Speciale Star Wars: La mutevolezza del mito nel cinema moderno

Un viaggio tra i piccoli e grandi ritocchi subiti da questa leggendaria saga in 35 anni

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"Tanto tempo fa, in una sala cinematografica lontana lontana, da qualche parte nel cuore degli USA, un regista ancora non troppo famoso presentava a pochi intimi, tra cui i più avviati colleghi Steven Spielberg e Brian De Palma, un film di fantascienza del tutto particolare, che mescolava toni da fiaba a scenari epici con estrema disinvoltura. La pellicola, che allora si chiamava semplicemente Star Wars, senza ‘episodiche' indicazioni di sorta, aveva aspettative tutto sommato modeste, soprattutto se paragonate al successo planetario che avrebbe poi effettivamente realizzato. Messa su con un budget di ‘soli' 11 milioni di dollari, era destinata a incassarne, in un solo anno, oltre 200, generando un franchise lunghissimo e remunerativo che nessuno, quella sera del 1977, poteva nemmeno lontanamente immaginare. De Palma anzi criticò fortemente l'opera, mentre al contrario Spielberg, fiducioso, operò una scommessa: scrisse su un foglio quanto secondo lui il film avrebbe guadagnato al box office, e poi lo sigillò in una busta. Anche lui, in buona fede, ebbe torto. Quando l'amico George Lucas aprì la busta, un anno dopo, c'era scritto ‘soltanto' 20 milioni".

Abbiamo voluto rinarrare l'inizio, con un tono un po' prosaico, perché tutti sanno come questa storia va a terminare. Ma in realtà, la lunga epopea di Star Wars sembra non avere mai fine, continuando a generare nuovi prodotti e, soprattutto, nuovi profitti. Solo per parlare dei sei episodi cinematografici che compongono la struttura portante della saga ci vorrebbe un'enciclopedia, senza volersi inoltrare nel cosidetto ‘Expanded Universe', che comprende libri, fumetti, videogiochi, telefilm e chi più ne ha, più ne metta...

Miti d'oggi

Ma è invece proprio sul concetto di ‘rinarrazione' che ci vogliamo soffermare, perché, a differenza di altri franchise che muoiono semplicemente laddove muore la loro capacità di generare interesse nei confronti del pubblico, il ciclo creato da George Lucas sembra invece volersi rinnovare con ogni mezzo possibile e immaginabile, dalle classiche ‘appendici' narrative (prequel e sequel) alla modifica tecnologica, che in questa sede in particolare ci interessa. Non parliamo dunque, solo di proseguire o espandere la storia, ma di riproporla, di volta in volta, con veste nuova, e qualche ‘dettaglio' - più o meno significativo - in aggiunta. Ai puristi del cinema l'abitudine che ha Lucas - caso più unico che raro - di rimettere mano ai suoi film ritoccandoli, anche pesantemente, non piace proprio. Noi ci asteniamo dal giudizio, ma non possiamo evitare di sottolineare l'importanza di questa attitudine, a livello ‘percettivo', per il pubblico.

