Sherlock Holmes 3, arriva Dexter Fletcher: meglio emulare o inventare?

Proviamo a capire se il terzo capitolo della saga cinematografica stravolgerà in toto lo stile di Guy Ritchie, reinventandosi da capo.

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Tra i progetti più attesi e posticipati degli ultimi anni, Sherlock Holmes 3 è sicuramente uno dei più importanti e problematici. Prima che Robert Downey Jr. terminasse la sua esperienza nel MCU con Avengers: Endgame, infatti, gli impegni nel ruolo di Iron Man erano talmente tanti da impedirgli di tornare nei panni del Detective di Baker Street per il terzo film del franchise. Nel tempo si è aggiunta un'agenda fitta di lavoro anche per Jude Law, un Watson decisamente occupato, tra le collaborazioni con Paolo Sorrentino e i suoi ruoli in Captain Marvel e Animali Fantastici.

Dall'uscita di Sherlock Holmes - Gioco di Ombre, nel 2011, sono passati sei anni prima che venisse annunciato l'effettivo sviluppo del capitolo tre della saga cinematografica, e ora sono tre che i fan lo stanno aspettando. Sarebbe dovuto tornare Guy Ritchie, che tra un Aladdin e un The Gentlemen ha però preso le distanze da una produzione in balia delle attese e dei rinvii e ha infine deciso di consegnare il timone del progetto a Dexter Fletcher, regista aggiuntivo di Bohemian Rhapsody ma soprattutto dei bellissimi Eddie the Eagle e Rocketman con Taron Egerton. Ed è proprio del filmmaker e del suo possibile approccio a Sherlock Holmes 3 che ci interessa parlare.

Mano di ferro, mano di piuma

Il mitico Mario Brega in Bianco, Rosso e Verdone lo diceva in un contesto diverso, "'sta mano po esse ferro o po esse piuma", eppure, parlando di forma e stile, anche un cineasta può avere mano pesante o mano leggera. Non per menare, comunque, ma per guidare la macchina cinematografica assecondando più o meno la propria visione, calcando su costrutti personali o evitando noiose idiosincrasie, imitando, inventando, modificando. Nel caso specifico di Dexter Fletcher, quello che abbiamo imparato a conoscere finora con tre film è un po' un mix di questi aspetti, essendo riuscito a creare qualcosa di unico e a suo modo impressionante, ma anche a rielaborare la visione di qualcun altro. Eddie the Eagle è un titolo piccolo ma ricco di cuore e inventiva, Rocketman è un musical rock'n'roll travolgente e dall'estetica pop molto invasiva, mentre Bohemian Rhapsody è un progetto che vive a cavallo dello stile di due registi, con Fletcher utilizzato più come "tappabuchi" e risolutore esterno anziché reale aiuto organico.

La sua mano è stata piuma spesso appesantita dalla mole delle sue ambizioni e della sua ricercatezza, comunque vicina per estrazione artistica e culturale a quella dei suoi amici, colleghi e forse maestri, che sono Matthew Vaughn e Guy Ritchie, appunto, con cui ha anche collaborato da attore e produttore. Un trio inglese che negli ultimi anni ha reso grande nel mondo il cinema british soprattutto di genere, con il solo Fletcher che finora non si era cimentato in qualcosa di più dinamico e articolato come un film d'azione. Sherlock Holmes 3 è la sua grande occasione per dimostrare di valere e pure tanto.

L'importante, al riguardo, è però non strafare con l'emulazione di uno stile ormai tanto personalizzato, carico e riconoscibile come quello di Ritchie, che potrebbe produrre invece un risultato comparativo non all'altezza. Non ci riferiamo ai dialoghi o alla struttura della sceneggiatura, che sarà firmata da Chris Brancato, quanto piuttosto a un discorso di metrica cinematografica, di lettura di una scena e consapevolezza della stessa. Non serve insomma tornare a tutti i costi all'analisi al rallenty dell'ambiente o degli avversari, per mostrare le doti deduttive e combattive di Sherlock, perché di modelli dimostrativi differenti ne esistono a decine.

Si potrebbe sperimentare di più sulla narrazione, utilizzare un montaggio più dinamico, osare con i movimenti macchina in senso diegetico al racconto. Fletcher ha cari i piani sequenza: che li sfrutti. Ama uno stile eccentrico: che lo provi. Tutto questo seguendo sempre le direttiva della sceneggiatura, abbracciando in senso interpretativo la parola scritta per trasmutarla in immagine valida, accattivante, d'impatto. Fortuna vuole che il regista sia estremamente consapevole del suo ruolo e della sua funzione, anche in riferimento alla vecchia guardia di Ritchie, il che è il primo e più importante passo per fare bene.

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