Shark - Il primo squalo, alla scoperta degli shark movie

In occasione dell'uscita nelle sale di Shark - Il primo squalo, diamo uno sguardo al fortunato sotto-filone degli shark-movie.

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"Eccomi così a sognare squali e a pensare alle loro enormi fauci, munite di molte file di denti e capaci di troncare un uomo in due. Sentivo già perfino una fitta ai fianchi." Chissà se Steven Spielberg, prima di realizzare il primo blockbuster della sua fortunata carriera, avrà letto queste parole uscite dalla bocca di Julius Verne, uno che delle profondità oceaniche se ne intendeva, come ampiamente dimostrato in un classico tra i classici come Ventimila leghe sotto i mari.
Sta di fatto che il predatore marino ha sempre generato un terrore atavico, non solo per il pubblico cinematografico ma nell'intera storia dell'umanità, tanto da originare addirittura un termine ad hoc per indicare la suddetta paura: selacofobia.
Negli anni i casi di attacchi verso le persone sono notevolmente diminuiti, ogni tanto però i Tg informano di qualche ferimento o tragico decesso dovuto proprio alle fauci della bestia. E il grande schermo, così come il piccolo, continua imperterrito ad alimentare un sotto-filone che ora si trova ad abbracciare tra le proprie schiere una nuova, spettacolare incarnazione, in cui una star come Jason Statham deve vedersela con un gigantesco megalodonte, antenato ormai estinto della relativa specie animale, in Shark - Il primo squalo (adattamento italiano del più iconico e guasconesco The Meg in uscita il 9 agosto).
Un film tratto dalla saga di fortunati romanzi di Steve Alten, che ci dà lo spunto per iniziare un viaggio a ritroso in produzioni epigone dedicate all'iconica e famelica creatura.

Gli inizi

Tutti tendono a considerare Lo squalo (1975) come il primo titolo a tema, ma la realtà ci dice che un'altra produzione, ben diciannove anni prima, ha portato l'agguerrito pesciolone sul grande schermo. Stiamo parlando del misconosciuto Sharkfighters (1956), distribuito da noi con la quasi letterale traduzione Cacciatori di squali, titolo basato a grandi linee sull'affondamento dell'U.S.S. Indianapolis (a causa del quale molti dei marinai morirono proprio per i morsi dei predatori) e incentrato sulla ricerca di un repellente utile a proteggere i navigatori.
Nel film Victor Mature, storico interprete della Hollywood classica, se la vede addirittura con degli squali tigre, in quello che è considerato come il primo incontro "man vs. shark" della Settima Arte.
Tredici anni dopo è arrivato il turno di Shark (1969), alias 4 bastardi per un posto all'inferno, in cui un'altra star del periodo come Burt Reynolds si rendeva protagonista di un action thriller tragico fuori e dentro il set, con uno stuntman ucciso durante le riprese da un vero squalo bianco.

La nascita di un genere

Solo con l'arrivo del futuro Re Mida di Hollywood, Spielberg, l'animale ha finalmente ottenuto imperitura gloria anche tra il pubblico cinefilo e il primo capitolo della saga, oltre a inaugurare una nuova concezione del blockbuster, è ancor oggi l'opera da cui tutti prendono esempio prima di cimentarsi nel filone. Un film che ha fatto storia non solo per l'acuta narrazione e la mirabile gestione degli eterogenei personaggi, ma soprattutto per la gestione di una paura destinata al grande pubblico e tutta impostata su un febbrile gioco tensivo di "vedo-non vedo", in cui una buona dose di violenza non ha comunque impedito il clamoroso successo di critica e d'incassi - lasciando ancora oggi la resa finale tra umani e predatore tra le pagine più felici dell'intero cinema di genere.
Il franchise è andato purtroppo svilendosi sequel dopo sequel, ma ormai i germogli di una nuova concezione degli abissi, luogo di potenziale pericolo, erano stati instillati e avrebbero dato il via a una serie sempre più copiosa di produzioni similari, basti pensare a L'ultimo squalo (1981) del nostro Enzo G. Castellari o a La notte degli squali (1988) con Treat Williams, solo due dei tanti lavori a basso budget e altrettanta bassa qualità che cercarono di sfruttare l'onda del prototipo.