Molti paragonano, intuitivamente, le storie che si ambientano nell'universo di Star Wars ai miti classici o a quelli delle culture primitive e folkolriche. È un accostamento superficiale, se vogliamo, perché - chi mastica un po' di antropologia lo sa bene - presso le culture produttrici di miti il mito è tanto ‘vero' quanto lo è per noi la storia intesa in senso vichiano, verum ipsum factum, quella che, per intenderci, leggiamo nei manuali del liceo oppure tutti i giorni sui quotidiani sotto forma di cronaca. Ma il Mito, presso queste culture, ha anche una funzione ben specifica, che non si limita ai suoi aspetti ludici o d'intrattenimento. Il mito, situato non a caso nel tempo prima del tempo storico, nell'indeterminatezza del ‘C'era una volta', fonda la realtà, o almeno quella parte della realtà che la cultura in questione, che il mito lo ha prodotto, percepisce come ‘immutabile' e sostanziale alla sua costituzione. La morte e il ciclico alternarsi delle stagioni ne sono un esempio tipico: molti racconti leggendari sono infatti dedicati alla nascita di questi elementi, naturalmente incontrovertibili. Ma una determinata cultura può anche percepire, o voler percepire, come immutabili elementi che sono invece di fatto ‘cangianti', poiché le culture agiscono comunque e sempre nella storia. Ad esempio, molti miti degli Indiani d'America raccontano - o hanno comunque a che fare con - il momento dell'entrata in contatto con i bianchi.
Così, ecco che il mito, per adattarsi, deve poter mutare: se ci fu un tempo in cui i racconti mitici primitivi non contemplavano ovviamente elementi e concetti propri della cultura occidentale, ecco che questi appaiono pian piano facendosi strada man mano che i racconti vengono adattati alla ‘nuova' realtà, di cui gli europei sono parte integrante: il ‘naturalismo', per esempio, o la presenza di un Grande Spirito, che è ovviamente una traduzione sincretica del Dio Cristiano. La tradizione originariamente orale con cui tali storie venivano tramandate, poi, favoriva l'inserimento graduale, qua e là, di nuovi dettagli, nuovi sviluppi, piccole sfumature e grandi cambiamenti.

FONDARSI DA SE'

In questo, la saga di Lucas è davvero imparentata coi miti. Anch'essa ambientata nel ‘tempo prima del tempo' - Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana... - muta costantemente, cambiando, nella forma e nella sostanza, per adattarsi non alla mutevolezza della Storia (dato che nella nostra cultura il mito, percepito come ‘racconto di storie false', non fonda alcunché), bensì a quella del mezzo cinema stesso, e al conseguente modificarsi dei gusti del pubblico.
Se nel '77 non c'era la computer graphic, nel '97 invece c'è, e dunque nella riedizione di quell'anno della saga stellare gli effetti vengono modificati, modernizzati, aggiornati. Lo stesso vale per l'aggiunta di scene impossibili da realizzare a suo tempo. Solo così - o almeno questo è ciò che probabilmente deve pensare George Lucas - la percezione della saga da parte del pubblico resterà sempre attuale, attendibile, credibile, come se fosse stata realizzata poco prima. Ha ragione? Vedremo...

Ma la tendenza continua. Oggi va il 3D? Ed ecco arrivare, a febbraio, la versione stereoscopica, e dunque ulteriormente rimaneggiata, almeno nella forma, degli stessi film che conosciamo da quando eravamo ragazzi. Stavolta, però, cambia la sequenza. Non si parte più da Episodio IV - e, come vedremo, anche i prequel sono da considerarsi un'aggiunta postuma, e in parte stridente, al ‘mito' originario - ma dal primo, La minaccia fantasma, in cui perfino il mito stesso, che di solito fonda le origini di qualcosa, trova a sua volta le sue stesse origini. Forse defunzionalizzandosi ancor di più: invece di fondare, il mito si autofonda.

Su questo pure, torneremo alla fine del nostro percorso. Per ora riavvolgiamo il nastro e affrontiamo le varie fasi di trasformazione della trilogia ‘originale', sostanzialmente riconducibili a tre versioni: quella uscita per la prima volta nelle sale (a partire dal 1977), la ‘special edition' del 1997, realizzata per preparare il mondo agli imminenti prequel, e un successivo rimaneggiamento del 2004, in occasione dell'uscita in DVD dei tre episodi ‘classici', appena un anno prima del rilascio di Episodio III - La vendetta dei Sith al cinema. In quest'ultima edizione, in particolare, i cambiamenti più significativi riguardano elementi introdotti proprio dalla nuova trilogia, che per ovvie ragioni, prima, non si potevano tenere in considerazione.

