Stan Lee e il mondo del cinema: ricordo di un simpatico intruso

Si è spento alla veneranda età di 95 anni l'ultimo padre nobile del fumetto americano, produttore esecutivo del MCU, uomo sorridente, artista immortale.

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Stan Lee è morto. Forse l'ultimo padre nobile del fumetto americano, una delle maestà indiscusse della Silver Age, l'Uomo, il Sorridente. Un po' il nonno di due generazioni di lettori appassionati, creatore di storie e personaggi in cui gli esclusi potevano ritrovarsi, riconoscersi e magari accettarsi. Stan Lee ha contribuito a plasmare il presente partendo dal passato, riconoscendo in primis - insieme a Jack Kirby, Steve Ditko e tantissimi altri artisti - la caduta della figura del supereroe post-Seconda Guerra Mondiale, ammettendone il superamento e la necessaria riscrittura.
L'eroe non doveva più rappresentare - nella sua essenzialità - un ideale di patriottismo o di libertà, ma essere anche fragile, persino debole, con i fianchi scoperti ai duri colpi della vita. Doveva sembrare vero, uno di noi, magari un ragazzino come tanti (Spider-Man), un chirurgo arrogante (Doctor Strange) o uno scienziato (Hulk), solo con dei super poteri e - soprattutto - con dei super problemi.
La scrittura di Stan Lee partiva proprio da questo: dal vero, dall'umanità e dalle contraddizioni che si celano dietro ogni animo umano, mai perfetto, nel migliore dei casi soltanto perfettibile. Questo, in parte, è stato il trampolino di lancio del supereroe negli anni '50 fino agli inizi degli anni '70, di cui Lee è stato uno dei grandi artefici, un virtuoso e spesso arrogante editor in chief che ha cambiato nel profondo il mondo del fumetto.
In fondo anche lui era un supereroe, tra quelli reali dell'Universo dell'Intrattenimento sicuramente il più longevo, ma dietro quel sorriso sornione, corazzato della sua popolarità e dell'amore dei fan, nascondeva come moltissimi virtù e contraddizioni.

Un faro

Se Steve Ditko metteva sopra ogni cosa la sua arte, chiudendosi in se stesso e lasciando da parte la mondanità, mentre Jack Kirby era capace di bilanciare i due aspetti della sua vita, Stan Lee ha sempre dato enorme importanza alle relazioni sociali, al rapporto diretto con il grande pubblico. Anche questo era un modo di fidelizzare i lettori e imporsi come figura cardine dell'etichetta Marvel, che a rigor di verità proprio Lee più di tutti ha portato al successo nel Ventennio Argentato, superando l'allora battagliera Distinta Concorrenza. Ed è alquanto ironico come, inserendosi nell'apparato cinematografico di Hollywood, ormai ottentenne, sempre Lee abbia nuovamente contribuito come produttore esecutivo e comparsa nobile all'incredibile e gargantuesco successo dei film del Marvel Cinematic Universe, prendendo parte alla terza rinascita dei supereroi, che questa volta superavano la barriera fumettistica per prendere forma in carne e ossa sul grande schermo.

Un uomo, Lee, che nella sua ultra novantenne vita ha praticamente operato in modo attivo all'interno di due rivoluzioni culturali nell'ambito dell'intrattenimento, di cui aveva un visione cristallina, precisa. Il mondo, quello vero, è un enorme contenitore di problematiche che tante persone, tra medici, fisici, giudici, architetti o ingegneri, tentano costantemente di risolvere, sacrificando anche le proprie vite per perseguire un bene superiore, comune.
Ebbene, senza neanche peccare di superbia, il Sorridente riteneva "l'intrattenimento tutto" una delle più grandi forme di bene dell'umanità, tra le più catartiche e vitali, spiegando: "In passato mi sentivo davvero in imbarazzo, perché ero soltanto uno scrittore di fumetti e altri edificavano ponti o portavano avanti carriere mediche di successo. Poi però ho realizzato questo: l'intrattenimento è una delle cose più necessarie nella vita delle persone. Senza di esso potrebbero sprofondare in un baratro buio e profondo. Se si è capaci di intrattenere la gente, allora si sta facendo una bellissima cosa".

Come dargli torto? Chissà quante vite, inconsciamente, è riuscito a salvare con le sue storie. Quanta forza e coraggio è riuscito a trasmettere a chi si è sentito sconfitto, inutile, secondo a tutti. Stan Lee è stato, insieme agli altri padri del fumetto americano, un faro di speranza che ha illuminato con la sua immaginazione il mondo intero, riempiendolo di storie fantastiche e personaggi immortali, capaci di dare luce e speranza a tanti, tantissimi lettori.
Non è assurdo, quindi, che una volta terminata la sua carriera fumettistica, il nostro Lee si sia gettato in quella cinematografica e televisiva, senza mai ritagliarsi ruoli da protagonista ma apparendo sempre e soltanto in dei piccoli cameo.

Divertirsi

Stan Lee amava davvero le piccole parti che riusciva a ritagliarsi, soprattutto in produzioni a marchio Marvel, lo divertivano profondamente e contribuivano a saldare ancora di più il suo legame con il grande pubblico. Il suo primo, storico cameo è stato ne Il processo all'Incredibile Hulk, secondo capitolo della trilogia televisiva dedicata al Golia Verde da lui creato. Viene ritagliato appositamente per Stan Lee il ruolo di Presidente della Giuria, e capite bene come per i fan dei fumetti Marvel sia stata una bella sorpresa, nel 1989, vedere una tale leggenda del fumetto in delle vesti tanto estranee, divertite. Da quel momento in poi, ogni "chiamata a comparire" è stata ben accolta da Lee, che in quasi trent'anni di apparizioni cinematografiche e televisive si è sempre rivelato disponibile, tanto da arrivare ad ammettere di essere "dispiaciuto che in Batman Begins o Superman Returns non ci siano state parti per lui". Perché sì, anche negli show della Warner Bros - che possiede i diritti di sfruttamento delle IP Dc Comis - Lee è stato ben accetto, da The Big Bang Theory fino all'ultimo cameo animato nel film dei Teen Titans.
Il cinema, però, piange l'ironia e il sorriso di Stan Lee soprattutto in riferimento ai cinecomic Marvel Studios, dove la leggenda è stato veterano e postino, autista di autobus e barbiere intergalattico, viaggiatore dello spazio e Hugh Hefner, Larry King, giocatore d'azzardo e simpatico vecchietto.

Un volto, più di sessanta vite passeggere nel mondo del cinema e della televisione, sempre con una forza e una volontà invidiabili, anche durante la fisiologica debilitazione dovuta alla polmonite che lo ha colpito mesi fa. Stan Lee era un concentrato attivo di determinazione e divertimento, qualità che lo hanno infatti accompagnato fino alla fine della sua vita, quando, nonostante la malattia, era ancora intenzionato a girare quelle piccole particine che amava tanto per i nuovi film dei Marvel Studios.
In fondo il Sorridente era fatto così: non voleva ritirarsi "finché ci si divertiva", tanto che, persino nella morte, è riuscito a mantenere intatto il suo mantra, il suo credo quasi secolare: "Excelsior!", che significa letteralmente "più in alto!". E ora, Stan, sei così in alto che non ti si vede neanche più, a goderti la tua meritata immortalità.