Split: il cinema di M. Night Shyamalan, tra film cult e flop clamorosi

Con l'uscita al cinema di Split riscopriamo insieme i successi di critica e i tonfi al botteghino del regista di origini indiane M. Night Shyamalan.

Split: il cinema di M. Night Shyamalan, tra film cult e flop clamorosi
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E' presto per dire se il grande successo di critica e di pubblico di Split possa segnare una nuova giovinezza artistica per M. Night Shyamalan, ma è indubbio che già da qualche tempo il regista di origini indiane sia uscito dallo stanco torpore che aveva segnato l'ultima parte della sua filmografia. La co-produzione nonché la regia del primo episodio dell'acclamata serie televisiva Wayward Pines, nonché il discreto horror found-footage The Visit (2015) avevano infatti già rimesso in carreggiata il talento di un autore senza mezze misure, sempre pronto a calarsi in progetti personali non sempre, col proseguo degli anni, pervasi dalla giusta ispirazione. In occasione dell'uscita in sala di Split, abbiamo deciso di ripercorrere parzialmente il percorso dietro la macchina da presa del Nostro, decretandone una personalissima classifica dei top e dei flop.

Top parte I

"Ora voglio dirti il mio segreto...Vedo la gente morta": non poteva che iniziare con quest'iconica frase tratta da Il sesto senso (1999) l'introduzione ai titoli più riusciti della carriera di Shyamalan, di cui il thriller / horror con protagonista Bruce Willis è stato il vero e proprio trampolino di lancio. Alla fine degli anni '90 infatti il grande pubblico viene scosso da un fremito di terrore nell'assistere alla particolare missione dello psicologo infantile Malcolm Crowe, alle prese con un bambino problematico che sostiene di poter vedere gli spiriti senza pace dei defunti. Un'opera affascinante e inquietante al contempo che ha conquistato il botteghino (oltre 600 milioni di dollari d'incasso worldwide) mettendo alla luce il talento di un regista i cui due precedenti titoli erano misconosciuti anche ai cinefili più onnivori. Una messa in scena ricca di simbolismi che reinterpreta le storie di fantasmi con uno stile onirico e avvolgente, capace di conciliare dramma e istinti di genere con sorprendente naturalismo coinvolgendo nello scorrere dei minuti fino alla rivelazione finale, vero e proprio cliffhanger in grado di offrire nuovi spunti e dettagli a una successiva revisione. L'inizio della collaborazione tra Shyamalan e Willis darà poi adito ad un altro, spesso sottovalutato, grande titolo quale Unbreakable - Il predestinato (2002), originale omaggio al mondo del fumetto maturo (progetto di una trilogia di cui appunto Split è il secondo capitolo tematico) nel quale l'agente di sicurezza David Dunn è l'unico sopravvissuto di un disastro ferroviario costato la vita a 125 persone. Il collezionista di fumetti Elijah Price (interpretato da Samuel L. Jackson), affetto da una rarissima malattia delle ossa, si convince che l'uomo sia dotato di poteri sovrumani, indistruttibile proprio come un supereroe. E' un gioco degli opposti che si completano e si scontrano quello inscenato dal regista / sceneggiatore, al servizio di un thriller paranormale denso di spunti di riflessione etici e filosofici che scava in profondità nelle psicologie dei due antitetici personaggi donando comunque copioso spazio al puro spettacolo, con una manciata di sequenze adrenaliniche e coinvolgenti e rimandi stilistici proprio al mondo dei comics, rischiando una leggera caduta solo nel controverso e non da tutti apprezzato epilogo.

