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Spider-Man: Far From Home e l'eredità del MCU, fra prestigio e mitologia

Con Spider-Man: Far From Home Jon Watts usa i due personaggi principali per riflettere sull'eredità del MCU e sul ruolo della settima arte nella società.

speciale Spider-Man: Far From Home e l'eredità del MCU, fra prestigio e mitologia
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L'aspetto davvero stupefacente di Spider-Man: Far From Home è la maniera in cui il film di Jon Watts sia assolutamente consapevole della sua dimensione, e ne faccia un uso talmente ampio da trasformarlo in un vanto.
Coraggioso ai limiti dello sfacciato per come raccoglie la doppia-sfida propostagli da Avengers: Endgame, cioè quelle di a) chiosare l'Infinity Saga riassumendone tematiche e anche momenti ma soprattutto b) preparare il terreno per ciò che verrà (speriamo di saperne di più in occasione del Comic-Con 2019), il secondo capitolo della saga da solista del giovane Peter Parker si alza con fierezza dalle macerie dell'epica lasciate dall'opera magna dei fratelli Anthony e Joe Russo per mostrarci una storia piccolissima, forse la più piccola dell'intero Marvel Cinematic Universe, ma anche una delle più belle.
Si scrive "piccola" ma in realtà si legge "intima", personale, commedia di crescita ad altezza teenager basata sul viaggio (nello specifico sul tema vacanziero, che inquadra alla perfezione quel momento in cui una giovane vita vuole evadere dalla propria quotidianità, vuole conoscere, imparare, assimilare nuove esperienze) e quindi necessariamente su chi si allontana da casa.

Già per come il classico tema marveliano del potere e delle responsabilità venga completamente riletto tramite quello della fiducia (in se stessi ma soprattutto negli altri) il film sarebbe da encomio, tanto riesce a cogliere la specificità di questo personaggio straordinario che è Peter Parker; successivamente, nel bel mezzo del processo di sviluppo emotivo del protagonista, l'intero apparato filmico lavora poi all'unisono per portare a termine i due obiettivi di cui sopra (epilogo per tutto l'arco narrativo che ha trovato il suo climax in Endgame e nuovo starting point per Spider-Man 3, MCU Fase 4 e oltre) dimostrando la complessità, la lungimiranza e la maestria del lavoro editoriale svolto dalla compagnia di Kevin Feige, al secolo Marvel Studios.

Il prestigio

Per come parla della necessità del grande pubblico di essere ingannato ricorda quasi The Prestige di Christopher Nolan: Far From Home con Mysterio - che assomiglia anche a un cattivo del cinema di Brian De Palma per la sua visione complottistica del creato - instaura una riflessione meta-cinematografica marcata sul rapporto tra audiovisivo e chi dell'audiovisivo usufruisce.
Abbiamo bisogno di essere ingannati per poter credere in un mondo migliore, un mondo senza Avengers, in cui - il personaggio di Jake Gyllenhaal lo dichiara - credere all'esagerato, all'impossibile, è la normalità.
Allora ecco che l'illusione, i giochi di prestigio (leggi: il cinema, quello più antico del mondo, quello degli effetti speciali analogici tradotti nella modernità del digitale, dell'ologramma) diventano una medicina, un palliativo per gli occhi e per la mente. Molto meglio credere di essere protetti da leader solo apparentemente perfetti, meritevoli di applausi e grida di giubilo, anziché aprire gli occhi e vedere la realtà per quella che è.
Al di là delle importantissime chiavi di lettura politiche che vengono solleticate da tali sotto-testi, in ambito filosofico-cinematografico questi sono i temi platonici affrontati da Matrix (leggi: Everycult su Matrix), riletti attraverso un personaggio magistralmente scritto (a parte Thanos, i migliori villain sembrano tutti destinati alla saga liceale di Jon Watts, dopo lo splendido Avvoltoio di Michael Keaton visto nel precedente Homecoming) come fosse un Georges Méliès dell'era post-S.H.I.E.L.D..