Evoluzione

Se gli anni '80 non registrano quindi altre produzioni memorabili, il decennio successivo è invece destinato a regalare un altro sottostimato gioiellino quale Blu Profondo (1999), in cui il Renny Harlin di 58 minuti per morire - Die Harder (1990) e Cliffhanger - L'ultima sfida (1993) dirigeva Thomas Jane e Samuel L. Jackson in un action/thriller a sfondo quasi fantascientifico nel quale un gruppo di studiosi, intenti a cercare una cura per l'Alzheimer, si trovavano alla prese con un trio di squali più intelligenti della media, realizzati anche con un efficace mix tra computer graphic e animatronix.

In una marea di b-z/movie è stato necessario attendere altri quattro anni per osservare in sala qualcosa di nuovo e originale sull'ormai stanco e prevedibile canovaccio, ovvero il mockumentary Open Water (2003), spacciato come un finto documentario privato in cui una giovane coppia in vacanza ai Caraibi rimaneva abbandonata nel bel mezzo dell'Oceano.
La camera a mano riprende i due sfortunati amanti in tutte le fasi cruciali degli eventi, con la parziale monotonia ampiamente ricompensata da una sofferenza emotiva che stringe alla gola minuto dopo minuto, fino al più tragico e drammatico degli epiloghi, naturalmente con i pescecani a minacciare costantemente l'incolumità dei protagonisti.
In tempi più recenti sono inoltre da segnalare i notevoli Paradise Beach: Dentro l'incubo (2016), con la bella e sexy Blake Lively che deve vedersela con un affamato squalo bianco nelle acque al largo di un'isola deserta, e il claustrofobico 47 metri (2017), dove le giovani protagoniste - rimaste bloccate in una gabbia d'esplorazione sul fondale marino - devono fare i conti sia con la scarsità d'ossigeno che con la minaccia del predatore marino.

La parodia

Arriviamo così a un tasto scult e dolente che forse in tanti stavate aspettando, quello relativo all'utilizzo dell'archetipica creatura marina da parte della casa di produzione Asylum, conosciuta in tutto il mondo per la sua particolare abilità nel realizzare mockbuster, involontarie parodie low-budget di kolossal in uscita di qualità media ben sotto la soglia della decenza.
Ebbene, nel 2009 la compagnia si è insinuata nel sotto-filone degli shark-movie con il suo primo "esperimento", quel Mega Shark Vs. Giant Octopus (2009) che ha dato inizio a una saga in cui un gigantesco megalodonte deve vedersela ogni volta con creature, viventi e non, di pari dimensioni, in battaglie animalesche realizzate con effetti speciali inguardabili accompagnate da sceneggiature altrettanto deprecabili.
Sono nati anche franchise paralleli, come quello dedicato a pescecani con più teste (e in ogni capitolo se ne aggiunge una nuova) che hanno rivoluzionato indelebilmente il significato del termine scult. Ma è nel 2013 che tutto cambia per le casse e gli introiti della società, quando Anthony C. Ferrante si siede dietro la macchina da presa di quello definito, furbescamente, come il film più brutto della storia anche dalla stampa generalista.

In quell'anno vede la luce il primo Sharknado che dà inizio a una vera e propria rivoluzione, con cinque pellicole a oggi già realizzate (e una sesta, l'ultima, in arrivo alla fine di questo mese) che cambiano il concetto di trash portandolo a livelli sublimi. Dal prototipo in poi le gesta di Ian Ziering, storico volto di Beverly Hills 90210, trovano spazio in operazioni sempre più folli ed esasperate in cui, grazie anche alla corposa e piacevole dose di autoironia citazionista e alla presenza di camei eccellenti, il Nostro deve vedersela con tornado formati da squali che vorticano a velocità supersonica, armato solo della sua inseparabile motosega.
Un punto di non ritorno, amato e odiato, che ha comunque trovato la sua folta schiera di cultori sfruttando con intelligenza i propri conosciuti limiti. E chissà se proprio Shark - Il primo squalo, il cui trailer già promette un'epica lotta a singolar tenzone tra l'erculeo Statham e il gargantuesco "The Meg", non faccia anch'esso dell'assurdo (qui contestualizzato in uno scenario ad ampio budget e ad alto tasso spettacolare) il proprio punto di forza.

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