Soldado, il nostro incontro con il regista Stefano Sollima

Il regista era a Roma per presentare il sequel (o prequel?) di Sicario, rivelando vizi e virtù del cinema americano visto con occhio distaccato e critico.

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Il Soldado di Stefano Sollima è ormai sbarcato nelle sale italiane da giorni, rivelandosi un film tecnicamente sorprendente, un sequel registicamente potentissimo. Alla sua prima esperienza lavorativa con produzione americana, il cineasta italiano che ha firmato Gomorra - La serie, Romanzo Criminale e Suburra torna dietro la macchina da presa con sicurezza e conoscenza del mezzo, rivelandosi nuovamente abile costruttore di scene.
Non tenta neanche di imitare lo stile del predecessore, Denis Villeneuve, ma di dare al film una sua chiara personalità, vivida e pulsante, che si distacca quasi completamente dalla tensione ricercata dal collega e si concretizza invece in un'anima action vibrante e decisa.
Tornato nella sua Roma per presentare il film, abbiamo avuto modo di incontrare Stefano Sollima, che ha tenuto una vera e propria masterclass sulle differenze tra cinema italiano e americano, sui due modelli produttivi agli antipodi, sulle difficoltà incontrate durante tutto il lavoro per portare in sala Soldado.

"Come mi pare"

Il cinema americano, specie blockbuster, è fatto di grandi spazi, esattamente come quello di Sollima, cosa che gli viene fatta notare, sottolineando anche come Soldado parta da un immaginario già consolidato: "Sapete, in realtà non c'era un immaginario di riferimento, ma un mondo di riferimento", risponde lui, "Tant'è vero che ho cambiato tutti i reparti. L'idea non era tanto quella di fare un sequel quanto un nuovo capitolo all'interno di una saga, in cui gli unici punti di contatto erano il mondo narrativo di riferimento e alcuni degli attori. Il resto è tutto diverso, infatti Soldado è un film che può essere visto anche senza aver visto Sicario. I due film non sono legati se non dalla presenza dei due protagonisti, infatti non capisci mai se si tratti di un sequel o di un prequel, dato che non vengono date coordinate temporali specifiche".
Sollima continua poi sugli spazi del cinema americano e sul racconto imbastito da Taylor Sheridan: "Lavorare in spazi ampi come quelli del deserto influenza molto il tuo approccio visivo. Io mi sono ritrovato a mio agio con il racconto di Taylor Sheridan. L'ho trovato da subito vicinissimo al mio cinema, quindi mi sembrava un'ottima transizione da un mondo all'altro, dove intendo da un mondo europeo a quello americano, hollywoodiano. Mi sembrava un ottimo punto di partenza per questa transizione".
Sollima si sofferma poi sullo script: "Qui abbiamo un racconto di antieroi, con una struttura corale dove a ognuno dei personaggi è affidato con sentimento parte del racconto, tant'è che le storie a volte neanche si toccano, una cosa alla quale diciamo che non ero abituato negli ultimi anni. E un'altra cosa che mi ha molto colpito è che, pur essendo un film di grande intrattenimento, spettacolare, Soldado ha uno sguardo profondo e attento a quello che è il nostro mondo. Nel caso specifico il racconto della frontiera".
Il regista italiano si è poi soffermato sul suo approccio al film dal punto di vista emotivo e sul finale. "Emotivamente, passare da un progetto italiano a gestire un progetto hollywoodiano è abbastanza impegnativo, perché da un certo punto di vista è come ricominciare da capo, quindi tutto quello che farai dovrai riguadagnartelo passo per passo. È anche la cosa che lo rende però interessante, per me è stata una bellissima avventura, soprattutto perché non ho perso la specificità, che normalmente si perde nella transizione, visto che i modelli produttivi sono diversi".

Sull'epilogo, invece, dice: "Non capisco perché, ma quella scena finale con il ragazzo non è un'apertura, ma una chiusura di quel personaggio. Però è vero che sembra voler continuare. Tra l'altro, il film che vedete in sala è il mio director's cut. Quando ho fatto la prima proiezione per i produttori ho fatto una premessa dicendogli che quella era la mia director's cut e che per definizione avevo fatto come mi pareva. Loro poi ovviamente avrebbero potuto cambiarla come gli andava. Diciamo che ho fatto una scelta un po' radicale. Gli ho mostrato il girato terrorizzato dicendo 'vabbè, alla fine torno a casa e pazienza', invece è andata bene".
Spiegando il taglio dei dieci minuti nel finale, Sollima rivela: "Ho tagliato perché era una sorta di conclusione sui personaggi, sugli effetti delle loro scelte, che per me non servivano. Uno spiegone. Era un finale ellittico, ma per un pubblico americano che ha necessario bisogno di avere una spiegazione su tutto, quel finale sembra un'apertura. Comunque è autoconclusivo, anche perché, per come è strutturata la saga, senza troppi punti di contatto, se ci sarà un prossimo film non sarà per forza collegato a questo e potreste non rivedere nemmeno gli stessi personaggi. La cosa bella del progetto è proprio questa. Mentre lo facevamo sicuramente non abbiamo pensato a un terzo capitolo, questo ve lo assicuro".

