Taika Waititi, ritratto dell'irriverente regista di Jojo Rabbit

Scopriamo qualche dettaglio in più sulla figura del regista, attore e sceneggiatore Taika Waititi, l'irriverente regista di Jojo Rabbit.

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Ironico, divertente, esagerato, dissacrante ma allo stesso tempo dotato anche di una particolare sensibilità artistica. Questi sono i termini con cui è possibile descrivere la personalità di Taika Waititi, l'eccentrico regista che negli ultimi mesi ha fatto parlare di sé grazie al film Jojo Rabbit, una satira contro il nazismo che, durante la cerimonia degli Oscar dello scorso 10 febbraio, gli è valsa la vittoria nella categoria Miglior sceneggiatura non originale. Oggi ripercorriamo alcune tappe fondamentali della sua carriera, caratterizzata da uno stile irriverente e originale che negli anni ha portato non solo apprezzamenti ma anche molte critiche, rivolte soprattutto al lavoro di decostruzione effettuato sul personaggio di Thor in Thor: Ragnarok, pellicola appartenente al Marvel Cinematic Universe.

Gli esordi di Taika Waititi e il legame con la Nuova Zelanda

La carriera di Taika Waititi iniziò nella sua terra d'origine, la Nuova Zelanda, dove si dedicò a quella che era - e continuerà a essere nel corso degli anni - una delle sue più grandi passioni: la comicità. Il lato dissacrante di Waititi emerse inizialmente durante la sua permanenza nel gruppo comico So You're a Man, per poi intensificarsi quando, insieme a Jermaine Clement (con cui tornerà a collaborare in occasione di What We Do in the Shadows), vincerà nel 1999, grazie alle loro performance nel duo The Humourbeats, il Billy T Award, il riconoscimento più importante conferito ai comici in Nuova Zelanda.
Un altro grande passo per il regista avvenne nel 2004, quando realizzò il cortometraggio Two Cars, One Night, in cui si occupò delle riprese e della sceneggiatura. Il corto, anche questa volta, venne prodotto in Nuova Zelanda con tre ragazzini protagonisti all'interno di due automobili, in un parcheggio vicino a un locale. Nonostante la breve durata, già da questo secondo lavoro di Waititi emerse la ricerca di una componente estetica legata a stretto contatto con una comicità affidata soprattutto alla reiterazione dei dialoghi; un elemento stilistico che ricorrerà costantemente tra le sue opere.

Two Cars, One Night fu a tutti gli effetti il suo primo grande successo mediatico, confermato dalla candidatura nella categoria Miglior Cortometraggio alla cerimonia degli Oscar del 2005.
Dopo l'ottimo risultato ottenuto nel 2010 con il secondo lungometraggio, intitolato Boy, che gli valse una nomination per il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, il regista neozelandese prese parte nelle vesti di attore al film Lanterna Verde (2011), dedicato al celebre personaggio DC, recitando nel ruolo di Thomas Kalmaku. Si trattò del primo contatto tra Waititi e il mondo dei cinecomic, avvenuto non senza difficoltà per via delle critiche negative ricevute dal film, che nel corso degli anni segnerà in modo significativo la sua carriera.

What We Do in the Shadows e il successo internazionale

Il legame tra Waititi e la sua Nuova Zelanda continua a essere un pozzo di creatività, da cui nel 2014 prese forma What We Do in the Shadows, il suo terzo lungometraggio, nonché l'opera che gli permise di imporsi in modo definitivo all'attenzione del pubblico internazionale.
What We Do in the Shadows venne realizzato attraverso l'espediente del mockumentary, ovvero un falso documentario in cui un'equipe di cameramen riprende costantemente la vita quotidiana di un gruppo di vampiri di Wellington, mostrando i loro particolari comportamenti e le loro abitudini - che si discostano notevolmente dal modo in cui sono stati rappresentati i vampiri nella letteratura e nelle trasposizioni cinematografiche. In questo nuovo progetto Waititi operò a 360 gradi, occupandosi non solo della regia, ma anche della scrittura e interpretando uno dei quattro protagonisti, Viago.

Ad affiancarlo tornò nuovamente il suo storico collaboratore Jemaine Clement, co-autore della sceneggiatura e interprete del personaggio di Vladislav. Fin dalle prime battute del film, introdotto dalle note di You're Dead di Norma Tanega, viene evidenziato il tono umoristico, e la figura del vampiro è soltanto un pretesto per permettere all'autore di raccontare, attraverso il proprio stile dissacrante, peculiarità, tendenze e incongruenze della società, senza mai prendersi sul serio. I quattro protagonisti non-morti si relazionano tra di loro in un modo conflittuale, tramite il quale emergono sia i tratti di chi preferisce un atteggiamento più conservatore sia di chi è più aperto alle novità.

In un'atmosfera surreale e grottesca - come quella dove si scontrano il gruppo dei vampiri con quello dei lupi mannari - il nonsense di Waititi riesce anche a dare spazio ad argomenti come la tolleranza, l'accettazione e il rapporto tra classi sociali diverse. Tra serio e faceto, sottile ed esagerato, metaforico e sfacciato, What We Do in the Shadows è probabilmente l'opera più equilibrata presente all'interno della filmografia del regista, l'esempio più eclatante di come sia possibile approcciarsi al mito per poterlo reinterpretare.
Il film ottenne un riscontro positivo da parte di pubblico e critica, ricevendo il premio per la miglior sceneggiatura al Torino Film Festival del 2014. Un successo che continuò nel corso degli anni grazie ai due spin-off televisivi Wellington Paranormal del 2018 e What We Do in the Shadows del 2019.

