Sam Mendes, un englishman a Hollywood

Accendiamo i riflettori su Sam Mendes, regista del nuovo film di guerra 1917, grande protagonista della stagione dei premi attualmente in corso.

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Il suo nuovo film 1917, ambientato durante il peggiore anno del primo conflitto mondiale, promette di avere in Italia lo stesso successo che ha avuto anche all'estero sia tra il pubblico che la critica, che ne ha già decretato l'assegnazione dei due Golden Globe più importanti dell'anno: Miglior Film Drammatico e Miglior Regia, in aggiunta alla candidatura a ben 10 statuette da parte della Academy Awards.
Parliamo di Sam Mendes, di certo uno dei registi più importanti degli ultimi due decenni. Pochissimi cineasti hanno avuto un inizio di carriera sfolgorante come questo inglese nativo del Berkshire, attivo come regista teatrale fin dai tempi in cui studiava a Cambridge, prima di esordire in pompa magna a 24 anni, portando Chekov al West End Theater, con un cast che comprendeva niente di meno che Judi Dench.

Da lì passò alla Royal Shakespeare Company, diventò uno dei più importanti registi teatrali del Regno Unito, venendo nominato nel 1990 nuovo Direttore Artistico del Donmar Warehouse, prima di sfondare a Broadway negli States.
Ancora oggi il teatro è molto importante per Mendes, ma il grande pubblico lo conobbe quando irruppe come un terremoto nel 1999, con uno dei film più importanti di sempre del cinema americano: American Beauty, vero e proprio monumento alla società cinica degli anni '90. Cinque i Premi Oscar vinti, tra cui Miglior Film, Miglior Attore Protagonista (Kevin Spacey), Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia e (naturalmente) Miglior Regia.

Famiglia e Società per Sam Mendes

Da quel momento Sam Mendes avrebbe portato il suo stile in generi cinematografici molto diversi tra di loro, ma tutti uniti da una comune visione, dal riproporre tematiche a lui care in trame complesse, in cui sono sempre e solo i personaggi la parte centrale dell'iter.
Già in American Beauty fu possibile notare due elementi poi risultati centrali nella sua cinematografia: i temi della famiglia e della società, intesa come insieme di regole e false sicurezze.
In Road to Perdition, Jarhead, Revolutionary Road, Away We Go, tutto questo è palese, è al centro di trame in cui troviamo uno o più individui alle prese con la ricerca di verità e con strutture esistenziali che vengono meno.
Di base nulla è ciò che sembra, come ci è stato promesso, non vi è perfezione né nella famiglia né nel Corpo dei Marines o in quel labirinto fatto di colleghi, compagni di scuola, insegnanti e via dicendo che percorriamo nella nostra vita.
Per quanto possa sembrare incredibile, persino nei due 007 da lui diretti (Skyfall e Spectre) il tema della famiglia, dell'inaffidabilità delle strutture della società, l'amore per l'individualismo ribelle e anticonformista, sono alla base della narrazione.

Il cinema di Mendes è apprezzato dal pubblico americano soprattutto per il continuo parlare di ribellione e ribelli, di persone che non accettano le convenzioni, o che sono portate a romperle anche solo per sopravvivere, per non soccombere a delusioni e disperazione.
Kevin Spacey/Lester Burnham la cui parte più esaltante della giornata è masturbarsi sotto la doccia, April ridotta a sognare una fuga a Parigi, Anthony che vorrebbe (o forse no) sparare a qualche iracheno nel deserto, Burt e Verona che non sanno dove vivere, Micheal Sullivan Jr che scopre chi è veramente suo padre...

Nel caso di James Bond, la perdita di certezze, e di apparentemente inamovibili pilastri, riguarda la stessa concezione che il protagonista ha di sé stesso, del suo lavoro, di quella M che ha sempre servito, di ciò che ha sempre pensato fosse il suo lavoro, il suo destino. Siamo ben oltre il famoso caso di equilibrio-squilibrio-equilibrio sia in questi film su 007, sia negli altri, perché la soluzione non è mai semplice, né indolore, anzi. Il dolore, da certi punti di vista, è forse il vero protagonista della filmografia, della visione del mondo di Mendes.

