Syriana: i 15 anni di un thriller geopolitico straordinario

Il film di Stephen Gaghan è ancora oggi capace di farci comprendere con lucidità il complesso scenario mediorientale contemporaneo.

Syriana: i 15 anni di un thriller geopolitico straordinario
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Gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno cambiato il mondo. "Nulla è stato più lo stesso", si è detto. Se ciò è vero, non vi è posto sulla Terra in cui tale verità è stata più manifesta del Medio Oriente, che in questi ultimi vent'anni è sprofondato in un caos ributtante e incontrollabile.
Guerre, colpi di stato, massacri, instabilità e povertà si sono fatti strada, approfittando del caos generato da un'Occidente che ha cercato di proteggere i propri interessi economici e politici con ogni mezzo. Ma cosa connette conglomerati occidentali, banche, governi e satrapi orientali? In che modo tali universi sono intrecciati in complicità tossiche ed eversive? Pochi film a oggi hanno risposto come Syriana, diretto da Stephen Gaghan, capace, nel 2005, di offrirci uno spaccato geopolitico assolutamente incredibile.
Tutto era cominciato con il libro di Robert Baer: See no Evil. Baer, ex agente della CIA, deluso e disilluso dal suo ambiente lavorativo, aveva descritto nel libro la stupidità dei vertici dell'Intelligence americana, succubi dei poteri politici ed economici, che influenzavano le scelte strategiche e l'interpretazione geopolitica globale.

Un'Odissea in un mondo complicato e contorto

Stephen Gaghan rielaborò in modo creativo ma assolutamente coerente il libro di Baer, diventato un vero e proprio caso all'epoca, creando un iter complesso, intrigante, difficile anche da seguire, ma da cui era impossibile staccarsi.
Syriana toglieva il velo da quello che più che un sistema di alleanze è una cultura del potere, una ragnatela semiotica del male, una sorta di gigantesco marchingegno in cui non vi è un vero burattinaio o un deus ex machina.
Protagonista principale era il cinico agente della CIA Robert Barnes (George Clooney), incaricato di togliere di mezzo il Principe Nasir Al-Subaai (Alexander Siddig), erede designato al trono di un imprecisato Emirato, da tempo deciso a rendere il suo Paese non più servo dell'America e non più un tempio di arretratezza e nepotismo.
Compromesso e lasciato solo dalla CIA dopo aver fallito la missione, Barnes finirà in una complessa macchinazione per mettere le mani sul petrolio dell'Emirato, in cui saranno coinvolti il colosso energetico americano Connex-Killen, guidato dallo spregiudicato Jimmy Pope (Chris Cooper), lo studio legale degli avvocati Whiting (Christopher Plummer) e Holiday (Jeffrey Wright) e il Dipartimento di Giustizia.
Il tutto mentre entrano in gioco l'analista energetico Bryan Woodman (Matt Damon) e oscuri terroristi che cercano in qualche modo di approfittarsi della disperazione dei lavoratori locali, lasciati in balia di un regime sanguinario e autocratico. Le loro vicende diventeranno le une connesse alle altre, in modo imprevedibile e assurdo.

L'autopsia del capitalismo occidentale

Syriana è uno di quei film complessi, dall'iter narrativo strutturato in modo talmente simile a un labirinto che perdercisi dentro è sostanzialmente d'obbligo, almeno a una prima visione. In questo per esempio si differenzia tantissimo da The Kingdom, nonostante i vari punti in comune.
Eppure, fin dall'inizio ciò che Gaghan cerca di farci comprendere è da dove arrivi il caos di questo XXI secolo, in cui il principio fondamentale è molto semplice: non esistono parti, non esiste più la politica.
Non vi sono repubblicani o democratici, niente CIA o FBI, patrioti o dittatori fermi al medioevo, così come non vi sono magistrati zelanti o uomini d'affari corrotti. C'è solo chi ha il potere e chi non lo ha, chi ha il petrolio e chi lo vuole usare. Tutto il resto, quel mondo fatto di ideali, leggi, regole o istituzioni, passa assolutamente in secondo piano, rispetto all'unica cosa che conta: i soldi.
In nome del denaro si creano governi, si fanno cadere, si finanziano terroristi affinché portino caos nel cuore di chi vogliamo poi come soci in affari, il denaro compra fedeltà e coerenza, detta i tempi della politica.

La sovranità degli Stati non esiste, le istituzioni che dovrebbero controllare e vigilare seguono il copione di una recita in cui l'attore principale, il capitalismo, non deve mai essere toccato.
La regia di Gaghan riesce a guidarci in modo sontuoso dentro ambienti e spazi molto diversi tra loro. Deserti, lussuosi palazzi d'Oriente, baraccopoli, uffici, ville, bar, la metropoli grigia e cementifera dove alberga il capitalismo. George Clooney giganteggia con il suo agente, simbolo della cattiva coscienza dell'Occidente, dei crimini con cui ha alimentato il proprio motore.

Tante piccole vite incrociate nella matassa della Storia

Sono i personaggi minori i più interessanti in questo film. Matt Damon fa del suo padre distrutto dal dolore un totem dell'uomo comune sballottato nel mezzo della Storia, vittima delle sue stesse buone intenzioni. Jeffrey Wright invece rappresenta il cinico arrivismo, l'amoralità carrierista.
Tim Blake Nelson, con un monologo dirompente, si erge a simbolo del laissez faire, che dall'economico poi è passato al politico, al culturale, al sociale.
Milton Friedman è l'antistatalismo, la giungla dell'abbattimento delle regole, la religione dell'America vincente però solo per quella fetta, quell'1% che si sente il nuovo colono, il nuovo cowboy nella terra di frontiera. Ieri era il Dakota, oggi è il Medio Oriente, invece dei pellerossa ci sono gli arabi, invece dell'oro delle Black Hills il petrolio.
Non ci sono parti, vi è solo chi ha e chi non ha. Loro hanno e possono, vengono evitati dai controlli, ogni tanto una pedina cade e viene sostituita, ma il meccanismo va avanti senza problemi.

I dittatori? Sono ottimi per l'Occidente. Paghi a loro un prezzo in realtà irrisorio per avere un mercato di schiavi, un monopolio, non devi rendere conto a sindacati o cittadini in grado di rivendicare diritti o un prezzo giusto per la loro ricchezza.
Gaghan ci mostra il "credo del capitale" come condicio sine qua non per lo stile di vita americano (e il nostro). Il terrorismo è un piccolo effetto collaterale, quasi una tassa animata da disperati, per i quali l'America è il nemico. Ma infine, Saleem Ahmed Khan, kamikaze per disperazione, è solo una pedina nelle mani di chi vuole sostituirsi al potere a stelle e strisce. Non vi è speranza, non vi è futuro.
Syriana rimane dunque uno dei migliori film sul terrorismo mai fatti. Profetico, feroce, chirurgico nel mostrare le ferite nel corpo di un intero popolo, metterci al corrente del virus che sta assalendo anche l'occidente, farci comprendere quanto siamo senza libertà.
Il Medio Oriente insanguinato di questi ultimi decenni è il prodotto di un'avidità sistematica, di un Occidente in cui le voci dissonanti sono viste come pericolo per l'1% che decide delle nostre e altrui vite, per una società che si erge su bugie e autoassoluzione, su un egoismo culturale tremendo.

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