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Spider-Man al cinema: dal fumetto alla trilogia di Sam Raimi

I fan hanno dovuto attendere anni per vedere Spider-Man al cinema, fino alla trilogia di Raimi, dallo stile unico e inimitabile.

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Spider-Man: Homecoming è solo l'ultimo di una serie di adattamenti cinematografici dedicati a uno dei supereroi Marvel più letti, amati e citati di sempre, esattamente il sesto - escludendo la sua comparsata in Civil War- a raccontare sul grande schermo le gesta acrobatiche di Peter Parker, semplice adolescente americano che dal nulla riceve poteri inimmaginabili che dovrà imparare a governare e mettere al servizio della brava gente; la perfetta declinazione prima fumettistica e poi filmica di una normalità contaminata dall'intrusione di un elemento soprannaturale, perché più vicina alla natura, all'età e alle dinamiche sociali dei lettori che si accostavano a Spider-Man, dove un semplice ragazzo diveniva qualcosa di più, un emblema di riscatto e modestia asservito a un bene superiore. Logico volere quindi tradurre al cinema un personaggio così empatico e carico di spirito, anche se fino alla prima, meravigliosa trasposizione ad opera di Sam Raimi avremmo dovuto aspettare fino al 2002, quando impostando storia, personaggi e situazioni sul proprio, brillante stile fatto di azione e commedia avrebbe regalato al mondo uno dei cinecomic ad oggi migliori di tutti i tempi.

Quando non c'erano canoni

Scavallato ormai il nuovo millenio, era tempo per il genere cinecomic di tornare a brillare sul grande schermo, ma soprattutto era ormai giunta l'ora per un debutto altisonante di un supereroe Marvel al cinema. Dal '66, infatti, si erano susseguite negli anni svariate opere legate ai fumetti, partendo dal Batman di Adam West fino al Superman di Richard Donner, ma mai erano state sviluppate importanti produzioni dedicate a un personaggio dell'ipertrofico parterre della Casa delle Idee. E lo Spider-Man di Raimi ebbe un impatto così devastante sul pubblico, così pop-culturalmente imponente proprio perché arrivava a dissetare la gola riarsa dei fan che da tempo attendevano un titolo simile, capace di rimodernizzare un genere ancora poco sfruttato e cristallizzato quasi esclusivamente sugli eroi DC o minori. All'epoca non c'erano canoni da rispettare e il termine cinecomic non era ancora stato coniato; non c'erano universi condivisi né tantomeno formule o grandi rivali. Nella sostanza, a Sam Raimi fu data completa fiducia da parte della Columbia Pictures e della Sony, specie dopo anni di fallimenti nel tentare una trasposizione del personaggio (sapevate ad esempio che lo script del primo Spider-Man è una profonda rielaborazione di un lavoro di James Cameron?), e ormai lo sappiamo tutti, ma il regista de La Casa non deluse le aspettative, regalando una sua personalissima versione di Spidey meno rispettosa del fumetto di quanto si pensasse, ma che sprizzava creatività, forza e spettacolarità da ogni poro. Il cineasta fece tesoro della sua esperienza tra splatter-horror e action-thriller, confezionando un prodotto sopraffino e completamente asservito ai bisogni sia degli appassionati tour court che del pubblico, regalando inoltre grazie alla sceneggiatura di David Koepp quello che è finora il miglior villain Marvel visto al cinema, il Green Goblin di Willem Dafoe. Erano altri tempi per il cinecomic: non essendo legati a dei canoni specifici, si poteva esagerare - nel limite dell'ammissibile - con la violenza e giocare molto più sui toni, diversificando situazioni, azioni e caratterizzazione dei personaggi.

Con una sua particolare visione e una cifra stilistica più vicina ai maestri horror degli anni '50 piuttosto che ai padri del cinema action dei ruggenti anni '80, per un autore come Raimi era poi impossibile non contaminare un'opera simile con dei personalissimi feticci, partendo dai cameo del fratello e di Bruce Campbell fino all'omaggio al regista italiano Lucio Fulci, grande pedagogo nostrano di orrore e fantasia.

Un'ascesa catartica

E il risultato ultimo fu così ben accetto, così apprezzato da portare a un primo sequel nel 2004, ancora più imponente e con un approfondimento psicologico dei personaggi più marcato, sempre più lontano dal mondo adolescenziale e ricco di problematiche adulte. Spider-Man 2 fu l'esatta e decisa evoluzione del primo capitolo, e a sfidare Spider questa volta trovammo il Dottor Octopus (un maestoso Alfredo Molina), con il quale il nostro eroe condivideva alcune sequenze d'azione impressionanti (la Torre dell'Orologio, la battaglia sulla Metro). Anche qui la distanza dalla controparte cartacea fu decisa, perché Spider-Man al cinema era ormai creatura di Raimi, nonostante poi la genesi di Doc Oc rimase molto simile all'originale, con qualche aggiunta funzionale all'economia della storia - come il ricettore che se distrutto avrebbe tolto la mente di Octavius dal controllo delle braccia meccaniche. Gli albori dell'Arrampica-Muri nel buio di una sala videro anche fino al terzo, poco riuscito capitolo quello che era uno scontro catartico tra eroe e nemesi, con una rispettiva rivalsa e liberazione; un processo che portò al pentimento ultimo sia Goblin che Octupus, entrambi innovatori tecnologici o scientifici prima e servi delle proprie creazioni poi, immersi in una sfida in crescendo con loro stessi e contro Spider-Man fino all'espiazione o alla presa di coscienza finale, come fosse un'illuminazione pre-morte (che avrà anche il Sandman nel terzo film, ma in modo molto differente).

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