Slevin: Bruce Willis e la mossa Kansas City

L'incipit di Slevin presenta al pubblico la pirotecnica mossa Kansas City: scorpriamone insieme le meccaniche fondamentali.

Slevin: Bruce Willis e la mossa Kansas City
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Slevin, il film dalla forte impronta pulp diretto da Paul McGuigan arrivato nelle sale nel 2006, seppur non sia riuscito a ottenere incassi stellari, ha saputo ritagliarsi - soprattutto nel nostro paese - una nutrita schiera di appassionati. Anche per merito del passaparola avvenuto dopo la messa in commercio dell'edizione home video. La particolare sequenza iniziale, pregna del mood divertente (e divertito) del film, vede al centro della scena l'impeccabile sicario Mr. Goodkat, abile esecutore della pericolosissima mossa Kansas City.
Di seguito andremo ad analizzare l'iconico incipit del film, strutturato attraverso un dialogo botta/risposta capace per certi versi di richiamare anche l'epica tarantiniana.

Un incipit pulp

Ci troviamo in una stazione degli autobus. La struttura è deserta. Un'anziana signora riposa sdraiata su una sedia mentre in lontananza, secondo dopo secondo, vediamo un uomo avvicinarsi sempre di più allo schermo.
La musica che accompagna il momento può dirsi tranquilla, a tratti accomodante, ma capace al tempo stesso di sottendere che qualcosa - non si sa bene quando o perché - di lì a poco accadrà.
Il controcampo ci mostra poi il viso dello sconosciuto (prima solo di spalle): il soggetto inquadrato è assorto nei suoi pensieri, visibilmente assonnato per motivi a noi ignoti. Lo schermo si oscura gradualmente, lasciandoci intendere che l'uomo si è infine addormentato.
Una volta che l'incipit riparte - dopo un minuto o forse un'ora - la voce di un'altra persona aggiunge una nuova variabile all'interno della scena: l'imprevedibilità.
L'ingresso in campo di Mr. Goodkat, l'iconico personaggio interpretato da Bruce Willis, sconvolge infatti gli equilibri precostituiti, instillando nello spettatore il dubbio d'incertezza iniziale suggerito anche dalla colonna sonora.

Goodkat appare quindi da subito fuori posto, pronto a interagire con un perfetto sconosciuto come se fosse il suo migliore amico, senza alcun motivo logico.
Il dialogo botta e risposta che intercorre tra i due, pregno di stilemi postmoderni atti a spettacolarizzare ogni singola battuta, gioca fin da subito con espressioni gergali e modi di dire, così da spingerci già dai primi momenti a fare attenzione ai singoli dettagli (anche dialettici).

Seppur i personaggi rimangano quasi del tutto immobili, in realtà iniziano uno scontro serratissimo a livello verbale/concettuale, nonostante sia chiaro fin da principio in che direzione penda l'ago della bilancia riguardo il rapporto di forza che intercorre tra i due.
Il confronto dialettico entra così nel vivo, con Mr. Goodkat intento a portare le sue argomentazioni - anche le più futili - in modo trascinante, metodico, magnetico.
Dall'altra parte l'interlocutore reagisce con fare svogliato, senza dare realmente peso alle farneticazioni della persona che si trova di fronte, desiderosa oltretutto di comunicargli che si trova lì per via della mossa Kansas City.
Dopo un breve flashback, la sequenza di dialogo riparte in maniera decisa avviandosi verso la sua pirotecnica conclusione.

A volte la vita non è fatta di solo vivere

Dopo l'enunciazione di un breve quanto curioso aneddoto su Charlie Chaplin, cioè la partecipazione a un concorso di suoi sosia in cui arrivò terzo (sulla cui reale veridicità ci sono da sempre pareri discordanti), Goodkat mette in atto la sua mossa, che consiste nel far guardare a destra mente lui va (e colpisce) a sinistra.
Il momento esatto in cui la mette in pratica, dalla valenza squisitamente ludica e a tratti cartoonesca, riesce a racchiudere in pochi attimi l'essenza stessa del film, che non lesina assolutamente nel mostrare scene di violenza (anche brutali) pur mantenendo spesso un registro divertente, sagace e postmoderno.

Il tema dell'infantilismo, che durante l'intera pellicola tornerà in maniera marcata dando vita a una serie di scenette spassose, in questi primi minuti vede la sua massima espressione nei modi di porsi (e di agire) di Goodkat. Per quanto freddo e spietato, si dimostra una persona dotata di un particolare - quanto leggermente inquietante - senso dell'umorismo.
La tranquillità degli inizi diventa, per un attimo, solo un lontano ricordo. Pochi secondi dopo, però, il clima ritorna placido, rimettendo ogni cosa al proprio posto.
Come se nulla fosse successo, Goodkat si dirige quindi verso l'uscita con il suo nuovo amico, conscio di aver compiuto il suo lavoro, ancora una volta, nel migliore dei modi, oltretutto senza lasciar trapelare dal suo viso alcun segno di rimpianto.

Negli ultimi secondi della sequenza, in cui vediamo il sicario indossare dei guanti e degli occhiali da sole, ci viene oltretutto mostrata la cura maniacale con cui il personaggio in questione ha pensato a ogni singolo dettaglio legato alle conseguenze delle sue sconsiderate azioni, tra cui il modo migliore per non lasciare alcun tipo di traccia.
Una sequenza iniziale quindi ben confezionata e di grande impatto scenico, debitrice sicuramente dello stile tarantiniano sotto vari aspetti (forse troppi), ma capace in ogni caso di intrattenere lo spettatore in maniera soddisfacente, alla pari di tutto il resto del film.

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