IL PARADOSSO DEL "NUOVO-VECCHIO"

Quel che è importante è che, nel suo autofondarsi, il ‘mito' di Star Wars sostanzialmente si rinnova e si rigenera, tentando di rendersi appetibile a chi dovrà consumarlo. Nel genere ‘fantascienza' in particolare, il problema dell'invecchiamento è peculiare, dato che spesso sono implicati scenari futuristici. È un genere, insomma, che ‘scade' in fretta. Così se nel 1981, anno di realizzazione di Fuga da New York di Carpenter, il 1997 rappresentava il futuro distopico e tremebondo, da cui guardarsi, ora è semplicemente un passato che non è mai esistito. Questo, naturalmente, nulla toglie alla grandezza di un'opera, perché a mettere le giuste ‘pezze' interviene sempre in automatico l'immaginazione dello spettatore. A ogni nuova visione, essa sposterà intuitivamente ‘in avanti' la collocazione temporale della trama, anche se nel film è indicata una data ormai superata. Stesso discorso si può fare, per esempio, con il Giorno del Giudizio di Terminator e Terminator 2 (29 agosto 1997, poi spostato, stavolta ufficialmente, al 2011, nei film successivi, in gran parte però ‘rifiutati' dal pubblico, grazie allo stratagemma del paradosso temporale).
In questo, Star Wars ha il vantaggio dell'indeterminatezza. Anzi, la dicitura iniziale ‘Tanto tempo fa...' porterebbe più a pensare a un remoto passato che a un più o meno lontano futuro. Il che rende plausibile l'esistenza di quell'universo anche a molti anni di distanza dalla prima visione.

Eppure, anche la saga di Lucas non è esente da problematiche di questo tipo. In questo caso, però, il problema sta nella percezione ‘audiovisiva' dello spettatore. I primi film, cronologicamente situati in un momento successivo rispetto alla nuova trilogia, appaiono tecnologicamente ‘vecchi' - con pupazzi animatronici al posto di creature generate al computer, ad esempio - e lo spettatore particolarmente sensibile potrebbe subire un effetto di straniamento nel raffronto con i nuovi, cosa che in effetti avviene, tanto che tra le critiche mosse dai fan più oltranzisti ai capitoli più recenti, è proprio quella di sembrare troppo ‘moderni' rispetto ai loro predecessori, o almeno a come loro li ricordavano. Il paradosso è semplice: gli episodi che cronologicamente sono più vecchi (i prequel) sembrano più nuovi, e quelli che cronologicamente sono più nuovi (la trilogia originale) sembrano più vecchi. E questo, nonostante l'impegno di Lucas e del suo staff nel cercare di ‘appianare' le differenze, come avremo modo di vedere. Ci sono infine riusciti? Anche a questo daremo una risposta.

La sceneggiatura, c'è da dire, non aiuta: si possono accettare due modi diversi di ‘sembrare' in merito di effetti speciali o look generale - parzialmente giustificati dall'idea che il dominio dell'Impero possa aver portato a un periodo di ‘oscurantismo' che ha fatto regredire l'Universo al corrispettivo starwarsiano del nostro ‘Medio Evo' - ma per quale motivo il droide C1P8, simile a un semplice barattolo di latta con gambe nella prima trilogia (quella ‘classica'), nella seconda sfoggia invece armi sofisticate e razzi propulsori? Non è certo l'unico ‘buco' che si potrebbe segnalare, ma nella nostra prospettiva è particolarmente utile, perché risponde appunto al problema dell'invecchiamento, a cui in parte si può ascrivere la maniacale esigenza di Lucas di aggiornare e rivedere costantemente il suo prodotto.

La risposta è banale: nel '77 C1 non poteva avere quelle armi, semplicemente perché non si poteva facilmente realizzarne l'effetto con il budget e le tecnologie allora a disposizione. Anche qui la bizzarria si sviluppa sull'asse dialettico ‘vecchio-nuovo'. Sarebbe stato assai meno strano l'inverso: se nelle trilogia cronologicamente più vecchia (i nuovi film) C1 fosse stato privo di armi avanzate e le avesse invece sfoggiate in quella cronologicamente più ‘nuova' (i classici) l'effetto non avrebbe fatto tanto scalpore, lasciando pensare a un semplice aggiornamento del robot. Ma il fatto che qualcosa che prima c'era, dopo manchi, porta lo spettatore a percepire come un ‘buco' un'assenza tecnologica importante che meriterebbe almeno una spiegazione, ovviamente latitante.
Perché non si è semplicemente scelto di evitare di mostrare queste armi - la cui funzione è peraltro esclusivamente estetica e non fondamentale per lo sviluppo della trama - nella ‘nuova trilogia cronologicamente vecchia'? Il problema è di mero carattere commerciale: probabilmente, pensava Lucas (ma è davvero così?) ai ragazzi del 2000 il barattolino di latta non sarebbe piaciuto, e dunque, per renderlo più ‘cool', si è passati senza colpo ferire sopra alle più comuni leggi della logica narrativa. Ci piacerebbe avere un'altra risposta, ma non c'è.

