Sergio Castellitto e l'Italia agli Oscar: penalizzato il cinema popolare?

Il cinema che piace (anche) al pubblico è davvero discriminato per rappresentare l'Italia agli Oscar, come sostiene l'attore-regista?

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Intervistato dal Corriere della Sera in occasione di un'onorificenza statunitense, l'attore e regista Sergio Castellitto si è espresso sulla questione del lungometraggio che rappresenterà l'Italia nella corsa all'Oscar per il miglior film straniero. Quest'anno è stato scelto A Ciambra di Jonas Carpignano, e tra i papabili c'era anche l'ultima fatica registica dello stesso Castellitto, Fortunata. Precisando di non voler entrare nel merito della qualità dei singoli film, il cineasta ha affermato di essere "vittima di un preconcetto", poiché quello che lui realizza insieme alla moglie Margaret Mazzantini (sceneggiatrice dei film diretti dal marito, spesso basati sui romanzi di lei) è "un cinema popolare ma di qualità". Citando l'esempio del precedente Non ti muovere, anch'esso scartato ai tempi (gli fu preferito Le chiavi di casa di Gianni Amelio), Castellitto sostiene di essere stato "punito dalla sinistra snob", in quanto reo di aver firmato opere che piacciono al pubblico. Ma esiste davvero questa discriminazione nei confronti dei film che riescono a fare breccia nei cuori degli spettatori? Proviamo a rispondere facendo un passo indietro e rivisitando i precedenti rappresentanti italiani.

Avanti, popolo!

Castellitto cita apertamente il successo di Fortunata al botteghino italiano (oltre 2 milioni di euro). Ora, prendiamo in considerazione l'ultimo film italiano ad aver conquistato la tanto agognata statuetta, ossia La grande bellezza di Paolo Sorrentino: il ritratto di una Roma opulenta sul viale del tramonto ha incassato, nel nostro paese, oltre 7 milioni di euro, e dopo il trionfo agli Oscar è stato trasmesso in prima serata su Canale 5, con quasi 9 milioni di telespettatori e il 36,11% di share. Prima di Sorrentino, l'ultimo lungometraggio italiano ad arrivare in cinquina fu La bestia nel cuore di Cristina Comencini (appena sotto i 5 milioni di incasso), mentre La sconosciuta di Giuseppe Tornatore (quasi 4 milioni) arrivò in shortlist, ossia il gruppo provvisorio di nove finalisti da cui ne vengono poi eliminati quattro. E proprio Tornatore, che nel 1990 la spuntò con Nuovo Cinema Paradiso, è forse l'esempio migliore di cineasta popolare regolarmente chiamato in causa per rappresentarci in sede di Oscar: dopo la vittoria di cui sopra è stato selezionato altre tre volte per un totale di quattro tentativi (arrivando alla seconda nomination con L'uomo delle stelle), lo stesso numero di Gianni Amelio, arrivato in cinquina nel 1991 grazie a Porte aperte.

I soliti sospetti

Anche rileggendo i nomi ricorrenti negli ultimi tre decenni risulta che il cinema popolare non sia esattamente poco rappresentato: due selezioni ciascuno per Gabriele Salvatores e Roberto Benigni (con vittoria rispettivamente per Mediterraneo e La vita è bella), idem per Emanuele Crialese (che con Nuovomondo e Terraferma ha raggiunto cifre simili a quelle di Castellitto) e Paolo Virzì (6 milioni con La prima cosa bella, 5 con Il capitale umano). Senza dimenticare Gomorra che, pur avendo un regista meno mainstream come Matteo Garrone, ha incassato in Italia la bellezza di 10 milioni di euro, complice il successo del libro di Roberto Saviano, e successivamente dato vita a una serie televisiva di cui sta per iniziare l'attesissima terza stagione. Diverso il discorso per Non essere cattivo di Claudio Caligari (582.000 euro al botteghino) e Fuocoammare di Gianfranco Rosi (693.000 euro), scelti rispettivamente nel 2015 e nel 2016: nel primo caso si è trattato di un omaggio postumo, maldestro ma apprezzabile, a un regista ingiustamente sottovalutato, mentre nel secondo si è deciso di puntare su un film che alla Berlinale aveva ricevuto il premio principale per mano di uno dei membri più amati dell'Academy, l'attrice Meryl Streep.

Vinca il migliore!

Appurato quindi che l'apprezzamento del pubblico non è un'aggravante (e nemmeno l'assenza di realismo, altro elemento citato da Castellitto), e prescindendo da qualunque giudizio artistico sui due film, cosa rende A Ciambra più "forte" in vista degli Oscar, rispetto a Fortunata?

Le due opere sono accomunate dall'esordio a Cannes, dove entrambi i lungometraggi sono stati premiati: quello di Castellitto, presentato in Un Certain Regard, si è portato a casa il riconoscimento per l'interpretazione di Jasmine Trinca, mentre il film di Carpignano, selezionato nella Quinzaine des Réalisateurs, ha conquistato l'Europa Cinemas Label Award. Di un certo peso per A Ciambra, come suggerito anche da Castellitto, sarà stato il patrocinio di Martin Scorsese, già chiamato in causa per le campagne di Nuovomondo e Gomorra. Non ci resta che aspettare gennaio per sapere se la strategia avrà dato i frutti sperati. Castellitto, dal canto suo, ha annunciato che porterà sullo schermo l'ultima sceneggiatura del compianto Ettore Scola, regista che nel corso della propria carriera arrivò quattro volte alla nomination (tre per l'Italia, una per l'Algeria). Sarà forse il progetto giusto, capace di convincere la commissione che ogni anno ha l'arduo compito di scegliere il candidato tricolore per gli Academy Awards?

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