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Spider-Man: No Way Home è una grande lezione di etica, che vi piaccia o no

L'evoluzione cinematografica dello Spidey di Tom Holland correlata alla volontà creativa di Stan Lee e Steve Ditko e all'attuale tessuto sociale.

Spider-Man: No Way Home è una grande lezione di etica, che vi piaccia o no
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Ce lo chiedevamo giusto un paio di settimane fa: Spider-Man No Way Home potrebbe essere il nuovo Avengers Endgame? La domanda andava oltre la sostanza qualitativa del progetto, al valore esperienziale del cinecomic di Jon Watts, legandosi a un discorso puramente economico e di buon marketing, di hype. Guardando ora ai dati d'incasso dei primi quattro giorni di programmazione, risulta chiaro come il film Sony-Marvel sia riuscito a compiere un miracolo, portandosi a casa 587 milioni di dollari in tutto il mondo in tempi molto stretti, praticamente un boxoffice pre-Covid. Oltre ad essere il titolo con la migliore apertura degli ultimi due anni - quelli in pandemia -, No Way Home si lascia alle spalle vittime più o meno illustri, dal West Side Story di Steven Spielberg, al Diabolik dei fratelli Manetti o dall'ultimo di Guillermo del Toro (correte a vedere il trailer di Nightmare Alley), risultando a conti fatti l'evento imprescindibile del 2021, la salvezza delle sale.

A parte l'ottima strategia promozionale, che ha infatti premiato l'opera, una volta immersi nella nuova avventura dello Spidey di Tom Holland appare chiara l'ambizione smisurata del progetto, proporzionata però alle incredibili possibilità d'intrattenimento, epica supereroistica e spettacolo date dal concept principale del cinecomic. Come già sottolineato nella nostra recensione di Spider-Man: No Way Home, il terzo capitolo della saga è un titolo che ha da regalare molte sorprese, una delle quali - e forse la più inaspettata - è la puntualità della sua drammaturgia, in termini di portata e scopo, dalla caratterizzazione dell'Arrampica-Muri di Holland fino alla grande lezione di etica messa in campo dagli sceneggiatori. Un qualcosa, insomma, che merita senz'altro di essere approfondito. [ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

L'adolescenza di un ragno

Non risulta evidente in modo istantaneo, ma No Way Home è il tassello ultimo e fondamentale per decifrare in toto il percorso cinematografico intrapreso dal nuovo corso di Spider-Man. Rispetto al passato e dunque ai film di Sam Raimi con Tobey Maguire e ai controversi The Amazing Spider-Man con Andrew Garfield, la messa a fuoco del progetto non avviene nel singolo capitolo ma nella trilogia completa, essendo in tutto e per tutto un romanzo di formazione in tre parti, un coming of age di ampia portata che racconta gli step cardine dell'evoluzione umana ed eroica di Peter Parker

L'introduzione nel MCU del personaggio è avvenuta con una chiamata: "Bimbo-Ragno!". Per quanto volutamente goliardico, il vezzeggiativo coniato da Tony Stark descriveva perfettamente lo status di crescita di Spider-Man, non ancora uomo, nemmeno lontanamente formatosi. Un ragazzino ancora in piena fase ormonale uscito dalla pubertà e da poco entrato nell'adolescenza, per questo problematico e diviso tra la sua volontà di aiutare il prossimo e quella d'interesse per la sua vita liceale. Non molti lo sanno, ma uno dei motivi del distacco creativo tra Stan Lee e Steve Ditko fu proprio su questo: sul concentrare lo sforzo artistico più sull'adolescente emarginato che sul supereroe. Paradossalmente, era Ditko a sovrastimare l'importanza della parta umana dell'eroe, quando poi le intenzioni creative di Lee partivano proprio dal presupposto di narrare le gesta di un "supereroe superumano e con super problemi", solo dando molto più risalto e centralità alla maschera e non al ragazzo. Per questo nel tempo Spider-Man e la sua caratterizzazione divennero di fatto creatura unica di Ditko, considerato il vero padre del personaggio, l'autore che protesse e tramandò il messaggio principale nascosto dietro all'Uomo-Ragno: l'impossibilità di ignorare le proprie responsabilità.

Nei film d'origini spidermaiane di Sam Raimi e Jon Watts, l'elemento liceale per quanto presente è quasi obbligato se non accidentale, e non scava a fondo nelle dinamiche adolescenziali pure del protagonista. È quasi un dente da togliersi, ideale molto più figlio della visione di Lee che di Ditko, votato al susseguirsi cadenzato della crescita su schermo del personaggio, quasi fosse una gratificazione dovuta al grande pubblico. Nel primo The Amazing Spider-Man è vera la sua presenza più accentuata, ma è altrettanto incontestabile una gestione dell'aspetto teenager frettolosa e fin troppo stereotipata sulla scia della love story in salsa young adult.

