Da Spider-man: No Way Home a È Stata La Mano di Dio, migliori film del 2021

Chiudiamo l'anno cinematografico con i titoli che più ci hanno colpito, quelli che più abbiamo amato e che hanno convinto pubblico e critica.

Da Spider-man: No Way Home a È Stata La Mano di Dio, migliori film del 2021
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Dicembre è un periodo alquanto particolare dell'anno. Il mese dello shopping sfrenato e delle cene aziendali ha una funzione bivalente: è tempo di progettare il nuovo anno, ma è anche l'occasione per analizzare ciò che ci lasciamo alle spalle. Dietro di noi cominciano a sbiadire i ricordi di 11 mesi complicati, ma non per questo da dimenticare: ci sono stati momenti di entusiasmo e di gioia, ma abbiamo dovuto fare anche i conti con i soliti problemi. Quelli purtroppo non mancano mai, come nel panettone i canditi che puntualmente scarteremo.

Travolti dallo spirito delle festività abbiamo deciso di guardare ai momenti migliori di questo 2021, partorendo una lista di film semplicemente imperdibili che vi proponiamo in rigorosissimo ordine sparso. Questo elenco è figlio di scelte dolorose che hanno portato ad esclusioni eccellenti, ma il metro di giudizio ha tenuto conto di molti fattori: qualità generale, originalità, distinzione attoriale e successo in sala, in un anno dannatamente difficile per il settore. Fatta questa doverosa premessa, partiamo con i migliori film del 2021 secondo la nostra redazione.

The Last Duel

Ridley Scott è distinto da un bipolarismo registico che continuiamo a non comprendere appieno. Il cineasta britannico ha firmato opere monumentali che si ergono a capisaldi del settore, ma è anche l'autore di film qualitativamente modesti, a volte così scarsi che facciamo fatica a credere siano opera sua (se non ci credete recuperate i 5 film peggiori di Ridley Scott). Il 2021 è stato l'anno dell'ennesima dimostrazione di questa dicotomia: pochi giorni fa è uscito al cinema l'appena sufficiente biopic sulla famiglia Gucci: la nostra recensione di House of Gucci lo definisce come l'opera di un regista fuori forma. Sembra assurdo pensare che solo pochi mesi prima Ridley Scott aveva folgorato il mondo con The Last Duel.

Il film tratto da un romanzo storico del 2004 si è rivelato un gioiello accecante, meritevole della fama che hanno ottenuto le più grandi pellicole dirette dall'autore britannico. La storia narra dell'ultimo duello di Dio, nel quale il cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon) difende l'onore di sua moglie Marguerite (Jodie Comer) sfidando lo scudiero Jacques Le Gris (Adam Driver), reo di averla violentata. La storia segue tre distinte narrazioni: le prime due raccontano le versioni dei due uomini, spesso esaltate (e falsate) nei gesti eroici, mentre la parte finale si focalizza sulla vittima, rivelando l'unica verità.

Il titolo spicca grazie ai suoi meriti tecnici - dalla regia alla fotografia, passando per il montaggio e la recitazione - ma ti entra nel cuore grazie alla magnifica sensibilità con la quale racconta una storia tristemente attuale, seppur ambientata nella Francia medievale. Se vi siete persi l'ultimo capolavoro di Sir Ridley Scott, vi riproponiamo la nostra recensione di The Last Duel e i 10 migliori film sul Medioevo.

Il Potere del Cane

Come The Last Duel ha veicolato un messaggio femminista in un contesto epico, così Il Potere del Cane ha distrutto il mito edificato intorno alla mascolinità tossica attraverso il western. L'adattamento cinematografico del più famoso romanzo di Thomas Savage ha visto la regista Jane Campion portare a casa il Leone d'Argento per la miglior regia. La storia di Phil Burbank (interpretato da uno straordinario Benedict Cumberbatch) è quella di un'America machista e mai disponibile al dialogo, che si scoprirà fragile di fronte ad un mondo in continua evoluzione che può solo schiacciarla. Il film - che vi abbiamo descritto nella nostra recensione di The Power of the Dog - è capace di entrare nella testa dello spettatore grazie ad una colonna sonora ossessiva e allucinata, mentre l'oppressione di Rose (Kristen Dunst) e Peter (Kodi Smit-McPhee) si rende visibile e schietta con la regia impeccabile della Campion.

La prateria americana è ancora una volta luogo di misoginia e sfrontatezza, ma la regista neozelandese smonta con ardore l'arroganza a stelle e strisce restituendo un lungometraggio molto intimo - nel suo libro Savage ha concentrato tutte le difficoltà attraversate durante l'infanzia - nel quale nessuno può essere salvato. Una storia crudele dalla quale l'America ne esce con le ossa rotte, facendo luce su un'omofobia che spesso nasconde verità inconfessabili. Il Potere del Cane è il film di cui avevamo bisogno, una storia dolorosamente reale con la quale Jane Campion ha deciso di svelare la disgustosa realtà celata nel Far West.

