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Sei stagioni e un film: Breaking Bad El Camino e il mantra perfetto

Breaking Bad si chiuderà con il film conclusivo dedicato a Jesse Pinkman, in rispetto dei concetti espressi da Abed e Troy nella comedy di Dan Harmon.

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Le vie delle emittenti americane o dei servizi streaming sono davvero infinite, pensando all'approccio creativo e produttivo che possono avere nei confronti delle serie TV in listino. Esistono prolungamenti a oltranza, chiusure anticipate, ripescaggi, revisioni e infine - più unici che rari - quegli show che raggiungono ammirabilmente la loro conclusione naturale. Pensiamo a Deadwood, The Wire, I Soprano o a Breaking Bad, ad esempio: quattro delle più grandi serie televisive di inizio ventunesimo secolo che hanno conosciuto una fine degna e ampiamente elogiata.
Non tutte le storyline e le situazioni createsi nel corso degli anni, comunque, riescono a essere definite e racchiuse in una stagione finale composta fisiologicamente da meno episodi (quelli necessari alla chiusura), motivo che spinge i creatori a tornare alle loro opere, cambiando però destinazione. Lasciando allora da parte The Wire, tutte e tre le altre serie sopra citate hanno ottenuto nel corso del tempo un loro adattamento cinematografico, prequel o sequel che sia.
Deadwood dopo tre stagioni e tredici anni di attesa, ma senza rispettare quello che per gli amanti della serialità e delle comedy è una sorta di mantra non scritto e ideato dal geniale Dan Harmon, che inconsciamente e ironicamente ha tracciato quella che oggi, grazie ai Soprano e a Breaking Bad, sembra essere la migliore linea artistica da seguire. Stiamo parlando delle "Sei stagioni e un film".

L'arte non scade ma si ricicla

In Community, Harmon mette in bocca la frase ai suoi Abed Nadir (Danny Pudi) e Troy Barnes (Donald Glover), i nerd del gruppo di studio, due personaggi molto amati dai fan. Curiosamente, l'idea viene in mente all'autore e ai suoi sceneggiatori proprio pensando ai Soprano con James Gandolfini, serie all'epoca chiusa ormai da due anni. Per Troy e Abed è la misura della perfezione seriale: sei stagioni e un film. È una linea guida che considerano attendibile e per diverse ragioni, che comprendono una sviluppo narrativo valido e consolidato nell'utilità narrativa e un'evoluzione caratteriale dei personaggi che non arrivi a riciclare se stessa, ripetendosi e dimostrando dunque al pubblico di non avere più nulla da dire.
Essendo l'arte priva di scadenza, volentieri composta da elementi precursori o seminali ma più spesso derivativa e ciclica, un progetto televisivo o streaming arriva per forza di cose a un suo preciso punto di saturazione creativa, oltre al quale non si può fare altro che guardarsi indietro e ripetere modelli già visti, imitandoli e modificandoli attivamente per camuffarli in altro.

Se prendiamo The Walking Dead, Supernatural o The Big Bang Theory notiamo proprio questo: uno stanco ripetersi di strutture narrative e dialogiche estremamente stancanti, e questo solo citando tre dei progetti di lungo corso che hanno superato ampiamente il loro culmine qualitativo, retrocedendo senza sosta e arrivando a un finale obbligato anziché ricercato.

Deve sostanzialmente esserci una fine a cui tendere in modo naturale, senza prolungamenti di sorta con beneficio a corto raggio. Una strada che va intrapresa per il bene dello show e per l'amore verso il pubblico, che va premiato anche con la consapevolezza della fine e la tristezza o felicità derivanti da essa.

Sei stagioni chiudono un ciclo e lo fanno né troppo tardi né troppo presto: è un numero che dà soddisfazione, anche se non è ovviamente sempre e comunque rispettabile. Prendiamo ad esempio Game of Thrones, che avrebbe necessitato forse di un numero maggiore di stagioni rispetto alle otto proposteci, ma questo anche per la sua natura di adattamento. O Doctor Who, che dato il suo concept è continuamente riscrivibile e in pratica interamente modificabile - così come le ormai innumerevoli serie antologiche.

Trasformare dubbi in certezze

Chiuso il ciclo narrativo, a ogni modo, subentra nel cuore del creatore il desiderio o la necessità di tornare alla sua opera per non lasciare nulla in sospeso o inoltrarsi in retroscena o nel passato (e dunque finire il racconto dell'evoluzione) di alcuni protagonisti. Il primo caso è proprio quello che ci interessa in queste righe, perché riguarda al cuore la decisione di Vince Gilligan di tornare al suo Breaking Bad, terminato ufficialmente con la 5a stagione, ma divisa in due parti da otto episodi e promossa tra il 2012 e il 2013 con campagne marketing differenti, tanto che la seconda metà era presentata come L'ultima stagione (la sesta, se vogliamo).
Con l'attesissimo El Camino: A Breaking Bad Movie, il problema, per Gilligan, era il dubbio sul destino di Jesse Pinkman (Aaron Paul): "Quando ho scritto il finale di Breaking Bad ho pensato: beh, il pubblico intuirà che in un certo senso la storia di Jesse avrà un lieto fine. È scappato, ce l'ha fatta", ha rivelato recentemente il creatore, continuando: "Certo ne ha passate tante ed è distrutto emotivamente, sta ridendo, sta piangendo, quasi sicuramente avrà una qualche forma di disturbo da stress post-traumatico... ma almeno è libero. Poi ho iniziato a pensare: e se non fosse riuscito a fuggire? Forse è stato beccato dagli sbirri proprio dietro la prima curva. Chi lo sa, giusto?".

Bilanciando le sue scelte a distanza di cinque anni dall'episodio finale della serie, l'autore ha infatti avvertito il bisogno di mostrare la vita e il destino di Jesse una volta fuggito a bordo della Chevrolet El Camino, la sua difficile ricerca di una nuova vita.

Poteva certamente farlo attraverso il modello seriale, ma a quel punto sarebbe incappato nel problema sopra descritto, cioè il riciclaggio delle idee e l'imitazione di altro, di qualcosa di magari già visto. Motivo, questo, che esattamente come per David Chase e il suo The Many Saints of Newark (prequel de I Soprano) o David Milch e il suo Deadwood - Il Film, ha spinto il regista e sceneggiatore a optare per un lungometraggio: chiuso in se stesso, definito e definitivo, impossibile da fraintendere.

Attraverso il modello filmico, dunque, Gilligan ha deciso di addentrarsi nell'animo del suo co-protagonista sopravvissuto (a dispetto di Walter White, di cui l'autore ha confermato la morte), girando tutto in gran segreto e pensandolo al suo nucleo come un titolo dal grande impatto drammatico, ispirandosi in parte alle tonalità di un western nascoste però dietro al forte impianto crime.
Questo El Camino: la conclusione risolutiva di un viaggio che non aveva ancora conosciuto meta, rinchiuso all'interno di solide pareti tematiche e temporali che vogliono rappresentare la casa ultima di Jesse Pinkman, Saul Goodman e tutti i personaggi di Breaking Bad.

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