A mancare era una lettura consistente e attuale di questa risorsa narrativa, oltre a un equilibrio formale tra azione, dramma e commedia. Nel ciclo di Raimi tutto questo durava appena 30 minuti, con un indirizzo cinematografico votato palesemente ad altro, a una maturità immediata correlata appunto al concatenarsi di eventi storici e principali dell'evoluzione di Spidey.
Soluzioni differenti per lo stesso protagonista, dunque.

Uno scatto dal liceo all'età adulta che lo Spider-Man di Maguire e quello di Garfield hanno vissuto in modo opposto, certo perdendo entrambi l'amato Zio Ben ma progredendo nel loro sviluppo con diverse ramificazioni, a loro modo comunque dolorose e piene di sacrifici. L'Uomo Ragno di Tom Holland invece no, rimasto Bimbo-Ragno dentro da Civil War fino all'inizio di No Way Home, il film che finalmente ha quadrato il cerchio della formazione del ragazzo e dell'eroe, gettando le solide e inoppugnabili basi della sua etica supereroistica e della sua morale.

Tale mentore, tale allievo

Entrando nel merito effettivo del film, Spider-Man: No Way Home conclude l'opera di tessitura di una tela cinematografica dalle geometrie narrative definite, che al netto di un fan service spudorato e furbetto (ma gestito clamorosamente bene) riesce a portare a conclusione il capitolo liceale di Peter riscrivendone le origini nel terzo e ultimo atto del suo coming of age.

Se infatti la stragrande maggioranza dell'audience è entrata in sala per capire se ci fossero gli Spider-Man di Maguire e Garfield, a sorprendere e commuovere i più è stata sicuramente la morte di Zia May, successiva a questa frase: "Da un grande potere derivano grandi responsabilità". Una massima che nel momento stesso d'esternazione ha deciso il destino di May, martire sostituta allo Zio Ben, perno capitale della rottura tra lo Spider-Man che fu e quello che sarà, tra l'adolescenza povera ma felice di Peter e la sua risolutiva maturità. Chris McKenna ed Erik Sommers hanno dilatato de facto le origini di Spider-Man per addentrarsi al meglio nella parte umana del protagonista, che lungo il tragitto è divenuto prima consapevole del suo ruolo, unendosi poi agli Avengers e accettando anche l'eredità del suo mentore Tony Stark, arrivando infine quest'anno a divenire in modo risolutivo Spider-Man. Fattore scatenante di ogni tassello formativo è stato l'errore: in Homecoming quello della fretta, in Far From Home quello dell'ingenuità, in No Way Home le scorciatoie (l'incantesimo). Analizzate, ognuna di queste componenti ha in comune la mancanza di maturità, appunto, e il sapersi prendere le proprie responsabilità, per lo meno a monte, prima di commettere uno sbaglio e tentare poi di risolverlo.

In fondo è però umanissimo, Peter, ed è questo lo scheletro della sua empatia con il pubblico e soprattutto con i più giovani, questo suo essere coscienzioso ma naif, un qualcosa in effetti da plasmare attraverso la perdita e il dolore, lo scossone basilare per lo step successivo.

Nel momento della tragedia, Peter crolla come crollarono in passato le sue Varianti davanti alla morte dello Zio Ben. È dilaniato dai sensi di colpa per aver commesso quello che in testa sua è stato l'ennesimo errore di un ragazzino, incapace invece di comprendere il valore reale dell'insegnamento di May, l'eredità imprescindibile della zia, punto di non ritorno per la costituzione di quell'etica supereroistica sopra descritta, davvero vitale.

McKenna e Sommers decidono anzi di estenderla per renderla ancora più attuale, mettendo al centro del discorso morale l'aiuto al singolo come gesto doverosamente umano, il propagarsi endemico del bene attraverso un piccolo impegno, sia esso sfamare un senzatetto oppure curare il male che affligge un villain anziché ucciderlo. In concreto, è una grande lezione di etica per la contemporaneità, afflitta da un male che sta dividendo in due il mondo, quasi fossimo tutti buoni o cattivi, con i primi che dovrebbero provare a salvare i secondi e questi ultimi, invece, cercare di accettare l'aiuto di chi eroe lo è, per merito, impegno e conoscenza, senza credersi immortali, divini o semplicemente superiori.

Persino Spider-Man ha bisogno di altri Spider-Man per lenire il suo dolore e accettare il suo destino, prendersi le proprie responsabilità, scegliendo addirittura la via del sacrificio proprio come Iron Man, cancellato praticamente dall'esistenza in quanto Peter Parker, deciso di conseguenza a essere prima di ogni cosa un Uomo e infine un Ragno. Ed è proprio nella crasi delle sue scelte che prende forma il supereroe.

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