Sin City e il suo sequel a confronto: quando pulp e noir si fondono

Andiamo alla riscoperta del primo Sin City e del suo, purtroppo non così riuscito, sequel, mettendo a confronto le due opere firmate Rodriguez/Miller.

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Sin City, l'iconica serie di storie a fumetti firmata da Frank Miller, nonostante in Italia non sia mai riuscita a raggiungere un pubblico esageratamente vasto, negli Stati Uniti ha invece ottenuto un cospicuo successo, tale da fargli guadagnare numerosi quanto prestigiosi premi, tra cui l'ambitissimo Eisner Award.
Nel 2005 però Robert Rodriguez (che non ha mai nascosto la sua passione viscerale per l'opera originale) ha deciso di mettere in piedi l'adattamento filmico del fumetto, coinvolgendo lo stesso Miller, tanto a livello di regia che di sceneggiatura.
La prima pellicola si è dimostrata in grado di racchiudere molto bene lo spirito del fumetto, seppur il suo sequel diretto, uscito quasi dieci anni dopo, si è purtroppo imbattuto in qualche passo falso di troppo.

Il Sin City di Robert Rodriguez, Frank Miller, Bruce Willis e Mickey Rourke

Il primo film targato Rodriguez/Miller (con la partecipazione come guest star anche di Quentin Tarantino in ambito registico) mette in scena una serie di brevi episodi autoconclusivi che ci presentano via via i personaggi dell'omonima città, un luogo dotato di un proprio fascino accattivante seppur pregno di una spirale di vendetta e violenza oltre ogni limite.
L'opera antologica ci immerge dapprima nella vita di un giovane serial killer (un brevissimo episodio diviso in due capace di fungere tanto da incipit che da epilogo) per poi farci fare la conoscenza di due tra i personaggi meglio caratterizzati del film, quali il torvo poliziotto John Hartigan - interpretato da Bruce Willis - e il burbero (quanto brutale) Marv impersonato da Mickey Rourke.
La storia assume i connotati di un vero e proprio potpourri contenutistico in cui la stessa città del titolo diviene il polo catalizzatore degli eventi.
A Sin City, infatti, vige la legge del più forte e i numerosi personaggi in campo faranno di tutto per non farsi trascinare a fondo dall'anima nera della città, capace di avvinghiare chiunque sia così folle da addentrarvisi.

Il ritmo della pellicola risulta gestito in maniera ottimale, anche per via dell'interconnessione tra le varie situazioni vissute dai personaggi, concentrati nel portare avanti le loro caratteristiche storyline ma accomunati dal viverle nella stessa città.
Il comparto narrativo, improntato su un forte pathos emozionale, è riuscito a trasporre molto bene l'impostazione stilistica e concettuale delle opere fumettistiche, grazie a un ottimo utilizzo del voice over in grado di richiamare molto bene lo stile di scrittura milleriano, dedito spesso all'ampio uso delle didascalie.
Da questo punto di vista, quindi, coinvolgere l'autore originale dell'opera si è rivelata una mossa ben congegnata, capace di fornire all'intero film un valore aggiunto.
Di grande impatto anche il lato puramente visivo, grazie al bianco e nero iper contrastato (e all'abbondante uso della CGI) capace di donare alle immagini in movimento un tratto per certi versi unico.

L'audacia visiva del primo film ha infatti portato le tavole del fumetto di Miller a prendere realmente vita, anche per via di riuscite scelte stilistiche tra cui quella di rendere a colori alcuni particolari elementi dello scenario.
In definitiva, il primo film si è rivelato un esperimento davvero riuscito capace di unire, forse in maniera a tratti unica, il mondo dei fumetti con quello del cinema, dando alla luce un prodotto magari non per tutti ma capace, in un modo o nell'altro, di emozionare e intrattenere.

Il Sin City di Robert Rodriguez, Frank Miller, Eva Green e Joseph Gordon-Levitt

Che il sequel non sarebbe riuscito a superare (o quantomeno eguagliare) la qualità del primo film è parso chiaro in maniera abbastanza rapida un po' a tutti (fan del franchise e non).
Se infatti la prima pellicola, proprio per la sua natura a tratti borderline, ha saputo costruirsi una fedele schiera di appassionati - riuscendo al contempo a ottenere il favore del pubblico generalista - i continui rimandi (così come i ripensamenti) legati alla creazione del sequel hanno inesorabilmente corroso anche l'hype dei fan più sfegatati.
Il primo film, d'altronde, era riuscito a chiudere tutti i tasselli rimasti in sospeso nell'arco della propria durata e l'intenzione di voler tornare sui personaggi già visti in passato (in alcuni casi addirittura snaturandoli) è sembrata una scelta rischiosa fin da subito.
Dopo quasi dieci anni dal primo capitolo, il sequel è comunque riuscito ad arrivare nelle sale, confermando però tutti i dubbi sorti in precedenza.
Nonostante una buona struttura generale, non ha fatto altro che ricalcare (in maniera neanche troppo convinta) numerosi aspetti del primo film, arrivando in numerosi punti a risultare addirittura forzato nel riproporre dinamiche (quanto personaggi) simili.

La stessa scelta di mostrare alcuni iconici comprimari interpretati però da attori diversi (data appunto la grande finestra di tempo intercorsa) non ha fatto altro che rimarcare il fatto che forse, a un certo punto, non si sarebbe più dovuto portare avanti il seguito.
Nonostante la buona prova attoriale dei numerosi protagonisti, con la femme fatale Ava Lord (interpretata da Eva Green) al centro della scena, il film risulta in più punti esageratamente autoreferenziale e per certi versi sotto tono, quasi come se neanche gli stessi Rodriguez e Miller (nuovamente al timone del progetto) ci avessero creduto fino in fondo.

Le stesse scelte (sicuramente bizzarre) di creare da zero delle nuove storie anziché basarsi sulla trasposizione delle opere a fumetti, o di coinvolgere attori e cantanti donandogli uno screentime irrisorio (basti pensare a Lady Gaga o lo stesso Bruce Willis), hanno portato l'opera ad attestarsi sui binari della mediocrità, dando in sostanza alla luce un film assolutamente superfluo e fuori fuoco, per quanto godibile.

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