Taika Waititi distruttore di icone in Thor: Ragnarok

Il 2017 è un anno fondamentale per l'autore neozelandese. È infatti l'anno di Thor: Ragnarok, il terzo film dedicato al Dio del tuono di Casa Marvel. All'epoca il Marvel Cinematic Universe stava attraversando una delle fasi di maggior successo, che nei due anni successivi l'avrebbe portato a raggiungere l'acme - ancora attuale - grazie ai due film crossover campioni d'incassi Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. Fino ad allora il personaggio interpretato da Chris Hemsworth rappresentava il semi-Dio in mezzo agli uomini, uno dei più intransigenti e solenni nel gruppo dei supereroi cinematografici Marvel, su cui probabilmente avrà influito molto anche l'impostazione shakespeariana data in parte dal regista Kenneth Branagh durante il primo film.
L'arrivo di Waititi ha stravolto tutto. Fedele alla propria poetica, il regista ha operato una destrutturazione totale non solo del personaggio, ma anche all'intero comparto estetico. L'aspetto serioso e impassibile dell'eroe, precedentemente al centro di situazioni comiche solo per vie indirette, ha lasciato il posto a quello esilarante e sopra le righe, continuamente spinto a rendersi protagonista di gag e di battute oltre il limite del demenziale. Il concetto appunto di ‘limite' diventa importante; superarlo o rimanere dentro i suoi confini stabilisce una parte importante del ritmo con cui l'autore neozelandese plasma le proprie opere; il lavoro su di esso era stato moderato in One Night, Tow Car, equilibrato in What We Do in the Shadows, poi dirompente con Thor: Ragnarok.

Il film non ha rivoluzionato la struttura narrativa presente in buona parte dei film del Marvel Cinematic Universe. Siamo di fronte, infatti, al classico cammino dell'eroe, con tutte le tappe del percorso collocate in modo lineare grazie a una sceneggiatura semplice ed efficace. Il vero cambiamento avviene nella messa in scena di questa nuova avventura del Dio del tuono, con cui Waititi rompe con la tradizione e impone la propria estetica. Come affermato dal regista stesso, Thor: Ragnarok prende ispirazione da due pellicole che generalmente non vengono accostate al mondo dei cinecomic attuali: Flash Gordon (1980) e Grosso Guaio a Chinatown (1986). Il risultato di questa commistione dà vita a un protagonista molto simile al Jack Burton di Kurt Russell, un eroe che prende in giro e si prende in giro. Quello che ideò John Carpenter fu un feticcio cinematografico che ridicolizzò la figura del classico eroe degli action movie, così come ha fatto Waititi con il proprio personaggio principale. La ricerca ossessiva della situazione nonsense ha lentamente spogliato il personaggio dal proprio status di icona epica, scaraventandolo dalle alte strutture di Asgard ai bassifondi del pianeta Sakaar. Lontano da una divisione politica e sociale così marcata, l'eroe è tornato a una condizione terrena, sporca ma indispensabile per permettergli di poter nuovamente rinascere. Questo cambiamento è stato rappresentato anche grazie a un altro elemento molto importante: la scenografia.

L'ultimo decennio è stato caratterizzato - e lo è tuttora - da uno spiccato richiamo ad atmosfere vintage, con un particolare occhio di riguardo verso gli anni '80. Anche Waititi, così come accaduto con i due film de I Guardiani della Galassia di James Gunn, inserisce continui rimandi a quello che è stato il decennio pop per eccellenza, ma non si limita soltanto alle citazioni. L'intero film richiama visivamente quel periodo, con una presenza massiccia di ‘plasticità' negli oggetti, come appunto la discarica di Sakaar, dove Thor inizia il suo percorso di rinascita, gli interni delle astronavi o, grazie al lavoro dei costumisti, al design estetico dei personaggi.

In questo melting pot di elementi, Waititi può nuovamente essere iconoclasta - nel film l'affresco con le divinità asgardiane va letteralmente in frantumi, mostrando scomode verità - distruggendo ciò che c'era prima per dare vita a qualcosa di nuovo e moderno, lontano dal mito ma solo per poterlo, anche in questo caso, reinterpretare, come ci suggerisce la frase pronunciata da Odino (Anthony Hopkins) prima e da Thor dopo "Asgard non è un posto ma un popolo".

Quale futuro dopo Jojo Rabbit?

Il grande successo ottenuto da Jojo Rabbit - di cui potete leggere la nostra recensione - è l'ennesima dimostrazione della costante escalation del regista neozelandese all'interno delle grandi produzioni internazionali, nonché una prova di maturità artistica attraverso la quale il regista ha potuto affrontare un tema molto delicato senza rinunciare al proprio humor sopra le righe, ammantando di comicità un dramma indicibile come quello del nazismo, esasperando i toni ma senza scadere mai nel cattivo gusto.
Nonostante le recenti smentite a proposito delle voci che vogliono Taika Waititi coinvolto in Star Wars, il nome dell'eclettico autore continua a essere uno dei più "caldi" per un eventuale nuovo film della saga ambientata in una galassia lontana lontana, a cui è già indirettamente collegato grazie alla sua partecipazione come regista nell'episodio conclusivo della prima stagione di The Mandalorian, la serie TV presente all'interno del catalogo di Disney+ e ambientata nell'universo immaginario ideato da George Lucas. Dopo il prestigioso riconoscimento ottenuto agli Oscar, Taika Waititi, distruttore e riedificatori di miti, potrebbe essere la figura adatta per portare linfa vitale all'interno di una saga che, con il nuovo corso, ha diviso molto i fan?

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