Slevin - Patto Criminale: un piccolo grande capolavoro crime

Nel 2006 usciva per la prima volta in sala Slevin di Paul McGuigan, uno dei più originali e anticonformisti crime del nuovo millennio.

Slevin - Patto Criminale: un piccolo grande capolavoro crime
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Quentin Tarantino è stato il profeta di tanti, ha inciso una rivoluzione assolutamente unica nel genere pulp e crime. A oggi molti registi hanno dimostrato di saper cogliere i suoi insegnamenti, la sua capacità di unire atmosfere e generi diversi in un unico iter narrativo. Pochi però sono stati in grado di creare qualcosa che seguisse un percorso parallelo eppure differente per atmosfere, stile ed estetica come lo scozzese Paul McGuigan, che con Slevin - Patto Criminale del 2006 donò al pubblico un film destinato a diventare un cult unico, una pellicola di grandissimo impatto del genere crime post 2000.
Con un cast di prima grandezza e una sceneggiatura tanto sorprendente quanto studiata nel minimo dettaglio, Slevin ancora oggi può rivendicare di aver mostrato qualcosa di assolutamente diverso al pubblico, di essersi staccato dal già visto e già sentito.

La via alternativa a Tarantino?

Slevin è stato davvero qualcosa di diverso. La prima cosa che ancora oggi stupisce del film è il ritmo. Non dà alcun punto di riferimento allo spettatore, alterna situazioni, atmosfere e azioni in modo assolutamente imprevedibile, sovente pare connettersi a generi incredibilmente diversi. Commedia romantica, crime, thriller, noir, hard-boiled persino e black comedy. In tutto questo marasma si muove sinuoso lui, Slevin Kelevra, che ha il volto spigoloso e felino di Josh Hartnett, forse uno dei più sottovalutati attori della sua generazione, intento a essere il contrario di ciò che sembra e l'opposto di ciò che il regista vuole farci credere.
Bruce Willis, Morgan Freeman, Ben Kinglsey, Lucy Liu e Stanley Tucci si muovono come schegge impazzite dentro una sceneggiatura che, nelle mani di Jason Smilovic, sovverte di fronte ai nostri occhi ogni tipo di logica legata alla continuità temporale, al classico equilibrio-squilibrio-equilibrio.
Di base siamo di fronte a uno specchio dalla doppia faccia. Ciò che sembra vero non lo è, le bugie infine sono le uniche verità, le sole certezze come ci viene rivelato nel finale rocambolesco di un film in cui la morte non assume mai i contorni comici che alcune situazioni suggerirebbero.

Un mondo in cui nessuno è eroico

La vendetta è il grande tema sotterraneo di Slevin. Assieme al concetto di maschera. Come in un romanzo di Poe o in certi gialli di Chandler, la verità più la si vuole stringere meno la si tiene in mano, ma pian piano si comincia a intuire una connessione tra alcuni oscuri omicidi avvenuti nel 1979, ai danni di uno sventurato scommettitore e della sua famiglia.
Cosa c'entrano quelle morti con le disavventure narrate da questo ragazzo dal naso rotto alla bella vicina di pianerottolo del suo amico Nick? Tutto questo dopo aver visto un Bruce Willis d'annata, mentre rievoca quegli omicidi a un ragazzo in una stazione degli autobus, prima di esibirsi in quella che ancora oggi è nota come la "Mossa Kansas City".
Slevin, al contrario dei film di Tarantino, è sicuramente meno concentrato sui personaggi, sulla volontà di farli diventare qualcosa di vicino allo spettatore, e più sullo stile, sulla narrazione. McGuigan rispetto a Guy Ritchie crede in una violenza che non ha nulla dei toni farseschi. In quei momenti, McGuigan sterza, ritorna sui binari di un realismo crudo e spietato, di una dimensione fatta di violenza drammatica. Il che poi riecheggia nella doppia natura di Slevin, nel suo essere vittima e carnefice, naufrago dell'iter e deus ex machina della narrazione, sicario e bersaglio.

Tra sperimentazione e homage

Non vi è conformità alla norma, ma un voler omaggiare i grandi classici, i grandi registi. Da Hawks a Kurosawa, da Woo a Winner, Slevin è un mix intrigante e riuscito, per quanto talvolta emergano (per necessità) degli squilibri, delle forzature connesse all'omaggiare anche la dimensione comic.
Come non notarlo del resto, nelle due cosche mafiose che si guardano in cagnesco, una ebrea e l'altra afroamericana, entrambe guidate da due boss mefistofelici, implacabili e senza pietà, o in un Willis alla metà tra uno 007 e un killer da fumetto anni '70.
La malavita che qui domina appare sicuramente più british, più da Londra della Cool Britannia che connessa alla Grande Mela cinematografica, non fosse altro per la natura della fauna circostante e lo stile d'azione.

In mezzo ecco Lucy Liu, medico legale un po' imbranato e un po' no, che regala all'insieme non solo un personaggio femminile stravagante, ma anche un pizzico di leggerezza a un film che rifiuta l'uniformità.
Slevin a suo tempo fu anche accusato di essere un'opera fin troppo di maniera. Emerge in modo chiaro una certa tendenza a prendersi molto sul serio, così come l'incapacità di legarsi a un'epica quasi shakespeariana solo evocata che però non trova altri punti di riferimento nell'iter se non nell'inizio.
Però la natura sanguinaria di ogni protagonista, così come il declinare la paternità, l'amicizia virile, in modo paradossalmente affettuoso a dispetto di tutto, sono altri elementi di pregio di un crime anticonformista e cool come pochi.

Slevin non ha praticamente avuto proseliti. Difficile creare una sceneggiatura parimenti vorticosa e labirintica in modo soddisfacente. Guy Ritchie da questo punto di vista ha spinto più sull'estetica che sull'evoluzione del suo universo, Tarantino si è mosso verso altri generi.
Il che è un peccato, perché Slevin, a distanza di quindici anni, rimane sicuramente l'esempio di una possibile terza via, che purtroppo è rimasta inesplorata.

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