Dune

Dal 1925 ad un futuro lontanissimo, dal Montana ad Arrakis. Denis Villeneuve ritenta la trasposizione cinematografica del ciclo di romanzi scritto da Frank Herbert, dopo lo sciagurato tentativo di Jodorowsky e il cult di David Lynch nel 1984 (che però non venne apprezzato né dal pubblico né dalla critica del tempo). Verrebbe da pensare che la storia della casata Atreides sia maledetta, perché nemmeno l'ultimo adattamento del regista canadese è esente da difetti: la narrazione lenta e focalizzata sui tecnicismi del mercato della spezia ricorda vagamente le noiosissime lotte in Senato de La Minaccia Fantasma, mentre il finale anticlimatico e monco potrebbe spazientire più di uno spettatore.

Ma a Villeneuve si perdona tutto, perché la sua ricostruzione di questo futuro lontanissimo è così viva e reale che è capace di trasportare letteralmente in un altro universo. L'immaginario fantascientifico del regista di Blade Runner 2049 è curato fin nei minimi dettagli, ed è impossibile non rimanere estasiati dal design morbido delle navicelle spaziali che tanto ricordano il lavoro concettuale dietro Arrival. Come se non bastasse uno stile unico ed inconfondibile, la fotografia regala scorci sontuosi di un deserto che terrorizza ed affascina. Al netto dei suoi difetti, come vi abbiamo già raccontato nella recensione di Dune, l'opera è connotata da un'impronta autoriale così marcata da cancellare i dubbi e lasciare impressi solo i pregi di una pellicola sublime.

The Father - Nulla è come sembra

Dopo aver vagato nel deserto di Arrakis è confortante tornare a casa, circondati dalle nostre cose, tra i volti a noi familiari. Purtroppo questa è una sensazione che Anthony non proverà mai più, perché è affetto da demenza senile. Il dramma diretto da Florian Zeller ci ha devastato raccontando la storia di un uomo arzillo e simpatico, che rifiuta qualsiasi tipo di assistenza da parte di sua figlia Anne, ma dolorosamente confuso e ormai impossibilitato a vivere da solo. La storia è tutta ambientata tra le quattro mura di una casa che la demenza rende mutevole, ricalcando molto da vicino la pièce teatrale scritta dallo stesso Zeller, dalla quale è tratta.

Nella nostra recensione di The Father abbiamo descritto tutti i motivi che rendono questo film una perla di rara bellezza, ma scomponendo l'opera nelle sue più piccole parti - in un procedimento volto alla semplicità che cogliamo dal teatro - ciò che unisce, amalgama ed eleva la pellicola è l'interpretazione magistrale di Anthony Hopkins. Zeller ha ammesso di aver dato il nome al suo personaggio sapendo di ritagliare il ruolo attorno ad Hopkins, e l'artista nato in Galles lo ha premiato con un'esecuzione sconvolgente che gli è valsa un premio Oscar. L'interprete protagonista de Il Silenzio degli Innocenti puntella così la sua straordinaria carriera con l'ennesima prova di classe e competenza, nonostante i suoi 83 anni, entrando di diritto nell'Olimpo dei più grandi attori di sempre.

È Stata la Mano di Dio

Dimenticare: per un uomo affetto da demenza senile è triste e doloroso, ma per un ragazzo sconvolto dal lutto può sembrare l'unica soluzione. L'ultimo film di Paolo Sorrentino - che vi abbiamo raccontato nella nostra recensione di È Stata la Mano di Dio - fa luce sul trauma che ha cambiato la sua vita quando era solo un ragazzino, e si dimostra un film di una finezza incomparabile nonostante la tragedia che intacca la trama. Il regista napoletano non è nuovo ad opere divisive ed estremizzanti, e non facciamo fatica a credere che qualcuno odierà sinceramente questo film, come è già successo per La Grande Bellezza (nonostante il plauso mondiale e l'Oscar per il miglior film straniero).

Ma noi siamo rimasti abbagliati dalla sincerità di una storia che abbiamo sentito nostra: il racconto personale di Sorrentino si è reinventato per il cinema, diventando retaggio comunitario per tutti coloro che hanno sofferto. L'eleganza di una regia adesso ancorata a terra, lontana dai movimenti di una camera sognante che avevano caratterizzato le sue opere precedenti, ma al tempo stesso fantasiosa e fiabesca, come la leggenda del munaciello che apre la pellicola. Paolo Sorrentino ha raccontato tutti noi attraverso il suo dolore, sullo sfondo di una Napoli crepuscolare che è croce e delizia per coloro che la conoscono davvero, dove la bellezza si annida nelle piccole cose. Una città viva e fremente ma che soffre di una tristezza intrinseca, come quella famiglia disunita dal lutto alla quale abbiamo sentito di appartenere.

