Sanpei the Fisher Boy, ovvero il live-action del popolare manga/anime

Yôjirô Takita, premio Oscar per Departures (2008), firma il live-action sul pescatore dalle orecchie a sventola, un film leggero e immerso nella natura.

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La sigla dei Superobots è ancora oggi nel cuore e nelle orecchie di chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, con quell'inconfondibile melodia e le strofe che iniziavano così: "Sampei, Sampei pescatore, grandi orecchie a sventola".
Non c'è dubbio che l'anime abbia segnato per sempre diverse generazioni, per quanto il ragazzino asso della pesca sia nato originariamente sotto forma cartacea nel manga di Takao Yaguchi, pubblicato con successo in Giappone per oltre un decennio tra il 1973 e il 1984. Pomeriggi trascorsi insieme a un personaggio capace di emozionare e divertire, caratterizzato da quella grande passione per la disciplina agonistica che trasformava ogni episodio in una sorta di piccola lezione di vita.
Da anni il cartone è sparito dal radar dei palinsesti nazionali e non deve perciò stupire che anche il relativo live-action, realizzato nella patria nipponica nel 2009, sia tutt'ora inedito nel nostro Paese, per quanto disponibile in versione sottotitolata anche nelle sezioni video di popolari social network.
Sanpei the fisher boy - la m nel nome è stata una modifica dell'adattamento nostrano - è una trasposizione fedele alla fonte originaria, a cominciare da una trama semplice, condita da buoni sentimenti e insegnamenti morali.

Il fascino della vita rurale

La storia vede per protagonista un giovanissimo Sanpei, poco più che bambino ma non ancora adolescente, che vive con l'amato nonno nella casa di campagna, passando le proprie giornate sulla riva del fiume a pescare quanti più pesci possibili.
Dopo essersi classificato al primo posto in una gara locale, Sanpei attira le attenzioni di Gyoshin Ayukawa, vincitore di diversi tornei in ogni angolo del mondo, il quale viene ospitato da loro per qualche giorno.
Proprio in quel periodo fa ritorno la sorella maggiore di Sanpei, la bella Aiko, che da anni si è trasferita a Tokyo in cerca di fortuna e prova con scarso successo a convincere il fratellino a seguirla.
Quando il nonno annuncia di essersi ricordato di una leggendaria valle nelle cui acque si troverebbe un esemplare di salmerino enorme, l'inedito quartetto parte per un'escursione al termine della quale il destino di Sanpei sarà finalmente deciso: se riuscirà a catturare il gigantesco pesce potrà rimanere nella sua amata campagna, altrimenti dovrà acconsentire alla richiesta di Aiko e traslocare nella capitale.

Pochi soldi, tanto cuore

L'impressione che traspare sin dai primi minuti di Sanpei the fisher boy è quella di un'operazione realizzata con passione ma scarsamente finanziata a livello di budget, un difetto purtroppo riscontrabile in molti dei live-action prodotti in Giappone a inizio millennio. Fortunatamente rispetto ad altri titoli qui il tutto è reso più accettabile per via di una narrazione che non richiedeva grossi effetti speciali o sortite spettacolari e la realizzazione finale può dirsi relativamente affine e rispettosa di quella delle incarnazioni originali.
La fotografia ha il merito di catturare con toni caldi e luminosi il fascino di quella natura incontaminata nella quale è ambientato la pressoché totalità del film e di restituire di rimando atmosfere quiete e placide che ben accompagnano l'evolversi di una storyline lineare e accomodante.
Il limitato numero di personaggi principali, quattro più un paio di comprimari, permette di innestare dinamiche leggere e intrise di una retorica immediata, alla portata di grandi e piccini.

A voler cercare il pelo nell'uovo è parzialmente castrata la comicità, con solo una manciata di sequenze nelle fasi iniziali che giocano su un facile divertimento di "bocca buona", mentre invece il versante agonistico guadagna progressivamente punti nella preparazione all'attesissimo final round, ideale punto di arrivo del percorso di formazione intrapreso non solo dall'imberbe protagonista, ma che aprirà gli occhi anche alle persone che lo circondano.

Partenze e ritorni

Che la produzione non sia soltanto un semplice divertissement fine a se stesso lo si può d'altronde capire dalla presenza in cabina di regia di Yôjirô Takita, che l'anno prima aveva vinto il Premio Oscar per il miglior film straniero con il toccante e catartico Departures (2008). Una scelta non convenzionale la sua, che nonostante l'onorificenza da poco ricevuta ha deciso di cimentarsi in un'operazione insidiosa e con un enorme fandom alle spalle pronto a criticarlo al primo errore.
E proprio come nel suo precedente capolavoro, anche in Sanpei the fisher boy il cineasta riversa nei personaggi quell'umanità che gli è propria, riuscendo a rendere figure parzialmente caricaturali vive e credibili.
Lo stesso cast, privo di grandi nomi eccetto il Tsunehiko Watase della saga di Lotta senza codice d'onore (1973) nei panni dell'arzillo nonnino, si adatta con malleabilità ai rispettivi ruoli e aggiunge quell'ulteriore pizzico di frivola dolcezza alle due ore di visione.

Sanpei the fisher boy è ben lontano da essere un capolavoro, ma possiede a ogni modo una sua distinta personalità che lo rende assai superiore a improbabili emuli occidentali, basti pensare a titoli recenti come il pasticciato Death Note marchiato Netflix.
La pellicola non ha mai avuto un sequel, segnando così di fatto la momentanea fine delle avventure del pescatore dalle orecchie a sventola sul grande schermo e ammantando così quest'unica incursione di un tocco nostalgico ancora maggiore.

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