Scarlett Johansson ha già vinto un Oscar: quello della fantascienza

Non solo Avengers: scopriamo come e perché la diva americana è diventata un punto di riferimento per un intero genere.

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Chissà che, dopo la doppia candidatura agli Oscar grazie alle interpretazioni in Storia di un matrimonio e Jojo Rabbit, Scarlett Johansson non stia meditando un ritorno alle origini. Già, perché l'ex enfant prodige di Hollywood conquistò i primi traguardi della sua carriera attirando le attenzioni della critica grazie a ruoli difficili e inconsueti. Il Bafta per Lost in Translation di Sofia Coppola, nel 2004, e le nomination ai Golden Globe nei due anni successivi per La ragazza con l'orecchino di Perla, Una canzone per Bobby Long e Match Point di Woody Allen, infatti, furono solo il culmine di una serie di copioni scelti con cura e la conferma di un talento mostrato sin da adolescente.
Robert Redford la scoprì nel 1998, appena quattordicenne, per L'uomo che sussurrava ai cavalli. Poi due cult assoluti: Ghost World di Terry Zwigoff e L'uomo che non c'era dei fratelli Coen, entrambi del 2001. Da allora è diventata una delle attrici più richieste e apprezzate, oltre a dominare le classifiche delle donne più desiderate del pianeta. Superata la fase in cui i suoi personaggi puntavano tutto o quasi su un fascino fuori dal comune, negli ultimi dieci anni più della metà dei suoi film hanno riguardato la fantascienza, dai cinecomic della Marvel fino a progetti più estremi e d'autore.
Vediamo insieme come la Johansson ha impreziosito un genere che più di ogni altro sa raccontare le sfide e le contraddizioni del nostro presente.

The Island, di Michael Bay (2005)

Un primo assaggio di fantascienza e action avviene quando la Johansson è sulla cresta dell'onda. Michael Bay la affianca a Ewan McGregor in un film tratto da un racconto di Philip K. Dick, I difensori della Terra, poi confluito nel suo romanzo La penultima verità. L'impianto teorico-filosofico è ottimo: si parla di clonazione, disuguaglianze e anche un po' di rivoluzione. Scarlett ha ventun anni e lunghi capelli biondi: la sua è una storia di emancipazione, che parte da uno stato di sostanziale inconsapevolezza, in quanto a origini e identità, fino ad arrivare a una coscienza piena e risolta del proprio potenziale. Si comincia bene tratteggiando le implicazioni esistenziali del conformismo massificante e della vita come merce di scambio, poi diventa un film di Michael Bay con inseguimenti, sparatorie ed esplosioni.

Marvel Cinematic Universe (2010-2020)

L'avventura supereroistica parte con Iron Man 2, di Jon Favreau. Sono gli anni in cui non è raro vederla interpretare il ruolo della femme fatale, o comunque quello di donne pienamente consapevoli del proprio fascino: basti pensare a The Spirit, La verità è che non gli piaci abbastanza, Black Dahlia di Brian De Palma e Match Point (era stata anche co-protagonista di Le seduttrici insieme a Helen Hunt). Il personaggio di Natasha Romanoff, in effetti, parte da qui: ex spia letale del KGB specializzata nel combattimento, passa allo S.H.I.E.L.D. con l'obiettivo di tenere d'occhio Tony Stark, che non può fare a meno di notarne la bellezza.
Donna forte, risoluta e determinata, soffre per un passato doloroso e trova negli Avengers la sua famiglia putativa. Importante ago della bilancia nella Civil War del 2016, a simboleggiare il contrasto tra valori quali amicizia/onore e la ragion di Stato, diventa una risorsa fondamentale fino a uscire di scena dopo otto film lasciando i fan senza parole. La aspettiamo in Black Widow, lo spin-off totalmente incentrato su di lei, nelle sale dal 29 aprile.

Under the Skin, di Jonathan Glazer (2013)

Prima che un film d'autore, Under the Skin è un'opera visivamente intrigante. Girata quasi come un documentario, con un uso esclusivo della profondità di campo, la pellicola alterna gli scenari alienati e respingenti della provincia scozzese a sontuose sequenze stilizzate dal gusto metafisico. Cosa succederebbe se un'aliena, assunte le sembianze di una donna attraente, si interfacciasse con l'universo maschile?