I Mitchell contro le macchine

Impossibile parlare di famiglia senza pensare ai Mitchell. La loro guerra contro i robot che cercano di cancellare l'umanità è la storia di un mondo ormai fossilizzato sulle tecnologie, incapace di comunicare e frammentato in un mare di solitudine. Lo abbiamo già detto nella recensione de I Mitchell contro le macchine, ma ci teniamo a ripetere che la pellicola di Mike Rianda è il miglior film d'animazione dell'anno. Creata dalle fucine di Sony Pictures, questa commedia fantascientifica nasce dai grandiosi presupposti di Spiderman - Un nuovo universo, condividendone infatti il team dietro gli effetti visivi.

Ma se la fantastica versione animata dell'arrampicamuri - che vi abbiamo raccontato nella recensione di Spiderman Un nuovo universo - era avvantaggiata dalle tavole di un fumetto che ne creava la base stilistica, I Mitchell contro le macchine ha dovuto piegare al suo volere una CGI che si è scoperta versatile e aperta a nuovi stimoli, creando un modo innovativo di immaginare universi e settando un nuovo standard per l'animazione. I colori vivaci si contrappongono a zone d'ombra realistiche, in una visione che ricalca gli acquerelli di un quadro astratto ma in qualche modo comprensibile, riproducendo una fantasia immaginifica che non sapevamo di desiderare. I Mitchell contro le macchine non è solo sublimazione della tecnologia, perché riesce a raccontare con leggerezza una storia divertente e profonda, che terrà incollati allo schermo i bambini di tutte le età.

Spider-man: No Way Home

Quegli stessi bambini di tutte le età hanno preso d'assalto i cinema del mondo per accaparrarsi un biglietto per l'ultimo film di Spider-man. In un periodo drammatico per l'industria cinematografica, sapere che Spiderman No Way Home è il settimo miglior debutto della storia in Italia è quantomeno confortante. La competizione delle piattaforme streaming ha messo con spalle al muro un settore già fortemente provato dalla pandemia, e l'ultima avventura di Peter Parker è arrivata come una manna dal cielo per salvare la situazione. Nella nostra recensione di Spider-man No Way Home lo abbiamo definito il miglior cinecomic di sempre sull'uomo ragno, il che non è poco se consideriamo lo stato di cult al quale è ascesa la trilogia diretta da Sam Raimi.

E l'ultima pellicola dell'arrampicamuri è fortemente debitrice nei confronti dei capitoli precedenti, perché la storia si accende proprio quando una frattura nel Multiverso sparge davanti ai nostri occhi i personaggi più apprezzati delle precedenti saghe Marvel. Allo Spider-man contemporaneo (interpretato da Tom Holland) si uniscono quelli di Andrew Garfield e Tobey Maguire, combattendo contro villain storici come Green Goblin e Dottor Octopus. No Way Home è una lettera d'amore per tutti gli appassionati di Spiderman, un film che è riuscito a mettere d'accordo gli entusiasti dell'MCU con i nostalgici del passato.

The Suicide Squad - Missione Suicida

Per amor di par condicio dobbiamo volgere lo sguardo anche all'altro lato della barricata fumettistica. Il mondo DC vive costantemente all'ombra di quello Marvel - nonostante il The Batman di Matt Reeves sembri prossimo a sbaragliare la competizione - e la notizia che James Gunn si è unito al team perdente, dopo essere stato licenziato dalla Disney a causa di alcuni vecchi tweet, ha fatto vibrare gli animi di tanti appassionati. L'esponente di spicco della Troma si era già lasciato apprezzare nell'universo dei cinecomic con il suo Guardiani della Galassia (rileggete l'entusiastica recensione di Guardiani della Galassia), mentre il secondo capitolo non ha riscosso lo stesso successo (qui la meno calorosa recensione di Guardiani della Galassia Volume 2).

Il passaggio alla DC sembrava avvicinarlo alle situazioni a lui più congeniali, quelle che lo hanno reso un autore stralunato e fuori dagli schemi. Abbiamo analizzato il film nella nostra recensione di The Suicide Squad, elogiando questa nuova interpretazione della squadra più disfunzionale della storia per il suo essere scorretta e cinica. Un viaggio avvincente che cancella in modo definitivo il pessimo capitolo diretto da David Ayer (riportiamo la recensione di Suicide Squad per i nostalgici di Jared Leto), aprendo il mondo dei cinecomic ad un futuro più bizzarro ed autoriale, lontano dai classici stilemi che li rende tutti simili.