Top parte II

Le altre due pellicole che sentiamo di considerare nella classifica dei top (senza nulla togliere a Signs (2000), opera non priva di meriti ma decisamente migliorabile) vedono entrambe per protagonista la splendida figlia d'arte Bryce Dallas Howard: stiamo naturalmente parlando di The Village (2004) e Lady in the Water (2006), due gemme fuori da qualsiasi tempo filmico e dotate di un magnetismo arcano, lontane dallo spirito commerciale del periodo, soprattutto la seconda, immeritato e clamoroso tonfo al botteghino. Ma anche la prima, pur più fortunata a livello d'incassi (262 milioni di dollari), è stata spesso incompresa dal grande pubblico, forse più pronto, anche per via dell'ingannevole battage pubblicitario, a trovarsi di fronte ad un horror contemporaneo. Shyamalan qui invece gioca abilmente coi registri del cinema mystery, trascinandoci nella (in)quieta quotidianità degli abitanti di un villaggio rurale della Pennsylvenia che vivono un'esistenza letteralmente fuori dal mondo. Isolamento dovuta alla leggenda locale secondo cui il bosco adiacente sia infestato da orribili creature mostruose ma pronto a essere rotto da un tragico evento riguardante la bella Ivy, figlia cieca del sindaco. Opera pervasa da un'oscura poetica, intrisa di significati e sfaccettature simboliche, terreno di una tensione sotterranea ma costante che esplode in un paio di sequenze magistrali, The Village inganna in un gioco subdolo e sorprendente che svela colpi di scena in serie con raffinata naturalezza, tra metafore sociali che si innescano prepotentemente in un'atipica storia d'amore capace di sfidare anche il più atavico terrore. Similare ma più solare e pervasa di speranza è invece la sceneggiatura di Lady in the Water, vera e propria fiaba moderna ricca di emozioni e sensazioni narrante l'arrivo nel nostro mondo di una Narf, una creatura acquatica che ha il compito di portare un messaggio chiave ad uno scrittore il cui destino segnerà in positivo l'evoluzione dell'umanità. La ninfa, comparsa nella piscina di un condomino abitato da bizzarri individui, troverà aiuto nel solitario custode Cleveland e negli altri inquilini, pronti a tutto pur di difenderla dalle oscure belve che le danno la caccia. Un'opera intensa e ricca di momenti meravigliosi, nel senso più magico del termine: domande senza risposta, colpi di scena in serie, risvolti etici sul futuro dell'intera razza umana caratterizzano le due ore di visione in cui, se si decide di stare al gioco, si otterranno enormi ed inusuali soddisfazioni.

Flop

Nonostante E venne il giorno (2008) si sia rilevato un nuovo flop al botteghino e abbia ricevuto pareri molto negativi dalla maggior parte della critica, il sottoscritto non si sente di accreditarlo come vero e proprio fallimento, passando direttamente ai due titoli successivi, film obiettivamente difficili da difendere anche con le migliori intenzioni. E pensare che L'ultimo dominatore dell'aria (2010) avrebbe dovuto essere il primo di una trilogia tratta dall'omonimo cartoon statunitense (strizzante l'occhio agli anime nipponici) del quale la figlia di Shyamalan era fan sfegatata. Cancellati per i mancati riscontri economici i due sequel, quel che rimane è un live-action pretenzioso che cerca di rimescolare tematiche anche alte in un contesto da fantasy adolescenziale che si affida troppo ai mediocri effetti speciali senza mai raggiungere la preventivata epica di partenza. Un mondo immaginario, quatto regni appartenenti ad un diverso elemento (acqua, terra, fuoco, aria) e una guerra alle porte provocano il ritorno del leggendario Avatar, spirito che si reincarna in ogni generazione in un individuo e pronto a rimettere ordine nel caos: destino che tocca al dodicenne Aang, ora costretto a imbarcarsi in un'ardua lotta per la libertà dei popoli. Un film impersonale e piatto, con caratterizzazioni sbrigative (in parte dovute ai numerosi tagli in fase di montaggio), che guarda alla filosofia buddista senza mai catturarne l'essenza. Ha solo qualche anno in più invece il personaggio interpretato dal "figlio d'arte" Jaden Smith in After Earth (2013), protagonista insieme al padre Will di questa avventura sci-fi forzatamente ammantata di stereotipate tematiche ambientaliste. Ma tolto il messaggio di fondo, comunque condivisibile, è il film a non possedere nessuna forza cinematografica, rivelandosi come un semplice palcoscenico per il noto attore e il suo giovane erede. Nonostante i più che buoni effetti speciali la messa in scena non convince mai rivelandosi un fastidioso e fine a se stesso percorso di formazione di un ragazzo che, costretto dagli eventi ad intraprendere una pericolosa missione per salvare il genitore gravemente ferito, si avventura in un'impresa ai limiti dell'impossibile su un pianeta sconosciuto e ostile. Alla fine ad averla vinta è la noia, dopo che vari flashback rivelatori e il colpo di scena finale improbabile non fanno altro che instillare un insopportabile tedio in una produzione senza arte né parte. Un pericolo, quello della noia, che gli spettatori non correranno di certo recandosi al cinema a vedere Split, l'ultima fatica di un regista capace di tutto.

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