Il Dolore non è tuo nemico

Un dolore che però non è mai fine a se stesso, è un elemento chiave che porta alla verità, alla crescita, che cancella illusioni, sogni infantili, bugie, che colpendoci a destra e a sinistra ci rimette lungo la retta via, verso la verità.
Parte della critica ha visto sotto una luce pseudo-religiosa questa visione del mondo e delle cose, difficile a dirsi in modo definitivo, ma sicuramente già in American Beauty vi era la visione di una società retta dalle bugie, dalle apparenze, spezzata dall'azione del protagonista, mina vagante in un castello di carta. E vi era il concetto di morte, di sacrificio sull'altare degli errori e dei peccati.
La famiglia si diceva, dunque. La famiglia (caposaldo del mondo occidentale e della filmografia americana) viene descritta sovente in modo problematico ma, si badi bene, non per forza negativo, quanto piuttosto come qualcosa di complicato, delicato, sovente creato in modo superficiale, tenuto assieme da sensi di colpa e dolore, anziché da amore e condivisione.
L'altruismo è raramente di questo mondo, è soffocato da una società cieca, senza moralità, che mette gli uni contro gli altri, che non ama la verità ma la conversione, il livellamento verso il basso, dove non esiste meritocrazia ma fedeltà alla banalità imperante.

Jarhead da questo punto di vista è uno dei suoi film migliori (e più sottovalutati) nel modo in cui distrugge il triangolo formato da Dio, Patria, Famiglia su cui si poggia il credo militare americano, e in particolare quello dei Marines, gli "omini verdi dei detersivi", mito bellicoso del Grande Paese.
Non vi è alcun tipo di certezza, di verità, il lungo e terribile addestramento a cui il protagonista (un grande Jake Gyllenhall) si sottopone non porta guerra, adrenalina, gloria o successo con le donne, ma solo fatica, stress, noia e solitudine.

Riflettendo bene, anche in Revolutionary Road il personaggio di Di Caprio è il simbolo della menzogna dell'american way of life, della sua promessa di felicità non mantenuta, di un lavoro appagante che non c'è, di una vita perfetta che non arriva mai.
Con Road to Perdition aveva poi creato una totale decostruzione del mito americano del gangster, mostrandone invece la natura libertina e anarchica, quella di un uomo conformista, padre di famiglia, a stretto contatto con la morte e la crudeltà.
E i già citati due Bond movies avevano offerto un James Bond sempre più in rotta di collisione con il suo mondo, sempre più ossessionato dal suo passato, dalla mancanza di una presenza femminile stabile al suo fianco (lui, il re dei playboy!), che rifiuta i dettami di un mondo di spie che lo vuole "normalizzare", ingabbiare. Il tutto in un'atmosfera cupa che odora di morte.

Il rapporto con i grandi maestri e la visione del mondo

Nonostante tutto questo Mendes non può essere definito un regista esclusivamente di rottura o addirittura "anti-americano", anzi, il suo elogiare la libertà individuale lo rende assolutamente connesso al sogno americano, per quanto il suo linguaggio cinematografico, il suo stile, abbia molti punti in comune con François Truffaut, Ingemar Bergman, Wim Wenders, Kurosawa e non solo con ciò che Coppola, Cimino, Woody Allen o Paul Thomas Anderson hanno mostrato al mondo.
La sua è piuttosto una critica alla mancanza di veri valori nella società, al suo accontentarsi della vuota forma invece di cercarne una coerenza, all'egoismo che rende un padre di famiglia totalmente concentrato su se stesso, tanto da non accorgersi di quanto la sua famiglia sia ormai distrutta dall'interno, del dramma in cui si ritrova la figlia emarginata e depressa.
Contano i personaggi appunto, il loro districarsi in un mondo problematico, dove nulla è ciò che sembra, dove tutto cambia, anche le persone, come imparano sulla loro pelle i protagonisti di Away We Go, alle prese con un bambino che deve nascere e con un'umanità che li circonda spesso egoista, narcisista e insensibile.

Ora con 1917 non si può non essere ansiosi di vedere come tutte queste tematiche, questa visione dell'uomo e del suo rapporto con ciò che gli sta attorno, verranno analizzate e sviluppate (anche esteticamente) da Mendes.
La Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, tomba della belle époque, monumento al fallimento delle élite e tramonto di uno stile di vita, fu anche l'immane tragedia di un'intera generazione mandata al massacro da "ordini superiori", costretta a morire nel fango di trincee scavate dall'ignoranza e cecità di uomini che neppure conoscevano, fallimento di un'idea di società a compartimenti stagni. Il che ha fornito sicuramente un bel po' di creta nella mani del regista inglese.

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