The Green Knight

Autorialità che è di casa in A24, la casa di produzione e distribuzione che ci ha regalato, all'interno di un catalogo sconfinato e di altissima qualità, le opere di Ari Aster, Robert Eggers e Yorgos Lanthimos (se vi siete persi i film di questi grandiosi registi recuperate la recensione di Midsommar, la recensione di The Lighthouse e la recensione de Il Sacrificio del Cervo Sacro). L'ultima pellicola che porta l'egida di A24 è un racconto epico che non ha paura delle proprie radici: la leggenda del Cavaliere Verde è un classico della tradizione arturiana - ve l'abbiamo raccontata nella recensione di Sir Gawain e il Cavaliere Verde - ed è per questo una storia oscura e moralmente sfaccettata che non lascia spazio alla pietà.

Gawain (Dev Patel) è il nipote di Re Artù, ma l'eroismo non è una questione di discendenza, e per dimostrare di valere un titolo nobiliare non può sottrarsi al patto maligno proposto dal Cavaliere Verde. L'uomo parte quindi per un viaggio che lo condurrà alla decapitazione, inseguendo un destino sfuggevole e di complicatissima lettura, attraverso una storia dove l'onore e le responsabilità sono fondamentali eppure labili. La regia di David Lowery ci restituisce un mondo sconfinato e squisitamente fantasy, dove giganti e fantasmi sono all'ordine del giorno, regalandoci una visione maestosa degna della leggenda di Re Artù.

Ultima Notte a Soho

La storia di fantasmi che più ci ha colpito è stata però quella che si svolgeva oltre lo specchio nella stanza di Ellie. Edgar Wright abbandona definitivamente la commedia dopo essersene allontanato con Baby Driver (riscoprite la nostra recensione di Baby Driver), proponendoci un thriller onirico e sanguinoso ambientato in una Londra sospesa nel tempo. Nonostante il regista inglese si trovi molto distante dalla sua comfort zone, è riuscito ad inserire nel suo ultimo film tutte le caratteristiche che lo rendono unico - ve ne abbiamo parlato nella recensione di Ultima Notte a Soho - trasportandoci nella storia terribile di Sandie, una ragazza che voleva diventare una cantante.

La cura maniacale nella scelta della colonna sonora non è solo il feticcio di un regista amante della musica, ma vero e proprio mezzo espressivo di una trama che si manifesta nelle note prima che nelle immagini: questo è evidente quando l'incubo supera i confini dello specchio strabordando nella realtà, dando il via ad una spirale allucinata che trasporterà Ellie nel passato di Sandie, scoprendolo terribilmente attuale e ancora pericoloso. L'ultima fatica di Edgar Wright ci ha colpiti per il suo ritmo incalzante e per l'interpretazione di Anya Taylor-Joy, protagonista di una trama ai limiti dell'horror che racconta il lato oscuro dello spettacolo.

Annette

Ma nessuno quest'anno è riuscito a raccontare meglio di Leos Carax i contrasti nel mondo dell'intrattenimento. Il regista francese, dopo averci meravigliato con Holy Motors (non perdetevi questo classico moderno, trovate qui la recensione di Holy Motors), ritorna a narrare del ruolo dell'attore nei confronti del pubblico accompagnandoci in un musical che non conosce tempi morti. Le fantastiche musiche degli Sparks danno vita alla straziante storia d'amore tra Henry (Adam Driver) ed Ann (Marion Cotillard) che genera la piccola Annette, le cui fattezze sono quelle di una bambola inespressiva e anche un po' inquietante.

La relazione tra una cantante lirica, osannata dal pubblico come una dea, e un comico - che fa della dissacrazione la sua cifra artistica - non poteva che finire in tragedia: la storia gioca con le nostre emozioni costruendo dei personaggi reali e complicati, impossibili da amare ma anche dolorosamente comprensibili.

Una trama potente, sentita e rivolta a tutti, che ci abbandona con un'ultima pugnalata al cuore quando alla fine la messinscena cade in pezzi: la bambola terrificante di Annette si scopre veicolo narrativo e non mero capriccio autoriale, il suo volto inanimato è tutto ciò che resta di uno scontro di personalità che non ha mai tenuto conto della vita di una bambina. Il film di Leos Carax (qui trovate la recensione di Annette) si dimostra un vero capolavoro di comunicazione, una gemma rara di originalità e potenza contenutistica. Una pellicola ammirevole che consigliamo a chiunque, e della quale sentiremo parlare a lungo.

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