Star Wars

Solo: A Star Wars Story, Alden Ehrenreich e Harrison Ford a confronto

Breve analisi delle divergenze caratteriali e psicologiche tra il giovane Solo di Ehrenreich e l'iconico Han di Ford.

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Dopo attese e rimandi, licenziamenti e riprese aggiuntive, Solo: A Star Wars Story di Ron Howard è ormai pronto a sbarcare nelle sale italiane tra quattro giorni, così da raccontare ai fan di tutto il mondo il passato dell'iconico Han, interpretato nelle sue giovani vesti da Alden Ehrenreich. Il film è stato presentato qualche giorno fa al Festival di Cannes, ricevendo reazioni miste sulla croisette (qui la nostra recensione), ma in Italia c'è stata anche l'anteprima stampa, che ci ha permesso di visionare il progetto sulle origini caratteriali e psicologiche del grande contrabbandiere.
E bisogna ammettere questo: Han spara per primo! Tradotto per i meno esperti, questo significa che, al netto di alcune semplicità narrative, il personaggio e il suo passato non solo vengono raccontati rispettando fedelmente il canone, ma trovano anche il loro giusto protagonista in Ehrenreich, che lavorando in parte di originalità e in parte di mimica e ricalco espressivo-comportamentale, non fa rimpiange neanche per un secondo il Solo di Harrison Ford, anche se c'è bisogno di fare le dovute precisazioni del caso.

Soli

L'affascinante, briccone, scapestrato e baldanzoso Han di Ford lo conosciamo tutti. È un personaggio che lungo 41 anni di onorata carriera cinematografica è riuscito a costruirsi un fortino inespugnabile nel cuore di milioni di appassionati di tutto il mondo. E il merito non è certamente riconducibile in esclusiva alla scrittura di George Lucas, che mise nero su bianco per la prima volta questo arrogante e sfacciato protagonista, ma anche all'interpretazione di un allora giovane e in ascesa Harrison Ford. Fu proprio quello il ruolo che lanciò quel volto così riconoscibile, così particolare, che poi avremmo rivisto anche ne I predatori dell'arca perduta e Blade Runner. Iconica, quindi, la sua performance: mai straziante, spesso sopra le righe, sempre divertita e indimenticabile. Basti ricordare la sua introduzione in Una nuova speranza, nell'ormai discussa sparatoria alla taverna di Mos Eisley. Ci viene già presentato come un uomo pieno di sé, ma perché sicuro di sé, sempre un passo avanti al nemico e due indietro rispetto al pericolo, anche se poi si sa, i guai corrono veloce. È sì arrogante, ma di buon cuore, così come la sua sfacciataggine cerca solo di mascherare qualche insicurezza e un carattere difficile, poco aperto al confronto, incapace di fidarsi totalmente delle persone. Han Solo è un protagonista sfaccettato, equilibrato nel suo disequilibrio psicologico e per questo così amato.
Trasuda libertà e conoscenza della Galassia, una certa esperienza nel tirarsi fuori dai guai e un'ironia fuori dal comune, pronta a esplodere soprattutto nei momenti di massima difficoltà per stemperare il dramma della scena. Sostanzialmente è un personaggio compiuto, certamente cresciuto nel corso di altri tre film che lo hanno visto co-protagonista, ma caratterialmente centrato, preciso. Eppure un passato deve averlo avuto anche lui, ed è qui che la LucasFilm ha deciso di porsi il quesito: Han Solo è sempre stato così?
Sviluppando allora una sceneggiatura intorno a questo domanda, ecco arrivare Solo: A Star Wars Story, che si fregia del difficile compito di raccontare in modo canonico la formazione psicologica di Han, spiegando di base molti dei fattori che lo hanno fatto divenire il grande e adorato contrabbandiere che tutti noi conosciamo e ammiriamo. Kasdan padre e figlio hanno così tentato di focalizzare l'attenzione proprio su questo aspetto, allontanandosi dalla linee guida della saga e confezionando con Ron Howard un prodotto rivolto soprattutto ai fan della prima ora, i veri conoscitori di Han.

Paradossalmente, questi saranno forse i primi a non riuscire ad accettare Alden Ehrenreich come giovane Solo, ma per un problema di iconografia di fondo, dato che nella testa di molti Ford resta purtroppo o per fortuna insostituibile nel ruolo, ma al contempo saranno anche i primi ad accettare e apprezzare quello che Solo: A Star Wars Story tenta di fare. Il film di Howard, infatti, vuole porsi anello mancante nello sviluppo del personaggio, più o meno come la nuova trilogia faceva con Darth Vader ma senza porsi il problema di mostrare troppo l'Impero o la situazione politica nella Galassia. Solo è un film interamente dedicato ad Han, al suo incontro con Chewbecca e ai momenti che lo hanno temprato nello spirito e nel carattere. La sua arroganza, quindi, è ancora acerba e leggibile più come una spavalderia adolescenziale, esattamente come il suo essere sfacciato, che è più menefreghismo e pienezza di sé senza la sicurezza di cui sopra.
Ed Ehrenreich nell'imitare senza oltraggiare le espressioni sornione e gigioneggianti di Ford è estremamente bravo, dimostrando anche una certa versatilità nel passare costantemente da un'interpretazione originale e sentita a una caricatura funzionale del personaggio, per forza di cose essenziale in alcuni passaggi. Il ragazzo è credibile e ha carisma, non certo lo stesso che aveva Ford 40 anni fa, ma si muove bene con quel che ha, reggendo davvero ottimamente 2 ore e 15 minuti di screen time. La mente dello spettatore corre poi ovviamente al passato (che nell'economia della continuity è il futuro), ma quando vengono messi insieme tanti pezzi poco chiari e il canone viene tirato in ballo come fosse una carezza ai fan, è lì che Solo: A Star Wars Story si dimostra un film vincente e di gran cuore.

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