L'EDIZIONE SPECIALE: GLI ANTEFATTI

Già nel 1995, in occasione della prima uscita in cofanetto delle VHS della trilogia (parliamo sempre di quella ‘classica', naturalmente), i film avevano subito un ritocco audio per renderli più vividi rispetto agli standard dell'epoca, con l'aggiunta di nuovi effetti stereofonici. Il restauro parziale aveva invece, paradossalmente, messo in luce proprio come quelle pellicole si fossero ormai deteriorate al di là di ogni immaginazione, risultando irrimediabilmente desuete. Lucas iniziò a pensare dunque a una edizione interamente restaurata in digitale, con l'aggiunta di nuove scene, da dare in pasto al pubblico in occasione del ventennale, che sarebbe ricorso due anni dopo, nel 1997.

Tra i motivi che spinsero lui e il suo staff a operare la prima riedizione c'è una scoperta ‘archeologica': venne fuori infatti che il negativo originale del primo Star Wars (quello che in seguito sarebbe stato noto col titolo di Episodio IV - Una nuova speranza), era stato riposto nel 1977 in un deposito in Kansas, dove si era deteriorato fino all'inservibilità nonostante la temperatura - così si dice, almeno - fosse stata mantenuta a 11° per garantire una perfetta conservazione. Era insomma necessario un restauro rapido e massiccio.

A questo primo motivo tecnico se ne aggiunsero ben presto altri. L'idea di una nuova trilogia di ‘prequel' - ai tempi l'usanza di aggiungere a una serie capitoli ‘precedenti', piuttosto che seguiti, non era poi così diffusa - ronzava in testa a Lucas fin dai primi anni '90. Lo spazio, del resto, se lo era già creato, dichiarando apertamente fin dal principio (proprio nei titoli di testa) che lo Star Wars del '77 era il quarto episodio di un progetto molto più ampio. Probabilmente Lucas avrebbe volentieri messo in cantiere anche dei sequel, ma il tempo per gli attori passava e ormai l'dea di proseguire al cinema le avventure di Luke Skywalker e Han Solo, specie su lunga scadenza, diventava poco probabile. Lucas si ‘accontentò' così di cedere allo scrittore Timothy Zahn la possibilità di dar seguito alle vicissitudini degli eroi della saga dopo la vittoria sull'Impero a Endor, con la trilogia letteraria ‘L'Erede dell'Impero', che proprio nei primi '90 ebbe un grandissimo successo. Diversamente, la possibilità di narrare in celluloide l'antefatto alla trilogia classica era più che fattibile, perché si potevano coinvolgere attori del tutto nuovi e usare la figura di Anakin Skywalker/Darth Vader (che poteva essere incarnato da un interprete più giovane) come legame tra le due serie. Ecco perché la Lucasfilm proibì ufficialmente a tutti gli scrittori e i creatori del cosiddetto ‘expanded universe' di dedicarsi (anche solo con menzioni) a eventi precedenti quelli narrati nell'episodio IV, materia che sarebbe stata trattata - ormai era deciso - direttamente da Lucas con il media originario: il cinema!

C'era però un problema di tipo ‘commerciale': se era praticamente scontato l'apprezzamento - almeno in termini di vendita di biglietti - di chi già conosceva il franchise ed era cresciuto con gli episodi degli anni ‘70 e ‘80, restava il fatto che Star Wars era ed è soprattutto un prodotto pensato per i giovani e i giovanissimi. Era necessario accendere nelle nuove generazioni l'entusiasmo per la serie, e Lucas, uomo di marketing prima ancora che regista, pensava che i film dell'epoca avrebbero perso molto del loro fascino agli occhi disincantati di quella che di lì a breve sarebbe stata classificabile come ‘Playstation Generation'. «Quando uscì il film nei cinema la gente diceva che era troppo veloce. Lo era perché si presentavano troppe cose nuove», racconta infatti nel commento all'edizione in DVD del 2004 di Episodio IV. «Oggi non è più così, oggi l'inizio sembra lento».

