Sully: i 5 migliori film di Clint Eastwood

Mentre esce nelle sale il suo nuovo lungometraggio, rivisitiamo le opere migliori del grande regista americano.

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Sono passati 45 anni dall'uscita di Brivido nella notte, l'esordio registico di Clint Eastwood, che proprio in quell'anno - 1971 - divenne una star in America anche davanti alla macchina da presa, interpretando il celeberrimo ispettore Callaghan. Da allora Eastwood si è fatto notare in entrambe le vesti, firmando - ad oggi - 35 lungometraggi come regista e imponendosi come uno dei nomi imprescindibili tra i cineasti statunitensi, al punto da tendenzialmente evitare di essere diretto da altri. Il suo è un cinema dal sapore smaccatamente classico, che racconta l'America, i suoi lati oscuri e le sue contraddizioni con una grande asciuttezza, senza sbavature (caratteristica che si applica anche al metodo registico di Eastwood, il quale di solito si limita a uno o due ciak per ogni scena). Ora arriva nei cinema Sully, una grandissima storia vera risalente al 2009, quando un pilota americano (interpretato da Tom Hanks) salvò le vite di passeggeri ed equipaggio facendo un atterraggio d'emergenza sul fiume Hudson. Per l'occasione dell'uscita nelle sale italiane di Sully, abbiamo voluto ricordare i tasselli indispensabili della filmografia dell'uomo che fu Harry Callaghan, a cominciare da quello che lo consacrò definitivamente.


Gli spietati (1992)

Quarto e ultimo western diretto da Eastwood, Gli spietati doveva anche essere l'addio dell'attore-regista alla recitazione. Un doppio congedo la cui motivazione è evidente nella natura crepuscolare della storia (una sceneggiatura che il regista tenne da parte per vent'anni, in attesa di avere l'età giusta per interpretare il protagonista), a cominciare proprio dal ruolo di Clint, un pistolero assassino che scende nuovamente in campo per un ultimo incarico, pur essendo roso dal tempo e dai rimpianti. Il volto stanco e silenziosamente furioso di Eastwood si presta benissimo ad un racconto disperato che omaggia il western classico e al contempo rappresenta un punto di non ritorno, talmente grandioso che non avrebbe avuto senso tornare al genere in seguito. Da notare il doppio simbolismo nell'addio di Clint ai ruoli da cowboy: gli stivali che indossa sono gli stessi che aveva nella serie televisiva Rawhide, a inizio carriera, e al termine dei titoli di coda arriva la dedica ai due mentori del cineasta, Sergio Leone e Don Siegel.

Un mondo perfetto (1993)

Cambia il periodo storico, ma questo è essenzialmente il seguito spirituale de Gli spietati, con il rapporto d'amicizia intergenerazionale tra un giovane e un criminale, e un rappresentante delle forze dell'ordine come "antagonista" (virgolette obbligatorie, poiché non è propriamente cattivo, a differenza dello sceriffo nel film precedente). Eastwood si ritaglia il ruolo secondario del poliziotto, lasciando a Kevin Costner l'onore/onere di reggersi sulle spalle il peso narrativo ed emotivo della pellicola, cosa che l'attore fa con un'intensità sottotono non dissimile da quella del suo regista, dimostrando un talento spesso non utilizzato nel modo giusto. Il titolo ha un che di ironico e beffardo, ma il film è davvero perfetto o quasi.

Mystic River (2003)

Dopo aver portato sullo schermo con risultati non proprio eccelsi un romanzo di Michael Connelly (Debito di sangue, uscito nel 2002), Eastwood ci riprova con un altro grande della crime fiction, ossia Dennis Lehane. Il risultato è un grandissimo thriller con toni da tragedia greca, situato nelle strade violente di Boston e sorretto da un trio eccezionale: Sean Penn nei panni del padre addolorato e assetato di vendetta, Tim Robbins nel ruolo dell'amico d'infanzia segnato da vari traumi e Kevin Bacon in veste di poliziotto alle prese con un caso dai risvolti fin troppo personali. L'anima nera dell'America odierna viene raccontata senza giudicare i personaggi, con uno stile diretto e ingannevolmente semplice. Ad oggi, il miglior adattamento della prosa di Lehane, portato sullo schermo anche da Martin Scorsese (Shutter Island) e Ben Affleck (Gone Baby Gone e l'imminente Live by Night).

Million Dollar Baby (2004)

Per la seconda volta, dopo Gli spietati, Eastwood regala una performance che idealmente doveva fungere da testamento attuariale (il terzo tentativo è arrivato nel 2008 con Gran Torino). Dal Wyoming del 1880 passiamo alla Los Angeles di oggi (più o meno), dove un Clint attempato e stanco ritrova la vitalità grazie alla grinta dell'aspirante pugile interpretata da Hilary Swank, creando un rapporto umano la cui evoluzione ineluttabilmente votata al tragico non può lasciare indifferenti. Accompagnati dalla voce narrante di Morgan Freeman, sono due destini incrociati che spezzano il cuore e fanno venire il groppone in gola con devastante, disarmante semplicità.

Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima (2006)

Già il progetto di Flags of Our Fathers da solo era sufficiente per dimostrare quanto Eastwood sappia essere poco convenzionale, scegliendo un capitolo non conosciutissimo della Storia del proprio paese per interrogarsi sul concetto di eroismo e sul rapporto tra realtà e finzione, facendo sua la celebre lezione di John Ford ("Print the legend"). Poi, in fase di pre-produzione, è nata l'idea di raccontare la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista di entrambe le fazioni, ed è alquanto sorprendente, almeno se si pensa a Clint come cineasta "di destra", che sia più riuscito il capitolo dedicato allo sguardo giapponese, meno ambizioso a livello narrativo (l'episodio americano è occasionalmente appesantito dai troppi salti temporali) ma più potente sul piano umano ed emotivo. Un dittico ammirevole ed impressionante, che mostra tutte le sfaccettature della guerra senza santificare o demonizzare nessuno dei due paesi coinvolti.

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