Serial Killer: L'Uomo di Neve e i film che hanno fatto la storia del genere

In occasione dell'uscita del thriller tratto dal libro di Jo Nesbø, ripercorriamo la storia degli assassini seriali al cinema con 5 film fondamentali.

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Ci volevano Jo Nesbø e l'adattamento di uno dei suoi famigerati best seller per riportare alla ribalta i film sui serial killer e rispolverare la fascinazione - in realtà mai sopita - per una delle figure più disturbanti e iconiche del nostro immaginario. Mentre L'Uomo di Neve esce al cinema, rigettandoci ancora una volta in quel vortice di cacce all'uomo, rituali macabri e fugaci sguardi nella follia, diventa chiaro come questi elementi abbiano contribuito a creare, negli ultimi decenni, un vero e proprio genere a sé stante, segnando irrimediabilmente non solo la storia del cinema, ma la stessa cultura popolare. Una fascinazione fagocitante quella per l'omicida seriale, a cui nessuno (dalla cronaca alla letteratura, dagli horror alle serie TV) ha saputo resistere, ma che trova già tutta la sua forza perturbante in quei thriller, noir o polizieschi dove la lotta tra il bene e il male si fa più simbolica, e dove la caccia al mostro non è altro che l'ultimo, disperato tentativo di dare ordine e senso a un orrore inconcepibile. In occasione dell'uscita del film con Michael Fassbender ripercorriamo allora quella sottile linea d'ombra tra sanità e follia, bene e male, realtà e finzione guardando a una manciata di classici senza i quali il cinema sui serial killer non sarebbe stato lo stesso. Cinque sguardi nell'abisso per scoprire le ragioni di un mito nerissimo e di un male decisamente figlio del suo (e del nostro) tempo.

M - il mostro di Düsseldorf

Prima del suo posto nell'immaginario collettivo, prima della ribalta mediatica, persino prima di avere un nome, il serial killer era già mito. L'Uomo Nero protagonista di una lugubre filastrocca cantata dai bambini (se ne ricorderà, mezzo secolo dopo, Wes Craven per il suo Nightmare), il mostro di Fritz Lang, forse il primo, vero esempio di devianza sessuale nella storia del cinema, entra in scena fischiettando e non se ne va più via. Interpretato da un immenso Peter Lorre, il capostipite del filone è un cancro pronto a infettare la città, un'ombra proiettata sui manifesti, un orco nascosto da un fuoricampo opprimente. Sarà il marchio dell'assassino a gettarlo alla luce del sole, e da carnefice trasformarlo in vittima, in fuga dalla giustizia ufficiale della Legge e da quella sommaria degli uomini. Nella Germania dei primi anni Trenta è già chiaro come un po' del Mostro si nasconda in ognuno di noi.

Manhunter - Frammenti di un omicidio

1986. Mentre Henry - Pioggia di sangue imbrattava i cinema con i deliri di un altro psicopatico, riprendendo la cruda tradizione degli slasher a cavallo del decennio (da Halloween a Maniac passando per Venerdì 13), Michael Mann metteva mano all'allora intonsa opera di Thomas Harris e portava sullo schermo niente meno che il Grande Drago Rosso, innestando attorno alla classica indagine dell'FBI il proprio cinema umanista e dal grande respiro. Lontano dal tiepido remake del 2002 con Edward Norton, Manhunter, con il suo tocco calibrato ed emozionale, ci regalava, per la prima volta - assieme al prototipo di un non ancora iconico Hannibal Lecter (qui interpretato da Brian Cox) - uno dei serial killer più oscuri e inquietanti di fine secolo. Sulle note assordanti di In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly, l'omicida seriale conquista gli anni Ottanta e torna a farci paura.

Il silenzio degli innocenti

"Gli agnelli hanno smesso di gridare, Clarice?". È un insieme di dialoghi memorabili e sequenze agghiaccianti la seconda incursione nell'universo di Thomas Harris da parte del cinema americano. Questa volta è Jonathan Demme a infondere vita e malvagità a un dottor Lecter capace di rubare la scena persino all'attrazione principale, quel terribile e osceno Buffalo Bill intento a costruirsi un'identità sulla pelle (letteralmente) di ragazze innocenti. A fare il resto ci pensano la fragilità risoluta e tenace di Jodie Foster e lo sguardo fisso, straniante e magnetico di un Anthony Hopkins destinato a rimanere per sempre legato al cannibale più famoso e iconico della storia del cinema.

From Hell - La vera storia di Jack lo squartatore

Avrebbe quasi il sapore del soprannaturale, From Hell, non sapessimo che dietro al film dei fratelli Hughes c'è la tremenda storia vera dello Squartatore di Whitechapel. Forse quell'aura esoterica è tutto merito dell'omonima (e ben superiore) graphic novel di Alan Moore, o forse sono i fiumi dell'alcol e dell'oppio ad ammantare di influssi orrorifici e visionari un mistero inestricabile la cui soluzione può forse trovarsi solo nel mondo dei sogni. Certo è che pare un incubo a occhi aperti l'indagine intrapresa dall'ispettore Abberline (Johnny Depp), perso tra vicoli malfamati e cadaveri di prostitute, tra false piste e orrori sempre più insostenibili. Ma più che un'estetica lisergica e ambientazioni suggestive a restare impressa è la tesi agghiacciante che il film si porta dietro: Jack lo Squartatore - il primo serial killer mediatico della storia - è stato il vero anticipatore del Novecento.

Seven

Non dovrebbe sorprendere, a questo punto, che l'eredità dell'assassino londinese sia una società in totale disfacimento. Lo sa bene il disilluso detective Somerset, che in quel mondo è nato ed è costretto a viverci, e lo sa ancora meglio il misterioso John Doe, responsabile di una serie di delitti dal sapore dantesco. La prima incursione nel mondo dei serial killer per David Fincher (seguirà, nel 2007, l'atipico thriller Zodiac) è un noir moderno e metropolitano destinato a fare scuola (da Il collezionista d'ossa fino al sottovalutato Le paludi della morte, passando per l'acclamata serie True Detective). Un thriller piovoso e serratissimo, dove alla coppia archetipica di sbirri (Morgan Freeman e Brad Pitt) si accompagna un omicida metodico e machiavellico (Kevin Spacey, chi sennò?), e con il cui senso estetico tutti i polizieschi del nuovo millennio dovranno, nel bene e nel male, confrontarsi.

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