Per non parlare degli effetti speciali. Se nel '77 i pupazzoni animatronici della Lucasfilm rappresentavano quanto di più realistico e avveniristico si potesse immaginare in materia, negli anni '90 i virgulti cresciuti a pane e Independence Day, temeva Lucas, ci avrebbero sbadigliato su, prendendo in giro i genitori che ancora sussultavano all'arrivo del Rancor o al suono gorgogliante dello stomaco del Sarlaac ne Il ritorno dello Jedi. Nel '93, poi, la stessa Lucasfilm aveva superato sé stessa con gli stupefacenti dinosauri di Jurassic Park.

Chiunque altro avrebbe rinunciato, accontentandosi magari di qualche maratona per nostalgici, ma Lucas non è certo un uomo che si tira indietro. Il ventennale si sarebbe celebrato, altroché, e anzi sarebbe stata l'occasione per dare una gran rispolverata a quanto fatto in passato, offrendo alle nuove legioni di fan effetti all'altezza degli standard correnti. Lo scopo principale di tutta l'operazione, insomma, era quello di introdurre il mondo, e principalmente quello giovanile, al grande fenomeno mediatico della trilogia prequel che nel 1999 sarebbe sbarcata nelle sale di tutto il pianeta. È proprio un ‘addetto ai lavori', il supervisore agli effetti speciali del primo Guerre Stellari, Dennis Muren, a confermarlo: «E' chiaro a cosa stesse puntando Lucas. Fu un test per gli altri tre film di Star Wars (gli episodi I, II e III), per valutare le tecnologie e i mezzi».

CONTRABBANDIERI ED EROI

Con un budget complessivo di 10 milioni di dollari - in molti ci tirerebbero fuori più di un nuovo film - il restauro della trilogia divenne ben presto qualcosa di più complesso, un autentico rifacimento, ad anni di distanza, di quella che era la ‘visione originale' dell'autore. Un'autentica rifondazione, dunque, che impegnò per tre anni uno staff di trenta persone in un quotidiano lavoro di ripulitura del negativo originale, fotogramma per fotogramma, per rimuoverne polvere e graffi prima a colpi di spugnetta e solvente, e poi al PC, dato che ormai la tecnologia permetteva un notevole risparmio con ottimi risultati. Il negativo originale aveva perso colori e luci per un notevole 15%, totalmente recuperato dopo il passaggio a formato digitale, con l'aggiunta di una nuova colonna sonora passata dal sistema ottico a quello digitale in THX e un'ulteriore manipolazione per aggiungere effetti di dissolvenze e ‘tendine' tra i vari ‘cut'.
Ma, soprattutto, c'erano le scene inedite, ritoccate anch'esse in digitale.

Fu presto chiaro che si sarebbe creato un effetto di stonatura tra la pellicola originale - seppur restaurata - e le nuove sequenze realizzate con tecnologie sensibilmente più all'avanguardia. Dave Carson, supervisore degli effetti visivi per l'edizione speciale del '97, sembrò rendersi particolarmente conto della difficoltà: «Ogni volta che inserivamo un rifacimento per migliorare una scena, volevamo che non apparisse del tutto nuova, diversa.» Non si riuscì però, nonostante gli sforzi, a eliminare del tutto lo stacco, soprattutto nelle sequenze in cui alle creature in costume a ai pupazzi tipici dei film ‘classici' si associavano creature realizzate interamente in CGI.

