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Ryan Reynolds, da Deadpool a The Adam Project: una vita da Wade Wilson

Una breve riflessione Ryan Reynolds, uno degli attori più amati e richiesti del momento, legato a doppio filo alla sua maschera più riuscita.

Ryan Reynolds, da Deadpool a The Adam Project: una vita da Wade Wilson
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Attore, produttore, sceneggiatore, imprenditore. Ryan Reynolds è oggi tutto questo, ma nei suoi 46 anni di vita e carriera c'è stato un punto di svolta e di non ritorno fondamentale che risponde al nome di Deadpool. Prima dell'avvento del Mercenario Chiacchierone al cinema, Reynolds si fermava ad essere interprete, senza sbocciare. Più che una maschera, un personaggio, era il jolly piacente delle produzioni americane e canadesi teen o rom-com. Non c'era altro orizzonte al di fuori dello scenario: commedie demenziali (Maial College, Road Trip), romanticismo a vagonate (Mai dire sempre, Just Friends, Ricatto d'Amore), qualche breve intermittenza action (Blade Trinity, Smokin' Aces) e thriller-horror (Amytiville Horror, Buried).

Tutto sommato, un attore ricercato e voluto per il suo physique-du-role e la bella presenza in scena, passato molto velocemente da ruoli secondari a quelli da protagonista, sbocciato in fretta in un settore in continuo movimento e mutamento, in una sorta di adolescenza lavorativa caotica e poco definita. A dare una svolta dovevano arrivare i cinecomic, anche se i suoi primi passi in quel contesto hanno paradossalmente rappresentato il picco professionale più basso della sua intera esistenza.

Natural Born Deadpool

I primi tentativi di sblocco personale, d'imposizione di talento, Reynolds li ha dimostrati in due film di genere: Buried di Rodrigo Cortes - che ne ha inventato uno - e soprattutto The Voices di Marjane Satrapi, piccolo gioiello indipendente dedicato alla sanguinosa e assurda storia di un serial killer amante degli animali.

Entrambi i lungometraggi arrivarono dopo che Reynolds grattò il fondo del barile con X-Men - Le Origini: Wolverine, in cui l'interprete canadese venne scelto per vestire i panni di Wade Wilson a.k.a. Deadpool, solo nel modo più sbagliato possibile, specie nell'ultimo atto di un progetto che definire disastroso è davvero eufemistico. Da qui prese consapevolezza di sé e decise di uscire dal guscio. Partecipò ai titoli più disparati, dalla commedia all'action fino a passare appunto per l'horror. Alcune scelte si rivelarono centrate, altre - purtroppo - fallimentari, guardando ancora una volta al cinecomic con Lanterna Verde. Era in qualche modo la sua volontà di dimostrare di essere adatto a diventare qualcuno all'interno del genere, peccato non fosse neanche quella la sua destinazione ideale. Inizia allora in un momento dedicato alla sperimentazione e all'eterogeneità delle partecipazioni: Safe House, Ted, RIPD, The Captive, Self/Less, ma è in definitiva quel già citato The Voices a dare uno slancio di riconoscimento a Reynolds, finalmente più considerato per le sue doti attoriali e la possibilità di sfruttare la sua fisicità ed espressività anche come strumento di forza d'appoggio al talento recitativo.

Quale personaggio più adatto a incanalare tutto questo se non Deadpool, che è insieme anti-eroe, commedia, gore, schizofrenia, pansessualità e dramma? Dopo 10 anni di tentativi di sviluppo, così, nel 2014 Reynolds riesce a convincere tutti - fan, produttori, haters - di essere il Mercenario Chiacchierone perfetto, anche dopo esserlo stato in maniere indegna in X-Men - Le Origini, pure se tutto si può definire quel personaggio tranne che fedele.

Il sogno si realizza nel 2016, quando Deadpool esce al cinema e riscuote un successo davvero notevole, soprattutto a fronte di un Rated-R (il primo per un cinecomic Marvel contemporaneo) che impediva un bacino di pubblico più giovane. Reynolds tiene l'intero film sulle proprie spalle, dimostrando non solo di essere nato per essere Wade Wilson, ma anche di conoscere desideri e bisogni dell'audience in chiave produttiva, sfruttando un potere decisionale invidiabile.

Dopo la maschera

Da questo momento in poi, la sua carriera esplode con sproporzione rispetto al passato: cambia il suo star power e i suoi investimenti si fanno più variegati (dal gin allo sport fino alle telefonia mobile, segno di guadagni molto ingenti), iniziando anche una carriera parallela da produttore nei soli prodotti che reputa vetrina essenziale di questa maschera - quella di Deadpool -, indossata ininterrottamente anche fuori dal set, anche senza un costume vero e proprio.

Da sei anni, ormai, Ryan Reynolds è Deadpool e quel modo di interpretarlo condiziona anche altri ruoli, che va sottolineato, però, nascono per essere di fatto "simili", in qualche modo riconoscibili. Non tanto nel linguaggio sboccato quando nella logorrea, nel flusso di pensieri sconnessi, nell'ironia che anima momenti e discussioni di questi personaggi, specie quelli creati e diretti da Shawn Levy (Levy prenderà la guida di Deadpool 3), come anche spiegavano nella nostra recensione di The Adam Project, sbarcato da poco su Netflix. E in effetti, da Life a Come ti ammazzo il Bodyguard, da Detective Pikachu a Free Guy, da 6 Undeground a Red Notice, sembra in qualche modo di vedere e rivedere sempre lo stesso personaggio, con risultati completi di vizi e virtù del caso (la recensione di Red Notice è a un solo click da voi). Perché se è vero che funziona e piace, sapendo comunicare bene con i suoi fan ed essendo attore poliedrico e furbo, dall'altra parte risulta evidente questa sua capacità affabulatoria nel saper spacciare la stessa caratura interpretativa per qualcosa di diverso.

La verità, banalmente, è che Ryan Reynolds piace per questo, e come può esser chiaro a noi è sicuramente cristallino ai suoi occhi, che restituiscono con sincerità lo sguardo che ricevono, di amore e riverenza per questo suo switch attoriale e carrieristico sempre commerciale ma del tutto riconoscibile, esaustivo e ambizioso nei limiti del successo di pubblico. Tanto basta a renderlo unico.

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