Star Trek Beyond: J.J. Abrams nella sua perfetta dimensione

Cinque anni fa usciva il terzo capitolo della saga reboot ideata da J.J. Abrams. Ancora oggi è una delle migliori prove del suo talento.

Star Trek Beyond: J.J. Abrams nella sua perfetta dimensione
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Il nome di J.J. Abrams è uno dei più divisivi nel mondo della settima arte. Regista, sceneggiatore, produttore, è balzato agli onori della cronaca grazie ad Alias e poi soprattutto a Lost, ancora oggi una delle serie tv più iconiche di sempre.
Sul grande schermo ha conosciuto alti e bassi, ammiratori e detrattori, che però sovente hanno dovuto a denti stretti ammettere che ciò che lui ha fatto per Star Trek è stato a dir poco eccezionale, sia in veste di regista che poi di produttore per quel terzo episodio, Star Trek Beyond, che usciva cinque anni fa.

Riguardare quel film, diretto con abile mano da Justin Lin, significa giocoforza fare i conti con un protagonista del cinema dei nostri giorni che è unico nel suo genere, nella sua dimensione di creatività pop e autentica, pur senza nasconderne i limiti. Eppure la domanda rimane: perché con Star Trek Abrams ha avuto successo e con Star Wars invece decisamente meno?

Il terzo capitolo di una saga equilibrata

In quel 2016 l'attesa per il terzo capitolo delle avventure dell'Enterprise e del suo comandante era altissima. Il primo Star Trek del 2009 e soprattutto l'acclamato seguito Star Trek: Into Darkness avevano conquistato critica e pubblico, riacceso l'entusiasmo per una saga fantascientifica unica per grandezza, complessità, capillarità e longevità nel suo genere.

Era una missione rischiosa e difficile, eppure Abrams nei due primi film riuscì in un'impresa che pochi credevano avrebbe avuto successo: soddisfare sia i fan più "longevi" della saga, sia chi delle nuove generazioni non si era mai particolarmente legato al Capitano Kirk e soci.
Star Trek rimane un universo tra i più belli ma anche delicati da maneggiare. Al contrario di Star Wars, la sua identità, la sua componente visiva e narrativa è sempre stata fortemente connessa a quegli anni '60 in cui Gene Roddenberry aveva cambiato per sempre la storia della televisione e del genere sci-fi.
I costumi, l'ambientazione, i personaggi, erano in effetti un mix riuscitissimo tra il romanzo d'appendice, la dimensione alla Jules Verne e Asimov, i comic alla Flash Gordon, la saga marinara e quel melò da telenovela con cui pure Abrams fu costretto a fare i conti.

Il grande merito dell'ex regista di Mission: Impossible III fu quello di non rinnegare nulla di quel mondo ma di insistere su una dimensione visiva maggiormente curata, su una regia dinamica e un cast corale che di volta in volta si rivelò incredibilmente azzeccato e coeso, anche nei personaggi femminili.
Le nemesi erano state convincenti, con Eric Bana, Benedict Cumberbatch e infine Idris Elba, in grado di portare sul grande schermo tre diverse declinazioni del concetto di malvagità e oscurità, ora affidandosi a personaggi leggendari come Khan, ora creandone di nuovi come Nero. Il Krall di Idris Elba fu un'altra mossa vincente di Star Trek Beyond, visto che invece della banale vendetta si faceva portatore di dinamiche psicologiche molto più complesse.

Star Trek era il mondo perfetto per Abrams

Se vi è un merito che va riconosciuto ad Abrams in questa saga è sicuramente quello di aver approfondito i personaggi, di averli illuminati di una luce nuova senza però snaturarli.
Anche qui, a farla da padrone era la componente dell'amicizia virile, con la straordinaria chimica tra il Kirk di un sempre convincente Chris Pine e il complesso lavoro sotto le righe di Zachary Quinto, a conti fatti il vero asso vincente della saga.

Il suo Spock fu il personaggio più complesso, avvincente e umano, quello in cui si dibatteva il contrasto tra un'ideale quasi classico di perfezione esistenziale e una dimensione di incontrollata emotività a dir poco affascinante.
Se la presenza di Leonard Limoy, nella versione Prime, fu un ottimo omaggio, un'esca perfetta per il vecchio pubblico, Abrams fu però maestro nel non mettere mai in secondo piano i nuovi protagonisti, nel dare a ogni membro del cast la giusta caratterizzazione e il giusto spazio.

Star Trek Beyond aveva del resto una sceneggiatura di grande equilibrio, grazie a Simon Pegg e Doug Jung, che pur subentrati in corso d'opera avevano ripreso le atmosfere televisive, nobilitate da una grandiosità di mezzi espressivi davvero folgorante. E nel cinema di oggi, tenere il perfetto equilibrio tra iter narrativo ed evoluzione dei personaggi è sempre più arduo.

Star Trek e Star Wars sono due universi totalmente diversi

Come si è visto in quel piccolo gioiello di Super 8 o in serie acclamate da lui create come Fringe o Six Degrees - Sei Gradi di Separazione, la realtà è che Abrams ha forse bisogno di avere tra le mani universi narrativi più flessibili, in cui a dominare sia l'armonia tra fantasia e una sorta di plausibile realismo. Gli serve potersi destreggiare tra mondi a metà tra il nostro e l'immaginifico.

Star Wars è un universo incredibilmente più rigido, più monolitico e meno adattabile rispetto a una serie sci-fi che fin dagli anni '60 ha cambiato così tante volte protagonisti, caratteristiche e trame, da offrire ogni tipo di ispirazione.
Per di più, la sua natura essenzialmente televisiva ha sempre tolto molta "sacralità" e inviolabilità all'insieme, mentre nell'universo creato da George Lucas ogni pur minimo cambiamento rischia di creare dei cortocircuiti non indifferenti.
Ebbe anche maggior libertà creativa? Questo è un punto su cui riflettere, soprattutto a vedere come Justin Lin, un regista tutt'altro che sprovveduto nel dirigere scene d'azioni e film corali, ebbe linee guida abbastanza flessibili e soprattutto due film di successo su cui basarsi.

Star Trek Beyond era a metà tra omaggio nostalgico e innovazione, era completamente diverso per tematiche e ambientazione dai due precedenti, eppure coerente con l'aver sempre mostrato l'universo come lente d'ingrandimento dei pregi e difetti umani. In attesa del quarto capitolo, resta il fatto che J. J. Abrams, pur con i suoi limiti, rimane un autore e una risorsa preziosa per la narrazione dei nostri tempi.

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