Esempio lampante ne è l'incontro, aggiunto a Una nuova speranza, tra Han Solo e Jabba The Hutt nell'hangar del Millennium Falcon. Il girato di base già esisteva: quando nel '76 filmarono la scena, Lucas usò l'attore nord irlandese Declan Mulholland come controfigura per Jabba (che ha l'aspetto di un grosso verme, anche se inizialmente il regista pensava a un alieno peloso) e gli fece leggere le battute vestendo un abito marrone. L'idea era poi di rimpiazzare Mulholland in post-produzione con una creatura in stop-motion, ma, non soddisfatto del risultato, e a corto di tempo e denaro, Lucas eliminò la sequenza autoconvincendosi che non serviva davvero all'economia del film. D'altro canto, era un link diretto al successivo Il ritorno dello Jedi, che avrebbe anche spiegato perché Solo era stato imprigionato alla fine de L'Impero colpisce ancora. Ma nel '77 Lucas, come abbiamo visto, non era poi così sicuro che Star Wars sarebbe stato un successo e che avrebbe avuto l'opportunità di realizzarne i seguiti.
Nel '97, invece, le prospettive erano ben diverse. La scena venne rielaborata sostituendo Mulholland con una versione computerizzata di Jabba e i dialoghi in inglese con l'huttese, una lingua artificiale inventata dal sound designer Ben Burtt. Joseph Letteri, altro supervisore degli effetti visivi per l'Edizione Speciale, ha dichiarato che la nuova scena consisteva in cinque riprese che ebbero bisogno di oltre un anno per essere completate. Tecnicamente, la difficoltà maggiore consisteva nel punto del girato in cui Ford camminava dietro Mulholland, dal momento che la coda del Jabba in CGI interferiva con il tragitto di Han. Il problema fu risolto brillantemente con una gag, fingendo che Ford salisse sulla coda, provocando all'Hutt un gemito di dolore.

Per quanto ben realizzata, però, la sequenza fu causa di diversi mal di pancia per gli appassionati: molti lamentavano che l'aspetto di Jabba fosse troppo ‘finto' - non a caso lo si sarebbe poi perfezionato per la pubblicazione del 2004 in DVD, integrandone l'aspetto con miglioramenti di varia natura - ma soprattutto quel che non piacque fu la notevole ‘discrepanza' tra questa versione digitale e quella ‘pupazzosa', diventata leggendaria, che si vedeva invece ne Il ritorno dello Jedi. Proprio in Jedi..., poi, e proprio nella sequenza iniziale ambientata alla corte di Jabba, le creature digitali inserite nella nuova versione per arricchire il colorito ‘ballo dei gangster', stonavano visibilmente con quelle originali che erano per lo più realizzate con costumi di lattice. Muren, che ha potuto dire la sua nella versione del 2004, è stato forse l'unico ad ammettere il fallimento di molte nuove scene nell'edizione del 1997: «[L'uso del digitale] nel film funzionò a meraviglia, ma lo rese molto diverso dall'originale». Lucas continuerà invece ostinatamente a sostenere di non percepire tutto questo divario.

Scene in più a parte, c'erano poi altri cambiamenti che in certi casi influivano sulla trama o sul ritratto dei personaggi, ormai consolidato nel cuore degli appassionati. Lo Jabba aggiunto in Una Nuova Speranza sembrava un bonaccione, molto lontano dallo spietato criminale visto ne Il ritorno dello Jedi. Sempre in linea con questa tendenza ‘edulcorante', una celebre scena in cui Han Solo uccideva a sangue freddo il mercenario Greedo venne rimaneggiata per far sembrare che quest'ultimo sparasse per primo. Anche qui, il ‘mito' si aggiorna. Nel '77 l'orientamento morale di Solo - in fondo anche lui nasce come avido contrabbandiere - non si era ancora ben definito. Forse nemmeno Lucas era sicuro di volerlo far diventare un eroe a tutto tondo, nonché ‘cavalier servente' della bella Principessa Leia, dato che, almeno fino alla rivelazione della parentela tra Leia e il protagonista Luke (in Jedi...), la ragazza sembra essere amorosamente contesa proprio tra quest'ultimo e Han. Nel '97 tutto è più chiaro: Solo è un eroe, e un eroe, a Hollywood, non spara mai per primo. Ai fan, però, la scelta non piacque, così nell'edizione in DVD del 2004 la scena venne ulteriormente rimaneggiata per dar spazio a un ulteriore compromesso: Greedo e Han, qui, sparano in contemporanea.

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