Il peso della regia

Oltre alla storia di frontiera moderna pensata da Sheridan, uno degli scrittori più talentuosi del momento, il successo di Sicario si deve anche alla regia illuminata di Villeneuve, che ha fatto della ricercatezza della tensione la grande chiave di lettura stilistica del film. Ovviamente si sente molto il peso specifico della direzione del cineasta canadese, ma Sollima dice di non essersi ispirato al collega dal punto di vista artistico - cosa che, onestamente, si vede: "Ho fatto quello che ho sempre fatto nella mia vita, in questo caso ho rispettosamente ignorato. Perché non c'era bisogno di imitare, non era neanche richiesto. Sicario era totalmente diverso, sia dal punto di vista visivo che strutturale, dato che si trattava di un prodotto molto più delicato, con un punto di vista morale che lo rendeva più morbido e meno forte. Visivamente è anche più lento, ha una costruzione diversa. Io ho fatto il mio film e non mi sono proprio posto il problema. Pensate anche che Denis Villeneuve è una persona molto carina. Mi ha mandato un'email il giorno prima che iniziassi le riprese che è davvero meravigliosa. Non l'ho mai incontrato tra l'altro. In ogni caso, non era nelle intenzioni del progetto provare a fare una cosa simile.". Sollima parla di Soldado come di un film provocatorio, privo di confini geopolitici o morali.
"Per come è costruito il racconto, a un certo punto perdi completamente ogni punto di riferimento tra bene e male. Cominciano questa operazione per vendicarsi di una strage e mano a mano, per contrastare il male, cominciano a esercitarlo. Nessun personaggio è filtrato da uno sguardo morale. Li vediamo agire e a un certo punto si perde completamente il loro senso etico. Prendiamo il personaggio di Del Toro: un uomo che parte da killer, che ha perso completamente sensibilità rispetto a quello che vive e lo ritrova salvando la figlia di quello che ha ammazzato la sua famiglia. A un certo punto si perdono tutti i riferimenti e gli sguardi morali. Non c'è nessuno che ti guida per mano una volta usciti dalla sala".
Continua poi sul confine: "È un racconto sul confine, anagrafico, morale. Quanto male puoi fare per perseguire il bene? È abbastanza complesso e non cerca di nascondersi dietro a niente e anche la violenza è mostrata in modo abbastanza brutale".

Ma quali sono le differenze tra il cinema americano e quello italiano? É più difficile relazionarsi con personaggi già affermati del cinema o dare la propria impronta ad attori esordienti? Il regista risponde: "In Europa il film tendenzialmente parte dal regista e questo ha un controllo creativo molto forte. Perché il sistema produttivo è molto più semplice: ci sono un produttore e un distributore, almeno nella maggior parte dei casi. In America è diverso: c'è un produttore che detiene i diritti della proprietà letteraria - per fare un esempio - poi uno studio che finanzia il film, poi un distributore dove interagisci con un executive che lavora per gli studios, poi un distributore estero ecc.
Quando inizi a lavorare non sei tu che condividi con una o due persone la tua visione, ma sei tu che condividi il progetto con altri otto di cui ogni tanto due cambiano. Diciamo che in quel contesto è molto più facile perdersi e perdere la tua specificità, che è poi il motivo per cui ti chiamano però. In questo loro sono molto bravi, perché riconoscono il tuo talento e riescono ad associarlo a un determinato progetto. Succede però che, essendoci tante parti in gioco, ognuna di queste cerchi di fare il proprio lavoro e imporre le sue idee. Se qualcosa viene giudicata troppo violenta, ti chiedono di tagliare le parti incriminate, perché giudicano il pubblico non pronto ad applicare la propria morale al racconto. Ti ritrovi a dover discutere se aggiungere o meno passaggi per rendere il racconto più comprensibile.
".
E quindi come ha risolto questa problematica? "Non ho risolto proprio nulla", risponde Sollima, "Io penso di essere stato molto insistente. Alla fine non faccio parte di quel mondo. Io ho il mio, di mondo, e non eravamo obbligati a fidanzarci per forza, quindi sono stato tranquillo e fermo nelle mie scelte. Sono però stato anche molto fortunato ad avere dalla mia parte dei produttori davvero illuminati che volevano esattamente quello che avevo io da dare e che lo hanno difeso e protetto rispetto agli altri".

Il regista italiano ha poi parlato dell'abitudine tutta americana dei test screening, le proiezioni di prova: "Una cosa che ha molto aiutato il film sono stati i test di marketing, una roba da cui dipende il destino stesso dell'opera. Se quel test va male, possono arrivare anche a toglierti il film di mano. In questo caso, durante la seconda proiezione di prova, gli studios avevano appena visto il film ed erano rimasti molto sorpresi. In quel momento sono usciti i numeri del marketing ed erano ottimi, quindi ci siamo salutati, stretta di mano e questo che vedete in sala è il film". Va più sul generale: "Capite come sia un qualcosa impossibile da governare. Tu hai un ruolo, però bisogna tenere anche conto delle circostanze e di tante altre cose".
Conclude infine sui personaggi e sulla loro trasformazione: "In definitiva, gli attori sono tutti uguali, magari da Del Toro a un altro fai solo più fatica a spiegargli la tua visione. Alla fine è uguale: tu porti un'idea e se agli attori piace, hai fatto. Tra l'altro Josh Brolin e Benicio Del Toro avevano già interpretato questi personaggi. Tutto parte comunque dalla tua visione. Nel momento in cui un attore sente la tua visione, il massimo che può fare è tentare di capirla, una volta intercettata trovano lo stimolo che cercano. Loro sono in scena e tu sei lo sguardo esterno: nel momento in cui si fidano della tua preparazione e della tua visione, della tua attenzione, allora ti guardano e ti chiedono curiosi 'andava bene così?'".

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