Besson, finisce ne I Fratelli Sisters di Jacques Audiard (presentato l'anno scorso a Venezia) e addirittura compare come doppiatore nel videogame Kingdom Hearts III, dando ai lettori di Everyeye un motivo in più per ricordarlo con affetto.
È Van Helsing nel Dracula 3D di Dario Argento nel 2012 e Barbarossa per Renzo Martinelli nel 2009, arcivescovo ne I Banchieri di Dio di Giuseppe Ferrara nel 2002 e sagrestano negli ottantasette minuti de Il Villaggio di Cartone del 2011, di Ermanno Olmi, col quale ventitré anni prima ha lavorato ne La Leggenda del Santo Bevitore, datato 1988.

Avanti e indietro nel flusso cristallizzato del tempo, lo ritroviamo nel 1982 sul set di Blade Runner e nel 2019 nel film vero e proprio, da una parte è Rutger Hauer e dall'altra è Roy Betty: in entrambi i casi improvvisa il monologo più famoso della storia del cinema con una colomba in grembo, parlando di navi da combattimento in fiamme e bastioni di Orione, di raggi B che balenano nel buio e di porte di Tannhäuser, di momenti perduti e lacrime e pioggia e tempo.
Rutger Hauer è stato tutti questi Rutger Hauer diversi, che coesistono nello stesso momento e nello stesso spazio, quello del cinema, per sempre, divisi tra ieri, oggi e domani, quando i suoi film sono iniziati, cominciano e ricominceranno. Perché un attore non può morire, c'è il cinema a preservarlo.

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