In concorso alla Mostra di Venezia, Under the Skin divise la critica a causa di un'apparente indecifrabilità. In realtà, ispirandosi a una fantascienza più concettuale che spettacolare (siamo più dalle parti di Tarkovskij) Glazer riesce come pochi a parlare della desolazione, dell'incomunicabilità, delle pulsioni e della fragile umanità del rapporto tra i sessi, denunciando il maschilismo e la misoginia della società.
Unico film con Scarlett senza veli in cui però, grazie all'abilità del regista e alla pudica intimità della scena, riusciamo a empatizzare con la protagonista quando scopre il suo corpo allo specchio con ingenua sorpresa.

Lei, di Spike Jonze (2013)

Un film in cui l'attrice non si vede permettendoci solo di ascoltare la sua (bellissima) voce un po' rauca. Si parla di un futuro prossimo, un po' alla Black Mirror, in cui c'è gente che viene pagata per scrivere lettere e messaggi al posto di chi non ha il coraggio di comunicare i propri sentimenti. È il lavoro di Theodore, uno scapolo interpretato da Joaquin Phoenix, che soffre a tal punto la solitudine da acquistare un sistema operativo che gestisce tutti i device della sua casa iper-connessa: un'intelligenza artificiale avanzatissima (con la voce di Scarlett) di cui si innamora follemente.
Al di là della trovata geniale di assistere a una relazione appassionata, da entrambe le parti, tra un uomo e, di volta in volta, un pc, un cellulare e un tablet parlanti, e di come tale rapporto prosegua anche fuori dalle mura domestiche con gite e pic-nic in cui Theodore non è più solo grazie a vivavoce e auricolari, Lei ci parla della facoltà delle reti neurali artificiali di espandersi e di apprendere come metafora dell'emancipazione umana e del superamento dei limiti (auto)imposti della società.

Lucy, di Luc Besson (2014)

Ancora una storia di emancipazione, stavolta in chiave più femminile (e femminista). Il superamento dei propri limiti, in questo caso, non avviene tanto dal punto di vista individuale, quanto collettivo, sociale e, anzi, universale. Sono stimolanti e intelligenti le questioni poste dal regista francese, che prova a dare una risposta antropologica su quale sia il senso della vita per l'essere umano. Il risultato è accattivante sotto tutti i punti di vista, perché se la vera natura della pellicola si svela lentamente, è innegabile che Lucy parta come un grande film d'azione che cresce diventando un vero spettacolo.
La Johansson è una ragazza comune che si trasforma in una superdonna grazie a una sostanza che le permette di utilizzare progressivamente tutte le potenzialità del cervello (proprio come Limitless con Bradley Cooper) fino a utilizzarne il 100%. Prima preda, poi cacciatrice, la Lucy di Scarlett mena e spara come non mai.

Ghost in the Shell, di Rupert Sanders (2017)

Il punto di arrivo grazie al quale la diva americana, forse, sta tentando di dirci qualcosa. Il film è il live action di un cult dell'animazione del 1995, che a sua volta tentava di comprimere in un'ora e mezza un vero e proprio universo. Ghost in the Shell nacque come manga a fine anni ottanta dal genio di Masamune Shirow, per poi essere declinato in vari formati, film, serie, romanzi e videogiochi.
Si tratta di un'opera complessa e stratificata che supera il genere cyberpunk per indagare cause ed effetti di internet, della robotica, della digitalizzazione dei dati e dell'espansione delle potenzialità umane grazie alla continua connessione a network di vario genere. Considerando gli anni in cui tutto ciò fu concepito e ipotizzato, possiamo tranquillamente parlare di profezia e avanguardia di altissimo livello, tanto da aver ispirato dichiaratamente l'idea di Matrix.

L'ennesima storia, per Scarlett, di scoperta (di sé) e rivincita, la più completa e intrigante in quanto a fantascienza, soprattutto per la portata filosofica ed esistenziale dei conflitti messi in scena. Ancora (tanta) azione e ancora capacità cognitive e fisiche super-potenziate.
In prima linea per svariate battaglie civili, artista poliedrica (doppiatrice e cantante) e famosa per rispondere a tono a quei giornalisti che cercano lo scoop scandalistico invece di intervistarla sul suo lavoro, l'attrice trentacinquenne non poteva scegliere un progetto migliore per parlarci definitivamente di girl power, del nostro rapporto con la tecnologia e del mondo velocissimo in cui stiamo vivendo.

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