"Voi volete essere ingannati" chiosava il John Cutter di Michael Caine nel dramma fantascientifico del 2006 con Christian Bale e Hugh Jackman: i Marvel Studios rilanciano teorizzando che l'inganno (il cinema) è la sola cosa che può garantire la pace, a costo di trasformarsi in dittatura.
Inoltre, in una doppia lettura, gli stessi Marvel Studios hanno ingannato per mesi il proprio pubblico, paventando tramite il materiale promozionale l'arrivo di un Multiverso che poi si è rivelato essere solo uno specchietto per le allodole, per i fan (che hanno immaginato come la compagnia di Kevin Feige potesse sfruttare la cosa per introdurre X-Men e i Fantastici Quattro), per Peter e Nick Fury. Insomma, abracadabra.

Mitologia

Dall'altra parte della barricata, ideologicamente contrapposto alle ambizioni da dominatore del villain, abbiamo invece l'eroe, che di dominare proprio non ha la minima intenzione: Tony Stark lo ha scelto come suo successore (o è stato Nick Fury?) ma Peter ha sedici anni, ha tanto potere ma poca voglia di sobbarcarsene le responsabilità, meglio comprare una dalia nera (altro riferimento depalmiano) e organizzare una scalata verso la cima della Torre Eiffel per dichiarare il proprio amore a Michelle (Zendaya nei panni di un personaggio complesso e tridimensionale con pregi e difetti).
Ma se Tony Stark ti ha scelto, e soprattutto se ti ha scelto Kevin Feige - che chiaramente è intenzionato a fare di Tom Holland, insieme a Chadwick Boseman e Brie Larson, la nuova star dei Marvel Studios - non hai molte altre scelte: Jon Watts quindi, con la leggerezza che lo contraddistingue, plasma il suo film all'ombra del più celebre degli Avengers, Iron Man, presenza ingombrante nel capitolo del 2017 perché mentore severo ma giusto e adesso vuoto gigantesco e incolmabile, amico perduto, lutto nerissimo che pesa nell'anima e nella coscienza.

Il processo narrativo col quale Far From Home ci dice che Spider-Man deve diventare il nuovo Iron Man è perfetto: diretto quando serve, il film lavora ancora meglio quando passa al subliminale.
Gli Avengers non ci sono più e qualcun altro deve prendere il loro posto: naturalmente tocca a Peter ma il film, quando può, preferisce farcelo vedere anziché dircelo direttamente, così in un momento determinante dello svolgimento Spider-Man imbraccia un simil-martello e un simil-scudo citando una già leggendaria scena di Endgame (leggi: le migliori tre scene di Endgame) con protagonista Captain America, indossa gli occhiali di Tony Stark (ma è minorenne quindi rifiuta i drink alcolici), è affascinato dalla tecnologia e dai multi-versi come lo sarebbe stato Tony Stark, si muove di fronte alle sue apparecchiature, viaggia nel suo jet come fosse esattamente lui.

La migliore delle grandi trovate arriva proprio in quel momento, nella soleggiata, fiorente e insospettabile Olanda, quando proprio come Tony il giovane Avenger si fabbrica il suo nuovo costume (ovviamente con tecnologia Stark) di fronte a Happy, dipendente e grande amico dell'eclettico milionario: Happy guarda Peter interagire con la console Stark Industries e in quel momento lo sguardo di Jon Favreau ci dice tutto quello che il film cerca di trattenersi dall'esplicitare.
Che poi a quel punto parta Back in Black degli AC/DC è sia un tocco di classe che la scelta più fisiologica del fare cinema. Soprattutto evidenzia la volontà dei Marvel Studios di usare questa saga per riflettere sul proprio progetto a partire dai film precedenti, per parlarci contemporaneamente del nostro mondo e spiegarcene i difetti.

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